20 Settembre 2026
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Il generale forestiero difende il reggino, il sindaco reggino impone il romano: la strana sfida per Montecitorio

Vannacci torna a Reggio per sostenere Giannetta, mentre Cannizzaro rivendica di aver scelto Roscioli per aprire le porte del governo. Nel mezzo la gaffe di Franchini mentre Benedetto prova a trasformare il derby della destra in una battaglia sulla rappresentanza della città

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La campagna elettorale più breve dell’anno è riuscita in un’impresa notevole: trasformare un’elezione suppletiva per la Camera in un concorso per stabilire chi sia abbastanza reggino da rappresentare Reggio e, soprattutto, chi disponga delle chiavi giuste per entrare nei palazzi romani. Il tutto mentre i problemi della città — sanità, lavoro, infrastrutture, risorse da recuperare — vengono evocati come prove a sostegno delle candidature, ma raramente conquistano il centro della scena.

Nell’ultima settimana prima del voto del 27 e 28 settembre, il collegio lasciato libero da Francesco Cannizzaro non eleggerà soltanto un deputato destinato a restare in carica per pochi mesi. Misurerà il peso politico del nuovo sindaco di Reggio, la capacità di Roberto Vannacci di trasformare il rumore nazionale in consenso locale, la tenuta del centrosinistra e perfino l’efficacia del modello Occhiuto. Altro che elezione di passaggio: qui si contano truppe, fedeltà e diserzioni in vista della battaglia vera del 2027.

Il forestiero che grida “Reggio ai reggini”

Vannacci ha scelto una frase semplice, forse fin troppo: “Reggio merita un reggino a Montecitorio”. Il 23 settembre sarà in piazza Duomo per il comizio conclusivo a sostegno di Domenico Giannetta, già capogruppo di Forza Italia in Consiglio regionale e oggi candidato di Futuro Nazionale. Il messaggio è costruito con il righello: Giannetta conosce il territorio, Roscioli no; uno è reggino, l’altro romano; uno cammina per il collegio, l’altro — secondo la caricatura degli avversari — avrebbe bisogno del navigatore.

Il problema è che a pronunciare “Reggio ai reggini” è un leader nato a La Spezia, cresciuto politicamente fuori dalla Calabria e arrivato in Europa anche grazie ai voti del Sud. Non è una colpa, naturalmente. È però una contraddizione politica abbastanza vistosa: l’appartenenza territoriale diventa decisiva soltanto quando serve a colpire il candidato altrui. Quando i voti calabresi hanno contribuito a mandare Vannacci a Bruxelles, il certificato di residenza non sembrava un requisito indispensabile. Il generale, insomma, combatte il paracadutato romano lanciandosi con il proprio paracadute su piazza Duomo. La differenza è che sotto il suo c’è Giannetta, reggino autentico e reduce da Forza Italia. Ed è proprio questa provenienza a rendere la sfida indigesta al centrodestra: non un’incursione esterna, ma una frattura nata in casa.

Il candidato “calato dall’alto” che Cannizzaro dice di avere imposto dal basso

Cannizzaro ha provato a rovesciare l’accusa più pericolosa. Fabio Roscioli non sarebbe stato imposto da Roma a Reggio: sarebbe stato imposto da Cannizzaro a Roma. “L’ho voluto io”, ha rivendicato il sindaco, spiegando di averlo contattato prima ancora delle dimissioni e di avere costruito l’operazione insieme al presidente della Regione. È una difesa politicamente abile, ma non cancella il punto: Roscioli resta un professionista romano, tesoriere nazionale di Forza Italia e uomo di fiducia della famiglia Berlusconi, finora apparso sul territorio con una presenza assai più rarefatta di quella dei suoi avversari. Cambia la direzione della telefonata, non la distanza del candidato dal collegio.

La vera proposta del centrodestra è un’altra e Cannizzaro, almeno, non la nasconde: votare non il più radicato, ma il più utile. Roscioli dovrebbe prendere il posto del sindaco a Montecitorio, custodirne i rapporti con ministri e strutture di partito, accompagnare i progetti già avviati e aiutare Reggio a recuperare risorse. È il deputato concepito come infrastruttura relazionale: meno rappresentante politico, più corsia preferenziale verso il governo.

Giovanni Donzelli lo ha spiegato con una brutalità quasi didattica: Roscioli, per il peso che ha in Forza Italia, “avrà le porte più facilmente aperte di un peones qualsiasi”. Traduzione: il curriculum decisivo non è conoscere ogni quartiere di Reggio, ma conoscere chi apre le porte a Roma. Un argomento concreto, forse persino efficace, che però contiene una domanda scomoda: il seggio appartiene agli elettori o serve a prolungare a Montecitorio la rete politica del sindaco?

Franchini e quella frase che smonta una settimana di comunicazione

Poi è arrivato Marco Franchini. Davanti alle telecamere di PiazzaPulita, l’assessore comunale ha riassunto la candidatura Roscioli con una frase destinata a inseguire il centrodestra fino alle urne: “Da quello che ho capito, il candidato del centrodestra non c’entra un c*o con la città”. Subito dopo ha aggiunto la spiegazione politica: serve a Roma per sbloccare finanziamenti e a dimostrare il valore di Forza Italia in vista delle prossime elezioni.

È la classica gaffe che fa danni non perché inventa qualcosa, ma perché dice senza trucco ciò che la comunicazione ufficiale tenta di presentare con parole più eleganti. Cannizzaro e Occhiuto avevano già rivendicato la funzione strategica della candidatura. Franchini l’ha soltanto spogliata della confezione regalo. Una rettifica potrebbe limare i toni, non cancellare l’effetto. In una competizione dominata dalla domanda “chi rappresenta davvero Reggio?”, l’assessore del Comune ha consegnato agli avversari lo slogan perfetto. E lo ha fatto gratis, cosa sempre apprezzabile in una campagna in cui tutti parlano di finanziamenti.

Scontro senza sconti a destra

La serata del centrodestra a Palazzo Campanella è stata costruita per mostrare compattezza. Sala piena, alleati in fila, Giuseppe Scopelliti tornato “a casa”, Donzelli incaricato di certificare quale sia la destra autentica. Il messaggio: da una parte la coalizione di governo, dall’altra chi ha scelto di tradire. Sono volate parole come “mercenari”, “traditori” e “peones”. Roscioli ha promesso la vittoria, rivendicando una candidatura di serietà e di forza. Scopelliti ha richiamato Almirante, Fini, Meloni e perfino l’obiettivo di un presidente della Repubblica di centrodestra nel 2029. Tutto molto solenne per un deputato che, secondo la stessa ricostruzione di Cannizzaro, dovrebbe restare in carica pochi mesi e poi tornare a candidarsi nella sua Roma.

La scena ha mostrato forza, ma anche il paradosso di questa campagna: la destra si presenta come unita mentre dedica gran parte delle energie a combattere un’altra destra. Cannizzaro dice che Vannacci fa paura, Donzelli avverte che chi lo segue è pronto a tradire, Occhiuto esclude i vannacciani dalla coalizione. Vannacci replica mettendo in campo proprio un ex dirigente di primo piano di Forza Italia. Più che un assalto esterno, è una causa di separazione con addebito.

Giannetta non è soltanto il candidato di Vannacci

Liquidare Domenico Giannetta come una comparsa arruolata dal generale sarebbe comodo, ma insufficiente. La sua candidatura ha un peso perché porta in dote anni trascorsi dentro Forza Italia e perché rende visibile una crepa che il partito preferirebbe descrivere come un tradimento individuale. Giannetta sostiene che il partito non sia più quello nel quale era entrato. Cannizzaro risponde con l’espulsione politica preventiva: chi sta con Vannacci non può restare nelle amministrazioni calabresi di centrodestra. È un messaggio rivolto non soltanto all’ex capogruppo, ma a chiunque sia tentato di seguirlo.

Futuro Nazionale userà l’ultima settimana per mostrare i muscoli e trasformare Giannetta nell’uomo del territorio contro il candidato dell’apparato ma anche qui il certificato di nascita non basta. Essere reggino è una condizione biografica, non ancora un programma parlamentare. Se Giannetta vuole sottrarsi all’immagine del cavallo di Troia di Vannacci dentro il centrodestra calabrese, dovrà spiegare che cosa porterebbe a Roma oltre allo strappo con Cannizzaro.

La grande occasione di Benedetto e del centrosinistra

In questo derby furioso, Frank Benedetto prova a riportare la contesa sul terreno più favorevole: Reggio contro Roma, il rappresentante dei cittadini contro il terminale del sindaco. La sua frase più efficace è anche la più semplice: “Quel seggio è dei cittadini, non di Cannizzaro e nemmeno di Forza Italia”. Benedetto rivendica il proprio radicamento e il lavoro svolto nella sanità reggina, dalla Cardiochirurgia alla chirurgia robotica fino alla Pet. Usa la candidatura di Roscioli per attaccare una concezione “proprietaria” della rappresentanza: il parlamentare non dovrebbe essere il delegato personale del sindaco presso ministri e dirigenti di partito.

La spaccatura della destra gli offre un’autostrada, ma non necessariamente l’automobile. Il centrosinistra riunito alla Festa dell’Unità di Lamezia ha esibito un campo extralarge, da Rifondazione a +Europa. Igor Taruffi ha sostenuto che l’alleanza sia d’accordo sul 90 per cento dei temi e trascorra il 90 per cento del tempo a discutere del restante 10. Una fotografia onesta, quasi una diagnosi clinica.

Per vincere a Reggio, però, non basterà sommare i simboli né attendere che Roscioli e Giannetta si sottraggano voti a vicenda. Benedetto deve trasformare la divisione altrui in mobilitazione propria, soprattutto in un territorio nel quale l’astensione può pesare più dei comizi. Se il centrosinistra resterà spettatore soddisfatto del duello Cannizzaro-Vannacci, rischierà di scoprire che anche una destra divisa può arrivare prima di un’alternativa poco riconoscibile.

Il vero referendum è sul potere di Cannizzaro

Alla fine, questa suppletiva è molto meno “suppletiva” di quanto dica il nome. Roscioli non è soltanto Roscioli: è la prosecuzione a Roma del sistema politico costruito da Cannizzaro. Giannetta non è soltanto Giannetta: è il tentativo di Vannacci di aprire una breccia nel centrodestra calabrese usando un uomo cresciuto dentro Forza Italia. Benedetto non è soltanto Benedetto: è il test sulla capacità del campo progressista di approfittare di una frattura senza limitarsi a contemplarla.

Per questo il voto non misurerà soltanto il peso dei candidati. Nel confronto che ha dominato la campagna misurerà soprattutto tre idee della rappresentanza: il deputato che apre le porte del governo, quello che porta a Roma il certificato di appartenenza territoriale e quello che promette di sottrarre il seggio ai proprietari dei partiti. Nel frattempo Reggio ascolta parlare di voto utile, destra vera, traditori, alleanze, rapporti romani e futuri equilibri nazionali. La città, quella concreta, compare spesso come giustificazione e meno come protagonista. È il difetto più evidente di una campagna nella quale tutti sostengono di volerle restituire voce, purché sia la voce del proprio partito.

Il 27 e 28 settembre gli elettori non decideranno soltanto chi mandare a Montecitorio. Decideranno se premiare la continuità di Cannizzaro, lo strappo di Vannacci o l’alternativa di Benedetto. E forse daranno una risposta alla domanda che nessun comizio può evitare: Reggio ha bisogno di un deputato con le porte già aperte o di qualcuno disposto, prima di tutto, a restare davanti alla sua porta?

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