29 Luglio 2026
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Il modello scandinavo sbarca a Catanzaro: il progetto Noto unisce studenti e anziani a Giovino

Un complesso di silver e student housing nell’area già urbanizzata dell’ex campo sportivo: l’obiettivo è creare comunità, servizi e nuove presenze stabili. Un investimento privato contro solitudine e spopolamento, ispirato alle esperienze avviate in Svezia e Norvegia

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Per chi non avesse seguito le puntate precedenti – e la politica catanzarese, va riconosciuto, non sempre agevola lo spettatore – la vicenda può essere riassunta senza il gergo degli urbanisti. A Giovino, nella zona sud di Catanzaro, esiste un’area sportiva di quasi 26mila metri quadrati sulla quale sorgono il campo di calcio “Mirko Gullì”, una pista, gli spogliatoi, le tribune e i relativi piazzali. La Provincia l’ha venduta nel 2023 alla Co.Me.T. Srl, società rappresentata dall’imprenditore e presidente dell’U.S. Catanzaro Floriano Noto, per 1,01 milioni di euro.

La società ha chiesto al Comune di poter realizzare nello stesso lotto un complesso di student housing e silver housing: alloggi per studenti universitari e residenze con servizi destinate ad anziani autosufficienti. E’ opportuno precisare che non si tratta di una normale palazzina e neppure di una Rsa tradizionale. L’idea sarebbe quella di far vivere giovani e anziani nello stesso sistema abitativo, con spazi e attività condivisi. Il Consiglio comunale ha approvato la richiesta con 15 voti favorevoli e 7 contrari. Hanno votato contro il sindaco Nicola Fiorita, il presidente dell’Assemblea Gianmichele Bosco, il Pd, Cambiavento e le altre componenti del centrosinistra. Il sì è arrivato da centrodestra, gruppo Misto e forze civiche. È da quel momento che una pratica urbanistica si è trasformata in una battaglia politica: per alcuni un investimento capace di guardare alla Catanzaro dei prossimi decenni; per altri l’ennesima “speculazione edilizia”. Come spesso accade, tra il paradiso promesso e l’inferno annunciato c’è un luogo meno frequentato: quello dei fatti.

Cosa ha approvato davvero il Consiglio

Il Consiglio non ha approvato un progetto esecutivo e non ha rilasciato un permesso di costruire. Ha compiuto un passaggio preliminare ma sostanziale: all’interno della zona urbanistica F2 ha sostituito la funzione di verde e sport con quella di “attrezzature di interesse comune”. Tecnicamente l’area resta F2. Le Norme del Piano regolatore permettono al Consiglio di scegliere, caso per caso, tra verde sportivo, istruzione, parcheggi e servizi di interesse comune. In quest’ultima categoria sono espressamente comprese case per anziani, collegi, ostelli e istituzioni assistenziali. Definire l’operazione una deroga al Prg è quindi discutibile. Si può contestare la scelta politica, ma il potere del Consiglio di assegnare una delle funzioni previste è scritto nelle norme vigenti. C’è però una condizione decisiva: il Prg vieta l’uso residenziale che non sia funzionale alla gestione dei servizi. Gli edifici non potranno dunque diventare, almeno sulla carta, normali appartamenti da immettere liberamente sul mercato. È proprio su questo punto che dovranno intervenire progetto, convenzione e controlli comunali.

Non la solita Rsa, ma una comunità tra generazioni

L’aspetto più interessante dell’operazione è il modello sociale che potrebbe contenere. Il silver housing si rivolge a persone anziane ancora autonome, che non hanno bisogno dell’assistenza continua di una Rsa ma desiderano abitazioni accessibili, sicurezza, socialità e servizi attivabili quando necessari. Accanto a loro vivrebbero studenti universitari, con spazi comuni e occasioni di incontro.

L’idea non è che gli studenti sostituiscano medici, infermieri o operatori sociosanitari. Sarebbe una trovata suggestiva, ma fortunatamente nessuno ha ancora proposto l’esame di geriatria in cambio dell’affitto. Il principio è un altro: contrastare solitudine e isolamento mettendo in relazione persone che si trovano in fasi opposte della vita, ma spesso condividono lo stesso bisogno di comunità. L’Organizzazione mondiale della sanità considera la solitudine un fattore capace di incidere sulla salute fisica, mentale e sulla qualità della vita. Prevenire l’isolamento, quindi, non è animazione da villaggio turistico. È una componente del welfare. Una struttura del genere non sostituirebbe le Rsa per gli anziani non autosufficienti. Potrebbe però consentire a molte persone di conservare più a lungo la propria autonomia, rinviando o evitando l’ingresso in strutture sanitarie molto più onerose per le famiglie e per il sistema pubblico.

In Svezia e Norvegia lo stanno già facendo

Il progetto di Floriano Noto sembra ispirarsi al nuovo modello scandinavo che in tema di welfare è primo al mondo. Due esempi per capire meglio l’orizzonte al quale potrebbe arrivare Giovino.

A Helsingborg, in Svezia, funziona SällBo, un complesso con 51 appartamenti: 31 destinati agli ultrasettantenni e gli altri a giovani tra i 18 e i 25 anni. Gli alloggi sono indipendenti, ma i residenti condividono cucine, biblioteca, palestra, laboratori, sala cinema e giardino. Ogni inquilino si impegna a partecipare per almeno due ore alla settimana ad attività comuni. Si cucina, si conversa, si organizzano iniziative e ci si aiuta nella quotidianità. Il progetto, illustrato sul portale della città di Helsingborg, nasce per ridurre solitudine e separazione tra generazioni.

A Oslo, in Norvegia, Ulvenplassen riunisce nello stesso complesso sei unità abitative condivise per giovani e 62 appartamenti adatti agli anziani, oltre a spazi e servizi comuni. L’obiettivo dichiarato dal promotore OBOS è permettere a più generazioni di vivere “porta a porta” e costruire relazioni capaci di prevenire l’isolamento. Naturalmente una citazione della Svezia non trasforma automaticamente Giovino in Scandinavia. Per quello, oltre agli edifici, servono organizzazione, selezione degli ospiti, regole, personale e attività condivise. Il welfare non si realizza mettendo due targhe – “studenti” da una parte e “anziani” dall’altra – sullo stesso cancello. Ma il modello esiste. E funziona abbastanza da meritare un esame più serio del timbro preventivo “speculazione”.

Catanzaro invecchia mentre perde abitanti

La premessa demografica è difficilmente contestabile. Secondo il Documento unico di programmazione del Comune, alla fine del 2022 a Catanzaro vivevano 20.022 persone con più di 65 anni, oltre il 23 per cento della popolazione. Nel frattempo diminuiscono giovani e residenti. Gli abitanti sono passati dagli 85.889 registrati alla fine del 2022 agli 84.961 dell’anno successivo. L’invecchiamento, dunque, non è una previsione esotica. È già dentro le famiglie, nei quartieri e nei conti pubblici. L’Ocse ricorda che l’Italia è tra i Paesi più anziani e che i servizi rivolti alle persone non autosufficienti restano frammentati, con forti differenze territoriali.

L’Istat ha rilevato che nel Sud sono disponibili appena 3,4 posti nelle strutture residenziali ogni mille abitanti, contro i 10,5 del Nord-Est. Immaginare soluzioni intermedie tra la casa tradizionale e la Rsa non è quindi un lusso per pensionati benestanti: è una necessità destinata a crescere.

L’università ha 12mila studenti e 240 posti letto

Anche sul versante giovanile il bisogno esiste. L’Università Magna Graecia indica una comunità accademica di circa 12mila studenti, mentre la Fondazione UMG mette a disposizione 240 posti letto nelle residenze del campus di Germaneto. Non tutti gli iscritti sono fuori sede, naturalmente. Ma l’offerta strutturata rimane limitata. Uno studentato a Giovino potrebbe portare presenze durante tutto l’anno, sostenere commercio, ristorazione, servizi e trasporto pubblico. La distanza da Germaneto impone però una condizione: collegamenti frequenti e affidabili. Uno studentato senza trasporti rischierebbe di offrire una magnifica vista e una pessima puntualità alle lezioni. Con navette e convenzioni con l’ateneo, invece, Giovino potrebbe diventare parte di un campus urbano diffuso.

Pensionati di ritorno: una possibile economia della “tornanza”

Il progetto potrebbe intercettare anche una domanda che la Calabria raramente prova a organizzare: quella dei pensionati che desiderano trasferirsi in luoghi dal clima migliore e dal costo della vita più sostenibile. Catanzaro può offrire mare, temperature più miti, servizi sanitari e universitari, collegamenti e costi generalmente inferiori rispetto alle grandi città settentrionali. Giovino aggiunge la vicinanza alla costa e un quartiere capace di vivere ben oltre la stagione estiva.

C’è poi il bacino dei calabresi che hanno trascorso la vita lavorativa al Nord o all’estero. Persone che, raggiunta la pensione, potrebbero voler tornare nella propria terra senza rinunciare a sicurezza, assistenza e vita sociale. È quella che viene chiamata “tornanza”: non il rientro nostalgico nella casa abbandonata quarant’anni prima, magari priva di ascensore, ma una scelta di vita organizzata e accompagnata da servizi. Ogni nuovo residente porta consumi e domanda di lavoro: assistenza, ristorazione, manutenzione, pulizie, fisioterapia, sicurezza, attività ricreative e trasporti. Un’economia meno intermittente del turismo balneare, perché il pensionato non riparte alla fine di agosto. È una prospettiva credibile, non ancora una certezza. Per sapere quante persone sarebbero realmente interessate servono uno studio della domanda, le tariffe e il piano industriale. Anche le idee migliori, purtroppo, non compilano da sole i business plan.

Legambiente protesta, ma il progetto non è sulla spiaggia

Legambiente ha definito la decisione una scelta “vergognosa”, denunciando nuovo consumo di suolo, pressione edilizia e cancellazione di un impianto sportivo. La preoccupazione per il futuro di Giovino è legittima. Ma il luogo concreto dell’intervento merita qualche precisazione. Non si costruisce sulla spiaggia, sulla pineta o direttamente sulle dune. Il lotto è un’area di 25.940 metri quadrati già trasformata e urbanizzata, occupata dal campo di calcio, dalla pista, dagli spogliatoi, dalle tribune, dai parcheggi e dai piazzali. Fa parte di un distretto di oltre 65mila metri quadrati nel quale si trovano già piscina, Palagiovino, polifunzionale “Angelo Mammì”, Commissariato e terminal dell’Amc. Nessun ombrellone, almeno per il momento, dovrà arretrare davanti alle ruspe. Questo non elimina l’impatto urbanistico. Gli edifici genereranno traffico, consumi, scarichi e un carico maggiore rispetto al campo. La funzione sportiva, inoltre, andrà sostituita o recuperata altrove. Ma confondere un impianto già urbanizzato con la spiaggia rende lo slogan più semplice e la realtà meno precisa.

Il potenziale edificatorio sale a 51.880 metri cubi

La decisione del Consiglio produce comunque un effetto misurabile. Per il verde sportivo il Prg prevede un indice massimo di 0,50 metri cubi per metro quadrato. Per le attrezzature di interesse comune l’indice sale a 2 metri cubi per metro quadrato. Applicando il parametro ai 25.940 metri quadrati, il tetto teorico passa da 12.970 a 51.880 metri cubi. L’altezza massima consentita sale da 5,50 a 11,50 metri. Non significa che l’intera cubatura sarà utilizzata. La quantità effettiva sarà stabilita dal progetto, che dovrà rispettare permeabilità, distanze, parcheggi, verde e gli altri vincoli. È però il motivo per cui il Comune non può limitarsi ad applaudire l’investimento. Quando una decisione pubblica amplia le possibilità di utilizzazione di un bene privato, la collettività deve sapere cosa riceverà in cambio.

Quando si scambia il controllo con il divieto

Prima ancora del voto, Sinistra Italiana aveva parlato pubblicamente di “ennesima operazione di speculazione edilizia”, sostenendo che la città non potesse piegarsi agli interessi privati. Pd e Cambiavento sono poi confluiti sullo stesso fronte contrario. Il profitto privato, però, non è di per sé una prova di speculazione. Altrimenti bisognerebbe chiudere per precauzione alberghi, cliniche, supermercati e buona parte delle attività produttive. Una sinistra contemporanea dovrebbe chiedere tariffe accessibili, posti riservati, tutela del lavoro, servizi per il quartiere, trasporti, verde, controllo pubblico e una soluzione per lo sport. Dovrebbe cioè governare l’investimento, non aspettare sulla porta con il cartello “no” già stampato.

Respingere un progetto rivolto ad anziani e studenti perché promosso da un’impresa produce un curioso paradosso: modelli celebrati quando vengono realizzati nel Nord Europa diventano sospetti appena provano ad attraversare lo Stretto. Naturalmente il centrosinistra può ritenere sbagliata la localizzazione o insufficiente l’istruttoria. Sono valutazioni politiche legittime. Ma accanto al rifiuto dovrebbe indicare un’alternativa: dove realizzare gli alloggi universitari, come rispondere all’invecchiamento e con quali risorse riqualificare stabilmente il campo sportivo. Perché la destinazione sportiva impressa su una cartina non corre, non segna e non paga la manutenzione.

Un’opportunità da regolare, non un atto di fede

Il progetto Noto può rappresentare un investimento capace di guardare alla Catanzaro dei prossimi vent’anni. Può mettere insieme generazioni, attrarre pensionati, favorire il ritorno dei calabresi emigrati, aumentare l’offerta per gli studenti e creare lavoro nei servizi. Ma il condizionale resta obbligatorio. Occorre conoscere il numero degli alloggi, i posti letto, l’investimento, le tariffe, il soggetto gestore, i livelli occupazionali e il cronoprogramma. Bisogna sapere quali spazi saranno realmente condivisi, quali servizi saranno garantiti e come verrà impedita una futura trasformazione in residenza ordinaria.

Il Comune dovrà pretendere una convenzione rigorosa, con obblighi, controlli e sanzioni. Serviranno trasporti verso Germaneto, interventi sulle reti e una soluzione per le attività sportive. Solo così lo slogan scandinavo potrà diventare welfare catanzarese. Dire sì senza condizioni sarebbe ingenuo. Dire no senza discutere le condizioni è soltanto più comodo. E una città che perde abitanti non ha bisogno né di ingenui né di custodi dell’immobilismo: ha bisogno di amministratori capaci di trasformare il capitale privato in interesse pubblico.

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