Bene, brava, bis. 1.413 giorni. Il Governo Meloni supera il Berlusconi II e diventa il più longevo della storia repubblicana. A Bari si festeggia con uno slogan: “Il Governo più stabile, l’Italia più forte”.
La stabilità è un valore, soprattutto in un Paese che ha consumato governi a velocità impressionante. Ma se oggi è il tempo a diventare misura del successo, prendiamo sul serio il cronometro. E facciamolo partire anche fuori da Palazzo Chigi.
L’impatto economico sulla quotidianità e il costo della vita
Quanto dura uno stipendio, dopo anni di perdita del potere d’acquisto? Arriva davvero alla fine del mese? Quanto durano venti euro di benzina, soprattutto in Calabria, dove i carburanti viaggiano sopra la media nazionale? Meno di dieci litri. Per chi prende l’auto ogni mattina per lavorare, pochi giorni. E quanto dura l’attesa per curarsi?
Qui le responsabilità sono distribuite tra Stato, Regioni e aziende sanitarie e sarebbe scorretto attribuire al Governo nazionale la gestione di una singola agenda sanitaria. Ma per il cittadino il cronometro è uno solo.
I tempi d’attesa della sanità e le risposte del sistema sociale
A Cosenza, a un paziente con tumore alla prostata che necessitava di una PET PSMA per verificare la presenza di metastasi, nel dicembre 2025 fu indicata come prima disponibilità agosto 2026. Nove mesi. Il tempo di mettere al mondo un figlio. Per sapere se un tumore si è diffuso. Una pratica può aspettare. Un tumore no.
E una vita di contributi quanto dura? Trent’anni, trentacinque, quaranta. Nel 2026 la pensione ordinaria di vecchiaia richiede 67 anni e almeno vent’anni di contributi. Per i parlamentari il sistema è oggi contributivo, ma il diritto al trattamento pensionistico può maturare dopo cinque anni di mandato, secondo le condizioni previste dalle Camere.
Poi c’è un tempo che nessun cronometro riesce davvero a raccontare. Ventiquattr’ore al giorno. Sette giorni su sette. Per anni. È il tempo di una madre o di un padre che assiste un figlio con una grave disabilità. A Pietralata, pochi giorni fa, Luca, Valentina e la piccola Bianca, cinque anni e gravemente disabile, sono stati trovati morti nella loro casa. Sarebbe scorretto trasformare quella tragedia in un capo d’accusa politico. Ma sarebbe ancora più comodo ignorare le cinque parole lasciate dai genitori: “Da soli non ce la facciamo”. Cinque parole che valgono più di molti convegni sui caregiver.
Il bilancio della stabilità e la sfida dei risultati
E allora torniamo ai 1.413 giorni. Un record è un record. Tuttavia il tempo trascorso al Governo non è soltanto qualcosa da festeggiare, è tempo avuto a disposizione.
Per difendere il potere d’acquisto di chi lavora. Per intervenire sul costo della vita. Per costruire, insieme alle Regioni, una sanità in cui aspettare non diventi una seconda malattia. Per accompagnare dignitosamente un lavoratore alla pensione. Per dare risposte concrete a chi assiste ogni giorno una persona non autosufficiente.
Perciò il cronometro teniamolo pure acceso, ma accanto a quello che conta i giorni di Palazzo Chigi mettiamo quello che conta i giorni di chi aspetta. Chi aspetta lo stipendio e lo vede finire troppo presto, chi una PET e non può chiedere al tumore di aspettare con lui. Perché la longevità di un Governo si chiama stabilità, invece quella di una lista d’attesa si chiama disservizio, quella di uno stipendio che non basta si chiama impoverimento. E ancora: quella di quarant’anni di contributi si chiama lavoro.
Quella di una famiglia che continua a chiedere aiuto si chiama solitudine.
1.413 giorni sono un primato ma sono anche 1.413 giorni avuti per governare. Di qui, il rovescio di ogni record: più a lungo hai avuto il tempo, più diventa difficile spiegare a chi aspetta perché debba aspettare ancora.












