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18 Giugno 2026
18 Giugno 2026
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“Nessuno infanghi la riforma, siamo persone perbene”: Mulè trasforma il referendum in una questione morale

All’Università della Calabria il vicepresidente della Camera alza i toni: difesa identitaria del Sì, attacco ai magistrati critici e il caso Palamara evocato come prova di un sistema. Il vero bersaglio è chi osa dissentire

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Il referendum sulla giustizia diventa, nelle parole di Giorgio Mulè, una linea di demarcazione morale. Non solo un voto su una riforma costituzionale, ma una distinzione netta tra chi sta “dalla parte giusta” e chi, criticando, rischia di finire dall’altra.

All’Università della Calabria, a Rende, Mulè reagisce a una provocazione dal pubblico e alza subito il livello dello scontro: “Nessuno si permetta di infangare il referendum dando patenti di legalità, perché siamo tutte persone perbene. Qui non c’è nessuno che può arrogarsi il diritto di stabilire chi è perbene e chi no solo perché sostiene il Sì o fa parte del governo”.

Il giudice “terzo” come architrave della riforma

Nel merito, Mulè rivendica la riforma come una svolta storica, insistendo sulla separazione delle carriere e sulla figura del giudice terzo e imparziale, presentata come la vera novità per i cittadini. “Questa riforma non è punitiva, non taglia le unghie alla magistratura e non salva nessuna casta. Al contrario, rafforza autonomia e indipendenza perché consente finalmente al cittadino di entrare in un’aula di giustizia sapendo che davanti a sé ci sono il pubblico ministero, la difesa e un giudice davvero terzo, libero da ogni condizionamento”.

Secondo Mulè, il cambiamento avrebbe anche un valore simbolico: “Si supera definitivamente un retaggio dell’ordinamento fascista che prevedeva l’unicità delle carriere. È un passo di civiltà giuridica che riguarda tutti, non è né di destra né di sinistra”.

Lo scontro con la magistratura critica

Il tono si fa più duro quando Mulè risponde alle critiche provenienti da una parte della magistratura. Nessuna apertura al confronto, nessuna prudenza lessicale. “La Costituzione parla in modo chiaro e cristallino e solo chi fa finta di non sentire può metterne in discussione il significato. Chi sostiene che questa riforma mina l’autonomia o l’indipendenza della magistratura mente spudoratamente”.

Particolarmente caustico il riferimento a un procuratore che ha evocato rischi per la “condizione spirituale” della magistratura: “Quando leggo che si parla di condizione spirituale messa in pericolo dalla riforma, alzo le mani, mi arrendo e prego ardentemente affinché qualcuno da lassù illumini chi continua a diffondere ignoranza e malafede”.

Il fantasma Palamara e “il sistema”

Nel discorso entra anche il caso Palamara, evocato come dimostrazione plastica di un problema strutturale all’interno della magistratura. “Palamara non era un’eccezione, era la punta dell’iceberg di un sistema. Basta leggere le chat per capire le pressioni, le richieste di raccomandazioni, i meccanismi di potere che esistevano”.

Ma Mulè insiste su un punto politico preciso: “Alla fine ha pagato solo Palamara, mentre quel sistema è rimasto in piedi. Ed è proprio per questo che io voglio una magistratura libera, davvero indipendente, sottratta a logiche correntizie”.

Conte in platea, ma il bersaglio è altrove

All’iniziativa è presente anche Giuseppe Conte, ma il confronto diretto resta secondario. Mulè non costruisce il suo intervento contro l’opposizione politica, bensì contro chi, dentro e fuori la magistratura, critica la riforma. Il referendum, nelle sue parole, diventa così un test di legittimità morale prima ancora che istituzionale. E l’avvertimento finale resta sospeso nell’aria dell’aula universitaria: nessuno osi infangarlo, perché – conclude implicitamente Mulè – a sostenerlo sono “persone perbene”.

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