Ci sono parole che in politica attraversano indenni tutte le stagioni. Cambiano partiti, coalizioni e qualche volta persino gli avversari, ma loro rimangono disponibili per ogni occasione. Una di queste è certamente riformismo.
“Un esempio di coraggio”
In questi giorni in Calabria sembra essere diventata la parola del momento. Il Governatore Occhiuto parla della necessità di costruire nel centrodestra una grande area liberale e riformista, guarda a Calenda, Marattin, Maria Elena Boschi e ai riformisti che non si riconoscerebbero più nel centrosinistra. Non per lasciare il centrodestra, è bene precisarlo, ma per rafforzarlo. Poi arriva la presentazione cosentina del suo libro. Teatro Rendano, prima fila, Sandro Principe. Una dedica del presidente al sindaco di Rende: “un esempio di coraggio, di riformismo e di intelligenza di governo”. È bastato uno sguardo, raccontato dalla stampa, perché si cominciasse già a immaginare un nuovo centro liberale e riformista. Per ora, però, abbiamo uno sguardo, una dedica e alcune dichiarazioni. Un progetto politico e soprattutto un programma comune ancora non si vedono.
Tutto legittimo.Ma prima di fondare l’ennesimo riformismo sarebbe utile capire di quale riformismo stiamo parlando, perché esiste il riformismo delle idee e delle scelte di governo e può esisterne uno certamente più comodo: il riformismo di collocazione, quello che consente di governare con Fratelli d’Italia e Lega e contemporaneamente proporsi come punto di raccolta dei liberali e dei riformisti provenienti dal campo opposto.
La maggioranza regionale
La maggioranza regionale è composta, tra gli altri, proprio da Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega e alcuni episodi recenti rendono la questione ancora più interessante. Occhiuto sostiene che Forza Italia debba essere più liberale, riformista e aperta sui diritti civili. Contemporaneamente esprime un giudizio positivo sulla leadership di Giorgia Meloni e chiarisce che non pretende sia lei a diventare una «riformista liberale»: quel compito dovrebbe spettare a Forza Italia. Una divisione del lavoro politicamente possibile, ma singolare: la destra può continuare a fare la destra mentre Forza Italia prova a convincere i riformisti a entrare nella stessa coalizione.
Poi c’è il rapporto tra Calenda e Vannacci. Occhiuto ha dichiarato di auspicare un centrodestra che guardi “più a Calenda che a Vannacci”. Anche qui la direzione è chiara, meno chiare sono le conseguenze. Perché se le due prospettive sono tanto diverse da indicarne una come quella verso cui andare e l’altra come quella dalla quale prendere le distanze, prima o poi la distinzione dovrebbe produrre qualche scelta concreta, altrimenti si realizza un piccolo capolavoro: guardare verso Calenda continuando a governare tranquillamente con la Lega, di cui non si può negare che Vannacci sia stato fino a poche settimane fa esponente di rilievo incoronato dallo stesso Salvini. Così la bussola indica una direzione mentre la macchina rimane nella stessa coalizione.
Infine ci sono Boschi, Calenda, Marattin e i «riformisti reietti del campo largo» invitati ad avvicinarsi a Forza Italia per rafforzare il centrodestra.Anche qui il movimento sembra dover avvenire esclusivamente in una direzione: non è l’attuale centrodestra che cambia preventivamente natura per costruire qualcosa di nuovo; sono i riformisti provenienti da altre esperienze che vengono invitati a raggiungerlo.
Il tema della collocazione diventa sostanza politica
Ed è qui che il tema della collocazione diventa sostanza politica. Perché essere riformisti dovrebbe significare anche essere disponibili a pagare qualche prezzo per le proprie idee. Che cosa si è disposti a non fare pur di rimanere tra i primi eletti? Quale compromesso si è pronti a rifiutare? Quale posizione si è disposti eventualmente a perdere? Quando una differenza culturale diventa abbastanza importante da produrre una scelta conseguente? Altrimenti il riformismo rischia di trasformarsi in una straordinaria invenzione geometrica: allargare continuamente il centro senza restringere mai nessuno dei lati.
Ma c’è una verifica ancora più importante. La Calabria. Occhiuto rivendica come esempi del proprio metodo riformista il riordino dei Consorzi di bonifica, gli interventi nei settori idrico e dei rifiuti, le scelte sugli NCC, l’utilizzo dei medici cubani e altri provvedimenti che dimostrerebbero la capacità di cambiare sistemi rimasti immobili per anni.
Prendiamo sul serio questa rivendicazione. Dopo anni di governo regionale, quanto è cambiata strutturalmente la Calabria? Sanità, trasporti, occupazione giovanile, emigrazione, agricoltura, aree interne, università, pubblica amministrazione, investimenti, politiche industriali, welfare. Per ciascun settore occorrerebbe distinguere ciò che è stato finanziato da ciò che è stato realmente riformato, perché spendere risorse pubbliche non significa necessariamente riformare. Un bando non cambia automaticamente un sistema, un progetto inaugurato non equivale a un risultato e la comunicazione di ciò che si sta facendo non può sostituire la misurazione di ciò che è effettivamente cambiato.
La domanda che nasce spontanea
E allora una domanda, inevitabilmente, sorge spontanea. Se tutte queste riforme hanno già migliorato così profondamente la Calabria, com’è possibile che proprio in questi giorni tanti calabresi sembrino non essersene accorti? Possibile che gli agricoltori che protestano, le imprese che denunciano difficoltà, i giovani che continuano a partire, le famiglie alle prese con il costo della vita e i cittadini che sperimentano quotidianamente i problemi della sanità e dei servizi non abbiano ancora percepito gli effetti di questa grande stagione riformatrice?
Forse bisognerebbe informarli meglio, oppure bisognerebbe prendere in considerazione un’ipotesi meno rassicurante: che stia crescendo la distanza tra la Calabria raccontata e quella vissuta.
Da una parte incontri pubblici, presentazioni, convegni, annunci, libri, celebrazioni dei risultati e discussioni sui nuovi scenari politici, molto spesso con protagonisti che frequentano da anni gli stessi luoghi della politica.Dall’altra aziende che faticano, lavoratori e famiglie che fanno i conti con redditi insufficienti, giovani che cercano opportunità altrove, servizi che continuano a mostrare criticità e interi settori produttivi che arrivano alla protesta per farsi ascoltare.
Due rappresentazioni della stessa Regione che sembrano talvolta appartenere a mondi diversi.E quando la distanza tra la vita reale e quella raccontata negli incontri pubblici dei protagonisti della politica diventa troppo ampia, la questione comincia a diventare persino imbarazzante.
Non perché tutto ciò che viene fatto sia necessariamente sbagliato,sarebbe una conclusione semplicistica, ma perché una riforma dovrebbe prima o poi produrre un cambiamento riconoscibile anche fuori dalla sala nella quale viene raccontata.
Meno annunci e più indicatori
Questo Osservatorio continuerà quindi a utilizzare un criterio molto semplice: meno annunci e più indicatori, meno narrazione e più risultati, e lo stesso criterio dovrebbe valere per il riformismo.
Potremmo scoprire che in Calabria è realmente nato un modello riformista e che i risultati lo dimostrano.Oppure che, mentre alcuni problemi strutturali continuano ad attendere soluzione, la politica è diventata molto più veloce nel riformare la geografia delle proprie collocazioni.
Ed è forse arrivato anche il momento che chi del riformismo, quello vero, ha fatto storicamente la propria bandiera batta un colpo.Non per stabilire chi debba stare con chi e neppure per partecipare alla costruzione dell’ennesimo contenitore, ma per dire cosa significa essere riformisti oggi.
Cambiare ciò che non funziona anche quando è scomodo,contrastare le rendite di posizione anche quando appartengono al proprio campo,misurare le politiche dai risultati e non dalla quantità di risorse distribuite e mettere la coerenza delle idee davanti alla conservazione delle posizioni personali.
Soprattutto significa intervenire adesso, non quando gli equilibri saranno definiti e sarà più semplice capire dove convenga stare, perché la coerenza politica è facilmente riconoscibile quando comporta qualche rischio. Quando arriva dopo aver capito da quale parte soffia il vento, diventa più difficile distinguerla dalla convenienza.
È per questo che lo “sguardo d’intesa” tra Occhiuto e Principe è interessante ben oltre la fotografia di una serata.Pone una domanda che riguarda tutti coloro che oggi si definiscono riformisti:il riformismo serve ancora a cambiare la società o rischia di diventare lo strumento attraverso il quale una classe dirigente trova sempre la collocazione più adatta nella società che cambia?
Prima di aprire il nuovo cantiere del centro liberale e riformista, quindi, sarebbe opportuno verificare i lavori già eseguiti, anche perché in politica, come nell’edilizia, prima di inaugurare un nuovo cantiere sarebbe buona norma controllare se e come sono finiti quelli precedenti.
*Osservatorio per il Socialismo Riformista “Anna Kulischioff”















