9 Ottobre 2026
9 Ottobre 2026
spot_img
spot_img

Omicidio Stancapiano a Reggio Calabria, Putortì condannato a 15 anni e 6 mesi: perché i giudici hanno escluso la legittima difesa

Depositate le motivazioni della sentenza di primo grado anche sul tentato omicidio di Giovanni Bruno, avvenuti il 27 maggio 2024. Riconosciuta la provocazione, ma esclusa la legittima difesa, anche nella forma domiciliare

spot_img
spot_img
spot_img

Quindici anni e sei mesi di reclusione per l’omicidio di Alfio Stancapiano e il tentato omicidio di Giovanni Bruno. È la pena inflitta a Francesco Putortì dalla Corte d’Assise di Reggio Calabria per i fatti del 27 maggio 2024, al centro delle motivazioni depositate dai giudici di primo grado.

La vicenda si consumò all’interno dell’abitazione dell’imputato. Secondo la ricostruzione giudiziaria, Stancapiano e Bruno erano entrati in casa attraverso una finestra laterale con l’intenzione di compiere un furto, mentre altri due complici sarebbero rimasti all’esterno.

Al rientro, Putortì si accorse della presenza di estranei al piano superiore. Prese quindi un coltello dalla cucina e raggiunse i due uomini. Nel corso dell’incontro, Stancapiano fu colpito all’addome, riportando una ferita mortale, mentre Bruno venne ferito gravemente alla schiena e al torace. Entrambi stavano tentando di allontanarsi dall’abitazione.

Perché la Corte ha escluso la legittima difesa

Il nodo centrale delle motivazioni riguarda la possibilità di invocare la legittima difesa, compresa quella domiciliare. La Corte ha escluso che, nelle circostanze ricostruite, ricorressero i presupposti necessari per riconoscere questa causa di giustificazione.

Nella valutazione dei giudici assume rilievo la consapevolezza che Putortì avrebbe avuto delle condizioni dell’abitazione. L’imputato sapeva che la moglie si trovava dal dentista e che il figlio era a scuola. La porta d’ingresso, inoltre, era chiusa a doppia mandata.

Questi elementi sono stati considerati rilevanti per escludere che vi fosse un pericolo attuale per l’incolumità tale da rendere necessaria la reazione armata. Secondo il ragionamento della Corte, Putortì avrebbe potuto scegliere condotte alternative, come contattare le forze dell’ordine oppure segnalare verbalmente la propria presenza agli intrusi.

La reazione, pertanto, non è stata ritenuta una risposta inevitabile a una situazione di pericolo imminente, ma il risultato della scelta di affrontare direttamente gli uomini presenti in casa, dopo essersi procurato un coltello.

Riconosciuta la provocazione, negate le attenuanti generiche

Se da una parte la Corte ha escluso la legittima difesa, dall’altra ha riconosciuto l’attenuante della provocazione. La violazione del domicilio è stata considerata un elemento idoneo a spiegare lo stato d’ira dell’imputato e a incidere sulla determinazione della pena.

Diversa la valutazione sulle attenuanti generiche, che non sono state concesse. In questo caso, i giudici hanno preso in considerazione il comportamento successivo ai fatti, soffermandosi sul mancato riferimento iniziale all’impiego del coltello e sul lavaggio dell’arma. Nelle motivazioni viene inoltre evidenziata l’assenza di una manifestazione di ripensamento critico rispetto alla condotta tenuta.

La distinzione è rilevante sul piano giuridico: il riconoscimento della provocazione non equivale a considerare legittima la reazione, ma incide sul trattamento sanzionatorio dopo che è stata esclusa la causa di giustificazione invocata.

Il calcolo della pena e le conseguenze accessorie

La pena complessiva di 15 anni e 6 mesi di reclusione è stata determinata partendo dal minimo edittale previsto per l’omicidio, con la riduzione di un terzo riconosciuta in relazione all’attenuante della provocazione. A questa quantificazione si è aggiunto l’aumento di un anno e sei mesi per il tentato omicidio di Bruno, in continuazione con il reato più grave.

Alla condanna si affiancano le pene accessorie, la misura di sicurezza della libertà vigilata e le statuizioni civili relative al risarcimento dei danni in favore delle parti lese.

Una sentenza di primo grado, non definitiva

Il deposito delle motivazioni consente di conoscere le ragioni con cui la Corte d’Assise ha escluso la legittima difesa e riconosciuto la provocazione, distinguendo i presupposti della responsabilità penale dagli elementi considerati ai fini della pena.

Occorre ricordare che la decisione è di primo grado e non è definitiva. L’esito di eventuali impugnazioni e le successive valutazioni dei giudici competenti potranno incidere sul quadro giudiziario. Resta quindi ferma la necessità di distinguere la condanna pronunciata in questa fase dall’esito definitivo del procedimento.

spot_img
spot_img
spot_img

ARTICOLI CORRELATI

spot_img
spot_img
spot_img

ULTIME NOTIZIE

spot_img
× Sponsor