Mentre il centrodestra dello Stretto si consuma in uno scontro sempre più acceso tra l’ortodossia di Forza Italia e le spinte identitarie dell’area vannacciana, il centrosinistra calabrese rischia di commettere un errore strategico: limitarsi a guardare.
Trasformare la frattura in occasione concreta
Divano, popcorn e attesa che sia l’avversario a farsi male da solo. Una tentazione comprensibile, ma politicamente pericolosa. Perché in un collegio-feudo come quello riconducibile alla roccaforte di Francesco Cannizzaro, storicamente considerato tra i più sicuri d’Italia per il centrodestra, le divisioni interne alla coalizione di governo possono aprire una breccia, ma non sono sufficienti, da sole, a garantire un ribaltamento del pronostico. La vera sfida, dunque, non è assistere alla frattura della destra. È trasformare quella frattura in un’occasione politica concreta.
Il fattore Giannetta e la crepa nel fortino azzurro
Fino a poche settimane fa, la partita per il seggio alla Camera lasciato libero dal neo-sindaco Francesco Cannizzaro sembrava praticamente chiusa. La forza elettorale di Forza Italia sul territorio lasciava poco spazio all’immaginazione e faceva apparire la competizione come una formalità. Poi è arrivato il terremoto politico rappresentato dal passaggio dell’ex capogruppo azzurro Domenico Giannetta a Futuro Nazionale, il movimento guidato dal generale Roberto Vannacci. Non una semplice defezione, dunque, ma una crepa nel sistema di consenso costruito negli anni dal partito berlusconiano sul territorio. Una frattura che modifica gli equilibri e trasforma una partita che sembrava già scritta in una competizione almeno formalmente più incerta.
Forza Italia ha infatti imposto dall’alto Fabio Roscioli nel tentativo di blindare il fortino dando ettolitri di linfa al fenomeno vannacciano che continua a cercare spazio anche dentro l’elettorato tradizionalmente vicino agli azzurri. Attenzione però, perché quella moderata è una platea non scontata, ma neanche caprona come crede qualche monarca. È in questa prateria politica che il centrosinistra dovrebbe concentrare la propria attenzione, rassicurando l’elettorato con un gioco di squadra che veda in prima linea i suoi migliori amministratori locali, di certo più utili delle star parlamentari che non si fila nessuno.
L’arrivo di Roberto Vannacci
L’arrivo di Roberto Vannacci in provincia di Reggio Calabria, previsto per il 13 settembre, aggiunge un ulteriore elemento alla contesa. L’obiettivo dichiarato dei suoi rappresentanti sul territorio non sarebbe quello di limitarsi alla presenza simbolica, ma di radicare il movimento, intercettando il malcontento e sottraendo consensi soprattutto nell’area di destra. Per il centrosinistra, il rischio è paradossale: assistere a una competizione sempre più aspra dentro il campo avversario senza riuscire a trasformarla in un proprio vantaggio.
Se la campagna elettorale verrà percepita dagli elettori come una sfida esclusivamente interna alla destra, il centrosinistra potrebbe ritrovarsi spettatore di una partita dalla quale avrebbe invece tutto l’interesse a essere protagonista. Le divisioni dell’avversario, infatti, producono un vantaggio soltanto quando qualcuno è in grado di capitalizzarle.
Nicola Irto ha colto la particolarità del momento e, come segretario regionale del Partito Democratico, ha sostenuto la candidatura del medico civico Frank Benedetto. Attorno a questo nome si è ricomposto, non senza difficoltà, il campo largo con Movimento 5 Stelle e Verdi.
Un passaggio importante, ma non sufficiente
Una candidatura, per quanto competitiva, non può sostituire una strategia politica. E una coalizione ricomposta sulla carta deve necessariamente dimostrare di esserlo anche sul territorio. Se il centrosinistra vuole davvero contendere il seggio, deve smettere di considerare la faida nel centrodestra come una rendita elettorale automatica. Deve invece entrare nella partita, occupare lo spazio politico che si sta aprendo e parlare a quegli elettori che potrebbero decidere di cambiare voto. Il momento richiede iniziativa, presenza e una campagna elettorale capace di trasformare l’incertezza dell’avversario in una proposta alternativa credibile.
In altre parole: meno popcorn, più politica. Perché il pericolo più grande sarebbe arrivare alla fine dello spettacolo convinti che la destra si sia fatta abbastanza male da perdere il seggio, per poi scoprire che, nonostante le ammaccature, il fortino è rimasto saldamente in piedi. E a quel punto i popcorn sarebbero finiti davvero.












