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28 Maggio 2026
28 Maggio 2026
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Il voto che smentisce tutti: in Calabria crolla il Campo largo e tornano i sindaci dei Comuni sciolti

Dai trionfi di Cannizzaro e Voce al caso dei quattro Comuni vibonesi, le amministrative mostrano il peso degli errori di Pd e M5S e la distanza tra partiti, Stato ed elettori

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Le consultazioni amministrative hanno rappresentato un traumatico risveglio per i partiti del così detto “Campo largo” che, dopo l’esito referendario, attraverso un’impropria traslazione di quel voto in ambito politico, davano per scontata la fine del centrodestra. Una disillusione particolarmente amara per il fronte progressista è maturata in Calabria dove, più che l’affermazione del centrodestra, che pure è stata straordinaria nei numeri, ha sorpreso l’entità della débacle del centrosinistra.

La débâcle calabrese del Campo largo

In tutti i principali comuni in cui si è votato i risultati sono stati impietosi, addirittura umilianti nei due capoluoghi di provincia: a Crotone il sindaco Voce è stato riconfermato con una percentuale di oltre il 62%, mentre a Reggio Calabria Francesco Cannizzaro ha fatto ancora meglio, riuscendo ad espugnare il comune con una percentuale vicina al 66%, dopo che per dodici anni esso era stato amministrato dal Partito Democratico con Giuseppe Falcomatà.

Percentuali di consenso così elevate non possono essere attribuite in maniera esclusiva ai meriti personali ed alle strategie politiche dei vincitori ma, insieme ad essi, necessariamente concorrono altri fattori i quali, nella fattispecie concreta, possono essere tranquillamente individuati in primo luogo nell’inadeguatezza dei responsabili regionali del PD e M5S Nicola Irto ed Anna Laura Orrico, alla quale, per quanto concerne Reggio, vanno aggiunti pure i disastrosi risultati amministrativi conseguiti da Falcomatà ed attestati dalle condizioni in cui versa la città.

Il nodo Irto e la scelta su Reggio

Non è la prima volta che Irto da prova della sua inadeguatezza, già in occasione delle ultime regionali il PD non fu in grado di esprimere neppure un candidato a governatore e, di fronte ad una difficoltà del genere, il segretario regionale, invece di tenere alta la bandiera del partito scendendo in campo direttamente contro Occhiuto, optò per la tutela della propria poltrona di deputato che, in caso di sconfitta, avrebbe potuto essere messa in discussione alle prossime politiche.

Oggi gli stessi calcoli lo hanno portato ad evitare lo scontro con il suo pari grado sia a livello nazionale che regionale Cannizzaro – essendo entrambi deputati e segretari regionali dei rispettivi partiti – che avrebbe rappresentato un segnale di netta discontinuità con l’esperienza Falcomatà, preferendo consegnare nelle sue fauci, attraverso le solite primarie farlocche, il buon Mimmo Battaglia che, al contrario, rappresentava l’emblema della continuità con la precedente amministrazione.

Il caso M5S e la lista mancata

Per quanto concerne invece la responsabile regionale del M5S, cosa si può dire se non che la stessa non è stata capace neppure di formare una lista per partecipare alla competizione elettorale di Reggio? Se il livello dei responsabili dei due maggiori partiti del Campo largo è questo, non bisogna meravigliarsi se poi il centrodestra in Calabria fa il bello e cattivo tempo, come non bisogna meravigliarsi neppure del fatto che, nonostante i plurimi risultati deludenti, i due politici continuino a rimanere al proprio posto senza sentire il bisogno di fare un passo indietro.

Da Venezia al quadro nazionale

Se dalla Calabria si passa al resto del paese, la situazione per il Campo Largo non si presenta certamente migliore; il risultato di Venezia preoccupa i leader nazionali più di quello di Reggio Calabria, in laguna avevano investito parecchio, tanto che nessuno tra Conte, Schlein, Fratoianni e Bonelli aveva rinunciato a salire sul palco per sostenere il candidato a sindaco senatore Martella.

La segretaria del PD, in particolare, nel corso del comizio finale, sicura di vincere, aveva affermato che quel risultato avrebbe fornito la spinta decisiva per mandare a casa il governo Meloni. Purtroppo per lei il candidato del centrodestra Simone Venturini ha vinto al primo turno, costringendo la Schlein, nel commentare l’imbarazzante sconfitta, al solito cambio di carte in tavola: fin quando pensava di vincere, il risultato di Venezia aveva una valenza nazionale, addirittura capace di incidere sulle sorti del Governo, dopo la sconfitta lo stesso risultato ha assunto una portata esclusivamente locale.

Le tensioni dentro il fronte progressista

Il dato però che fa emergere il pessimo umore del fronte progressista non è rappresentato dalle capriole argomentative della Schlein, che non gode di grande appeal neppure all’interno del proprio partito (l’abbandono di Marianna Madia, le polemiche prese di distanza degli europarlamentari Pina Picierno e Giorgio Gori, i mal di pancia dell’area che fa capo a Graziano Delrio sono molto indicativi), ma dalla posizione assunta da Conte, che ha prima fatto finta che nulla fosse accaduto e successivamente, quando il suo prolungato silenzio è divenuto imbarazzante, si è riservato un’analisi all’esito dei ballottaggi. Andando oltre ai proclami ante voto ed alle analisi e silenzi, di fronte alle due sconfitte più rilevanti bisogna interrogarsi sull’effettiva incidenza del voto amministrativo sulle chances di vittoria del fronte progressista alle prossime politiche.

Perché ogni voto fa storia a sé

Riteniamo che poco o nulla sia cambiato e così come avevano sbagliato tutti coloro che consideravano l’esito referendario un segnale inequivocabile della fragilità della coalizione di governo, oggi stanno commettendo lo stesso errore tutti coloro che ritengono il risultato amministrativo una garanzia di sicura riconferma dell’attuale maggioranza. La verità è che ogni competizione elettorale rappresenta un mondo a parte, che risponde a regole diverse ed i cui esiti non possono essere sovrapposti.

Il caso vibonese: quattro sindaci rieletti dopo gli scioglimenti

Chiusa questa divagazione nazionale, le conclusioni vanno dedicate alla provincia vibonese, dove sono stati rieletti ben quattro sindaci le cui amministrazioni erano state precedentemente sciolte per infiltrazioni mafiose. E’ quanto avvenuto nei comuni di Tropea, Acquaro, San Calogero e San Gregorio d’Ippona, dove sono stati rispettivamente rieletti Giovanni Macrì, Giuseppe Barillaro, Nicola Brosio e Pasquale Farfaglia.

Il giudizio degli elettori

Lasciando da parte ogni considerazione sull’attendibilità o meno delle valutazioni governative che hanno portato a suo tempo all’insediamento delle terne commissariali ed i successivi giudizi dinanzi agli organi di giustizia amministrativa ed ordinaria (alcuni dei quali ancora pendenti dinanzi al Tribunale di Vibo), e dando per scontato che a votare non siano andati solamente cittadini collusi con determinati ambienti, si arriva alla conclusione che la stragrande maggioranza degli elettori di quei comuni abbia ritenuto i sindaci eletti persone degne di fiducia ed amministrativamente capaci. Se poi si passa dai casi specifici a concetti più generali, è notorio che i cittadini, a livello di risultati amministrativi, preferiscono il peggiore dei sindaci alla migliore delle terne commissariali.

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