di Francesco Di Lieto* – Il collasso del “Pugliese” e la vergogna delle barelle nei corridoi non sono una fatalità, ma il risultato di precise scelte “bipartisan”. La retorica delle “risorse che mancano” è una menzogna smentita dalla matematica dei bilanci. Non ci credete? Tutti i governi nazionali, nessuno escluso, che si sono succeduti negli ultimi anni hanno deciso di giocare alla guerra, sottraendo alla sola provincia di Catanzaro 19,3 milioni di euro per l’invio di armi in Ucraina. Al contempo, tutti i governi regionali hanno scientemente foraggiato la sanità privata, costringendo i cittadini del nostro territorio a sborsare ben 187 milioni di euro all’anno di tasca propria per potersi curare, mentre altre decine di milioni di fondi pubblici venivano dirottati alle cliniche private accreditate.
Il buco nero della mobilità passiva
A questo si aggiunge l’umiliazione più grande, certificata dalla Corte dei Conti: un buco nero da 250 milioni di euro all’anno di mobilità passiva. Soldi pubblici dei calabresi che la Regione scippa al nostro territorio per regalarli alle casse del Nord – soprattutto in Lombardia, Emilia-Romagna e Lazio – per rimborsare le cure di chi è costretto a fuggire. Una vera e propria deportazione sanitaria organizzata. Se solo si recuperasse la metà di questo fiume di denaro che regaliamo agli ospedali altrui, avremmo 125 milioni di euro all’anno da investire a casa nostra. Significherebbe poter assumere 400 medici e 1.400 infermieri di ruolo in più all’anno, oppure dotare immediatamente il “Pugliese” e la rete territoriale di robot chirurgici ad altissima tecnologia, decine di risonanze magnetiche 3 Tesla e TAC di ultima generazione per azzerare le liste d’attesa e bloccare i viaggi della speranza.
I soldi ci sono: il problema è come si spendono
I soldi ci sono, la differenza sta solo nel come si sceglie di spenderli. I dati ufficiali della Ragioneria Generale dello Stato sul costo reale del personale parlano chiaro: se le risorse dei bilanci bellici fossero state investite sul territorio, avremmo potuto azzerare lo sfruttamento dei contratti a termine, dei gettonisti e delle agenzie interinali. Con la sola quota delle armi sottratta alla nostra provincia, lo Stato avrebbe potuto stabilizzare a tempo indeterminato e blindare per anni lo stipendio di 33 medici o 70 infermieri, garantendo quella continuità assistenziale che oggi manca. Parliamo di immettere nei reparti 15 medici e 39 infermieri in più ogni anno, azzerando i turni massacranti del Pronto Soccorso.
Ma se si bloccasse il sistema di vasi comunicanti verso i privati e anche solo un terzo dei fondi regalati o imposti verso le cliniche private venisse reinvestito nel pubblico, potremmo permetterci un esercito di oltre 1.000 nuovi professionisti della salute stabili sul territorio ogni anno: 300 medici e 730 infermieri assunti di ruolo. Avremmo finalmente reparti sicuri, ospedali d’eccellenza e un rapporto numerico personale-paziente in linea con gli standard europei, liberando una volta per tutte i corridoi dalle barelle della vergogna.
Distruggere il pubblico per spingere verso il privato
Questa è la dimostrazione plastica che lo smantellamento della medicina territoriale e il progressivo affossamento dell’emergenza-urgenza non sono figli del destino, ma di una precisa regia politica: distruggere il pubblico per spingere i cittadini tra le braccia del privato, consegnandoci una sanità di classe brutale in cui chi ha la carta di credito si cura e chi non ce l’ha viene abbandonato a se stesso.
Il nuovo ospedale e lo studio affidato a Milano
Lo si vede chiaramente nel dibattito surreale sul nuovo ospedale di Catanzaro. Mentre la politica locale si paralizza in stucchevoli guerre di campanile tra Germaneto e il centro città, assistiamo all’ennesimo insulto all’intelligenza dei cittadini: 138mila euro di soldi pubblici buttati dalla finestra per commissionare uno studio di fattibilità al Politecnico di Milano. Una vergogna intollerabile, la certificazione di una colonia permanente: siamo sempre lì, perennemente in ginocchio rispetto ai desiderata nordisti, a baciare la mano a Milano perché un’intera classe dirigente locale, incapace e pavida, non riesce nemmeno a decidere dove piazzare un mattone in casa propria e deve farsi dettare la linea da fuori.
Gettonisti, sprechi e Case di Comunità fantasma
E mentre si inchinano al Nord e regalano fiumi di denaro alle cliniche private, continuano a dilapidare risorse pubbliche in sprechi folli. Pagano fino a 150 euro all’ora i medici “gettonisti” delle cooperative esterne per tappare i buchi dei Pronto Soccorso, spendendo in pochi mesi quello che servirebbe a stabilizzare decine di professionisti di ruolo. E l’efficienza dei loro servizi? È tutta nella barzelletta della Casa di Comunità di Squillace: una struttura pronta da quasi un anno e rimasta vergognosamente sbarrata e inutilizzabile per mesi solo perché non erano capaci di fare un banale allaccio alla corrente elettrica. Questo è il livello. Intanto, ci nascondono che qualunque ospedale nascerà sarà già congestionato e morto in partenza se prima non si costruisce la sanità territoriale.
Ci riempiono la bocca con le riforme del PNRR, ma la realtà è che le 14 Case di Comunità previste dall’ASP rischiano di rimanere cattedrali nel deserto, scatole vuote senza il personale medico e infermieristico necessario per funzionare. E senza una rete territoriale che curi le persone prima che si aggravino, quasi il 70% degli accessi al Pronto Soccorso continuerà a essere fatto da codici a bassa gravità o impropri. Persone che si riversano in ospedale non per capriccio, ma perché il territorio è stato azzerato, trasformando il Pronto Soccorso nell’unico, stremato rifugio per anziani, malati cronici e fragilità delle nostre aree interne.
La vertenza per i beni comuni
Bisogna fermare questo sistema di rapina, chiudere l’ufficio accreditamenti — come ripete un mio carissimo amico e grandissimo medico “pubblico” — e unire la città in un’unica grande vertenza per la difesa dei beni comuni, a partire dalla salute e dall’acqua. Il diritto alla vita non ha confini, spetta a tutti e non si compra in clinica.
Mentre noi contiamo i morti nei corridoi e ci rassegniamo a pagare il pizzo del privato anche per un’ecografia, loro incassano dividendi sulla nostra pelle. Ci hanno tolto tutto, persino l’illusione di poter essere curati con dignità a casa nostra, trattandoci come carne da macello da spremere finché siamo sani e da costringere ai viaggi della speranza verso il Nord quando ci ammaliamo. Ma la pazienza di questa terra è finita. E a chi specula sulla nostra pelle per ingrassare le lobby delle armi e delle cliniche private, a chi svende il nostro territorio per incapacità o convenienza lasciandoci morire nei corridoi, l’augurio di cuore di tutto un popolo stanco e tradito è uno solo: andatevene a fare in culo.
*Avvocato e vice presidente del Codacons









