26 Luglio 2026
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“I boss comandano dal carcere”. In Calabria era già successo: cellulari, social e ordini dalle celle nelle inchieste della Dda

Le indagini della Procura antimafia di Catanzaro hanno documentato detenuti capaci di comunicare con l'esterno, impartire direttive e dialogare persino da un penitenziario all'altro

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Mentre  a Roma si discute se le parole del procuratore di Palermo Maurizio De Lucia siano eccessive, in Calabria quelle stesse parole sembrano avere già trovato una traduzione giudiziaria. “Le carceri non sono più sotto il controllo dello Stato“, ha denunciato il magistrato palermitano. “Vi sono conference call tra chi sta fuori, chi sta dentro e chi è in un altro carcere”. Poi la frase che ha fatto esplodere lo scontro con il ministro della Giustizia Carlo Nordio: “Le carceri non esplodono soltanto perché i detenuti non vogliono farle esplodere”. 

Parole durissime. Ma basta scendere qualche centinaio di chilometri più a sud e aprire i fascicoli della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro per scoprire che  non si tratta solo di ciò che un procuratore afferma in pubblico ma di  indagini che hanno già documentato un fenomeno inquietante e fin qui sottovalutato.

Boss detenuti che telefonano all’esterno. Smartphone e tablet nelle celle. Comunicazioni tra appartenenti alla criminalità organizzata rinchiusi in penitenziari diversi. Social network utilizzati dietro le sbarre. Direttive operative impartite dal carcere. Estorsioni e affari del clan che, secondo gli investigatori, continuano nonostante la detenzione. In Calabria questa storia ha almeno tre nomi: Call Me, Libeccio e Open Gates.

Call Me, il carcere trasformato in una centrale telefonica

Quando l’8 aprile 2025 il procuratore di Catanzaro Salvatore Curcio si presenta davanti ai giornalisti per illustrare l’operazione Call Me, il dato che emerge dall’indagine sulla cosca La Rosa di Tropea ha dimensioni difficili da liquidare come un’anomalia. La Guardia di finanza aveva monitorato oltre 30mila conversazioni. Secondo quanto riferito dagli investigatori, c’erano detenuti capaci di arrivare fino a duemila telefonate in una settimana

Il cuore dell’indagine era proprio questo: la possibilità, secondo l’accusa, per esponenti della ‘ndrina La Rosa di Tropea di continuare a mantenere rapporti con l’esterno grazie a dispositivi clandestini introdotti negli istituti penitenziari.

Curcio in quella occasione mise in fila gli strumenti trovati dietro le sbarre: microcellulari, smartphone, tablet e apparati Wi-Fi. E non parlava di un fenomeno confinato alla Calabria. Citò i dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria: 1.084 telefoni sequestrati nel 2022, 1.595 nel 2023 e 2.552 nel 2024.  Numeri che raccontano una progressione impressionante.

Non il detenuto che riesce furtivamente a fare una telefonata alla famiglia, dunque. Ma un sistema che, quando coinvolge soggetti appartenenti alla criminalità organizzata, può trasformare il telefonino in uno strumento di comando.

Il caso La Rosa: sei smartphone e migliaia di contatti

Gli sviluppi successivi dell’inchiesta hanno reso ancora più nitida la fotografia. Nella richiesta di rinvio a giudizio avanzata dalla Dda nel 2026 nei confronti di 46 persone viene ricostruito, tra gli altri, il caso di Antonio La Rosa, indicato dagli inquirenti come figura apicale della cosca tropeana e successivamente ristretto al 41 bis.

Secondo l’impostazione accusatoria, durante la precedente detenzione avrebbe avuto disponibilità di sei smartphone e cinque schede sim, intestate a soggetti stranieri e attivate fuori regione. Le conversazioni vietate contestate sarebbero state quasi cinquemila

Non soltanto telefonate. Dalle carte dell’inchiesta emerge altri e tra questi anche la contestata creazione di un profilo Facebook destinato all’utilizzo del detenuto e una rete di persone che, sempre secondo l’accusa, avrebbe effettuato ricariche e garantito i collegamenti con l’esterno. 

È necessario ricordare che si tratta di contestazioni formulate dall’accusa e che le responsabilità individuali dovranno essere definitivamente accertate nei diversi gradi di giudizio. Ma il fenomeno investigativo resta.  Il carcere che dovrebbe interrompere il circuito criminale rischia, grazie alla tecnologia, di diventarne una semplice stanza separata.

Da Tropea al Crotonese: arriva Libeccio

Poi c’è Libeccio. È il 10 marzo 2026 quando i carabinieri eseguono 19 misure cautelari nell’ambito dell’indagine della Dda di Catanzaro sulle cosche operanti tra Crotone e Isola Capo Rizzuto.

Le misure vengono eseguite non soltanto in Calabria, ma anche nelle carceri di Tolmezzo, Spoleto, Cassino, Napoli Secondigliano e Catanzaro Siano. Le contestazioni comprendono, a vario titolo, associazione mafiosa, estorsione, rapina impropria, reati in materia di stupefacenti e accesso indebito a dispositivi di comunicazione da parte di detenuti.

È qui che Curcio pronuncia parole che oggi, dopo l’affondo di De Lucia, acquistano un peso ancora maggiore. “L’operazione rivela l’ennesimo campanello d’allarme“, dice il procuratore.

Cinque dei soggetti coinvolti erano detenuti in regime di Alta sicurezza e, secondo quanto ricostruito dalla Dda, riuscivano a impartire ordini dal carcere, interagire con l’esterno e comunicare tra loro da un istituto penitenziario all’altro.  Esattamente il meccanismo descritto quattro mesi dopo da De Lucia a Palermo.

Curcio: “Alta sicurezza precaria e permeabile”

Ma Curcio va oltre. “Questa indagine – afferma – ha rivelato la precarietà e la permeabilità dei sistemi di Alta sicurezza“. E in un’altra formulazione, ancora più netta, osserva che quelle sezioni rischiano di risultare tali “solo nominalmente“, perché inadeguate a garantire l’effettiva impermeabilità del circuito. 

Il procuratore non attacca la Polizia penitenziaria. Anzi, colloca il problema sul piano strutturale e invoca un intervento del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e del ministero della Giustizia, auspicando che l’Alta sicurezza torni a essere effettivamente tale. 

È un passaggio fondamentale perché  sposta la questione dalle responsabilità dei singoli agenti – che quotidianamente operano in condizioni difficilissime – alla capacità complessiva del sistema di impedire alla criminalità organizzata di mantenere le proprie catene di comando durante la detenzione.

TikTok, Instagram e gli ordini che partono dalle celle

Libeccio mostra anche quanto sia cambiato il rapporto tra mafia e tecnologia. Secondo quanto emerso dall’indagine, alcuni detenuti avrebbero avuto accesso non soltanto alle telefonate, ma anche ai social network, in particolare TikTok e Instagram

La cella non è più necessariamente isolamento. Con uno smartphone può diventare una postazione dalla quale vedere, ascoltare, mandare messaggi, controllare profili, entrare in una videochiamata, parlare con affiliati fuori dal carcere oppure con altri detenuti rinchiusi a centinaia di chilometri di distanza. E soprattutto, secondo la Dda, può diventare il luogo dal quale continuare a esercitare autorità criminale.

L’indagine Libeccio ha ricostruito, sempre secondo l’accusa, la capacità di alcuni esponenti delle cosche crotonesi di intervenire dal carcere su estorsioni, traffici di droga e dinamiche del gruppo criminale

Prima di Curcio c’era già stato Open Gates

C’è poi un’altra inchiesta che non è stata condotta sotto la guida di Curcio – arrivato alla Procura di Catanzaro alla fine del 2024 – ma appartiene alla storia recente della stessa Dda e rende ancora più inquietante il quadro. Si chiama Open Gates.

Nel febbraio 2024 l’indagine sul carcere “Ugo Caridi” di Catanzaro, a Siano, portò all’esecuzione di 38 misure cautelari. Nel luglio successivo la Dda notificò la conclusione delle indagini nei confronti di 78 persone. Secondo l’accusa, all’interno dell’istituto avrebbero operato due gruppi criminali, uno dedito allo spaccio di cocaina, hashish e marijuana e l’altro all’introduzione, utilizzo e vendita di telefoni cellulari e schede sim. Nell’indagine finirono anche appartenenti alla Polizia penitenziaria e l’allora ex direttrice del carcere, con contestazioni che naturalmente restano soggette all’accertamento giudiziario definitivo. Anche qui il telefonino compare come merce, strumento e infrastruttura del sistema criminale.

Il filo che unisce Palermo e Catanzaro

Il procuratore di Palermo sostiene che esistono conference call fra chi è libero, chi è detenuto e chi si trova in un altro carcere.  Quattro mesi prima Curcio aveva raccontato pubblicamente un’indagine nella quale cinque detenuti in Alta sicurezza, secondo gli investigatori, parlavano con l’esterno e comunicavano tra istituti penitenziari diversi. De Lucia denuncia che il controllo delle carceri rischia di finire nelle mani delle organizzazioni criminali.

La Dda di Catanzaro ha documentato nell’arco di pochi anni: decine di migliaia di comunicazioni clandestine, smartphone nelle celle, social network utilizzati dai detenuti, direttive impartite dal carcere, contatti tra penitenziari differenti e gruppi organizzati dediti all’introduzione e alla vendita di telefoni. È difficile considerare tutto questo soltanto una somma di coincidenze.

Nordio contro De Lucia, ma resta la domanda sui fatti

Nordio ha reagito violentemente alle parole del procuratore palermitano. “È De Lucia che ha perso il controllo di sé stesso“, ha dichiarato il Guardasigilli, giudicando di “gravità inaudita” le affermazioni del magistrato e sostenendo che non si possa estendere un eventuale “fenomeno patologico” all’intero territorio nazionale. L’Associazione nazionale magistrati ha definito quello del ministro un “attacco scomposto e inaccettabile”, chiedendo invece risposte sul merito della situazione penitenziaria. 

Ma, al di là dello scontro istituzionale, resta una domanda molto più semplice. Quanti casi servono perché un fenomeno smetta di essere considerato patologico e cominci a essere considerato strutturale?

A Tropea la Dda ha contato migliaia di comunicazioni. A Isola Capo Rizzuto ha trovato detenuti di Alta sicurezza che, secondo l’accusa, continuavano a parlare con l’esterno e fra carceri diversi. A Catanzaro un’altra inchiesta aveva già scoperto un presunto mercato interno di droga, cellulari e sim.

Ciò non significa che lo Stato abbia abbandonato le carceri e sarebbe ingiusto scaricare questa responsabilità sulle migliaia di uomini e donne della Polizia penitenziaria che ogni giorno provano a governare istituti sovraffollati e complessi.

Necessaria però una seria riflessione su ciò che sta oggettivamente accadendo: una parte della criminalità organizzata ha imparato a bucare il muro della detenzione. Una volta bastavano pizzini e messaggi affidati ai colloqui. Oggi basta uno smartphone lungo pochi centimetri e un boss può tornare a impartire online i propri ordini criminali comodamente seduto nella branda della propria cella.

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