La sanità calabrese finisce nuovamente al centro del dibattito politico e istituzionale, scossa dai dati storici sull’assistenza ospedaliera e dalle pesanti critiche sulla gestione dei presidi territoriali. A delineare un quadro severo della situazione è Rosellina Madeo, Vicepresidente della Commissione Sanità, che mette in correlazione il depauperamento della rete ospedaliera con i ritardi strutturali dei nuovi progetti finanziati dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Il bilancio tracciato fotografa una contrazione drastica dei servizi essenziali negli ultimi tre decenni, con ripercussioni economiche e sociali pesantissime per la popolazione locale.
L’esponente istituzionale ha commentato i dati statistici evidenziando l’inefficacia delle attuali contromisure: “Il grande bluff delle Case di Comunità pesa come un macigno alla luce dei dati diffusi dall’Istat secondo cui la Calabria, negli ultimi 30 anni, ha perso il 60% dei posti letto negli ospedali”. Un ridimensionamento che, secondo Madeo, incide direttamente sulla mobilità passiva verso le altre regioni d’Italia: “Un lavoro di taglia e cuci che ha portato ad una forte contrazione dell’offerta sanitaria e che oggi ci presenta il conto di oltre 300 milioni di euro fatturato dal turismo sanitario che, secondo le stime, il prossimo anno salirà ancora di più”.
La crisi dei medici di famiglia e lo spettro delle scatole vuote
Il nodo centrale della polemica si sposta sulla reale operatività delle 63 Case di Comunità previste sul territorio regionale, che secondo la Vicepresidente della Commissione rischierebbero di tramutarsi in cattedrali nel deserto per via della cronica carenza di organico. Sotto accusa finiscono anche i recenti moduli organizzativi che graverebbero sui medici di medicina generale, già sovraccarichi e sottoposti a turnazioni ritenute insostenibili dal punto di vista della continuità assistenziale e del rapporto fiduciario con l’utenza.
Madeo ha sposato le rimostranze sollevate dalle sigle di categoria rispetto alle ultime disposizioni: “Le case di comunità, che nella nostra regione dovrebbero be essere ben 63, ad oggi sono scatole vuote prive di professionisti. È di queste ore la polemica del Sindacato dei medici italiani che ritiene inappropriata l’imposizione ai medici di medicina generale, già in numero insufficiente nel nostro territorio, di garantire almeno 6 ore settimanali presso queste strutture togliendo così del tempo all’esercizio vero e proprio dei medici di famiglia. Anche perché, sullo stesso filone, sono state pensate le Aggregazioni Funzionali Territoriali (Aft) per garantire la continuità assistenziale sulle 12 ore, fare squadra, decongestionare gli ospedali, servizi ai quali i medici di base hanno già dato la loro adesione. Di quante ore dovrebbe essere la giornata di un medico di famiglia”.
La consigliera ha espresso forti perplessità sulla sostenibilità dei turni lavorativi: “Servizio allo studio, ore alle Aft, ore nelle case di comunità: è possibile che la stessa persona possa coprire tutti questi turno garantendo disponibilità, servizio ottimale e mantenendo un rapporto di fiducia con i suoi pazienti”.
Il fallimento della programmazione e il nodo dei fondi Pnrr
L’analisi della Vicepresidente si sposta poi sulla gestione dei capitali europei, ritenuta priva di una visione d’insieme e limitata alla sola componente edilizia, senza un parallelo piano di assunzioni o di ammodernamento tecnologico dei macchinari. Una scelta burocratica che non avrebbe modificato l’offerta reale al cittadino, lasciando irrisolti i problemi di intasamento dei pronto soccorso e la gestione delle patologie croniche.
La critica all’impianto organizzativo della Regione è netta: “Dunque, senza una programmazione integrata e realmente concreta si è caduti nel ‘copia e incolla’ burocratico: un nuovo contenitore fisico che può e deve contare sempre sugli stessi identici medici che stavano già facendo quel lavoro a pochi chilometri di distanza. Risultato? Il servizio al cittadino resta identico, se non frammentato, ma lo Stato ha speso milioni per i muri”.
Madeo ha definito l’attuale riforma come un potenziale danno per il sistema: “Quello che doveva essere il rafforzamento della medicina territoriale per dare sollievo alla rete ospedaliera, sempre più depotenziata e in affanno, si sta rivelando una misura boomerang. I fondi del Pnrr sono stati spesi per la creazione di queste strutture ma all’interno mancano macchinari e personale medico e paramedico. Una soluzione di facciata che ad oggi non apporta alcun risultato ma che se fosse stata affiancata da una programmazione seria e al tempo stesso dalla messa in sicurezza degli ospedali già esistenti avrebbe potuto cambiare il volto della Sanità calabrese”.
La fuga dei professionisti e il primato negativo della Calabria
La polemica investe direttamente la narrazione della giunta regionale in merito all’uscita dal commissariamento della sanità, definita parziale e smentita dalle condizioni di insicurezza in cui si trovano a operare i camici bianchi. Le criticità strutturali, secondo la denuncia, starebbero provocando una vera e propria fuga di figure professionali, inclusi i contingenti di supporto giunti dall’estero negli scorsi anni.
Madeo ha rigettato i toni trionfalistici della politica calabrese: “Per quanto il governo regionale si sforzi a fare una narrazione diversa della Calabria, la realtà, come ovvio che sia, predomina sempre sulle parole melliflue e infiocchettate. Occorre una politica seria che investa sulle nostre figure professionali, non che le faccia scappare via perché timorose di operare nei nostri ospedali che non rispettano gli standard di sicurezza europei ma nemmeno quelli nazionali. Persino i medici cubani, da alcuni ospedali, sono andati via per cercare lavoro fuori regione”.
La chiosa finale è un richiamo alla concretezza dei numeri storici: “Non serve a nulla il rimpallo delle responsabilità o vedere chi in questi 30 anni abbia tagliato di più o di meno. I fondi Pnrr erano l’occasione per invertire davvero la rotta, per creare punti di riferimento per i cittadini in modo da non dover correre al pronto soccorso per qualunque cosa, e non perché i Calabresi vogliano a tutti i costi intasare gli ospedali ma perché, semplicemente, non hanno altri riferimenti a cui rivolgersi. Da qui l’importanza di ospedali e case di comunità per la presa in carico delle cronicità e l’assistenza domiciliare. Ma alla luce dei tanti milioni spesi, quali sono i risultati concreti? Oggi la fotografia è chiara ed inequivocabile: tra il 1996 e il 2023 la Calabria ha perso il 61,2% dei posti letto ospedalieri, il dato peggiore a livello nazionale. Però va tutto bene, siamo usciti dal commissariamento”.










