“Ci sono momenti in cui la vita si ferma. Momenti in cui il tempo sembra trattenere il respiro insieme a te, contro di te, mentre tutto ciò che conosci vacilla”. È così che si apre la lettera firmata da una paziente, oggi diventata una testimonianza pubblica che scuote e commuove. Il suo non è stato un episodio isolato, ma “un percorso difficile, fatto di ospedali, attese interminabili, paure che ti scavano dentro”, durato due anni. Poi il punto di non ritorno: “È stato lo scorso lunedì 22 dicembre che il destino ha deciso di mettermi davvero e di nuovo alla prova”.
“Ho visto l’ombra più buia”
Il racconto si fa crudo, diretto: “In un attimo ho visto spalancarsi davanti a me l’ombra più buia, quella che ti fa temere di perdere tutto”. Un attimo che sembra eterno, in cui la paura diventa concreta, fisica. Eppure, proprio lì, qualcosa cambia. “In quell’istante sospeso, quando il mondo sembrava crollare, non ero sola”.
Gli “angeli” con il camice
La parola ritorna più volte, quasi fosse l’unica possibile: angeli. “Accanto a me c’erano degli angeli. Angeli in carne e ossa, con il camice addosso e lo sguardo vigile di chi sa leggere il dolore prima ancora che venga pronunciato”. Non c’è enfasi retorica, ma gratitudine lucida: “È bastato un attimo, un solo sguardo, perché capissero. Perché agissero. Perché si lanciassero contro il tempo”. E ancora: “Mi hanno strappata a un destino che sembrava inesorabilmente già scritto”.
Quegli angeli lavorano all’Ospedale di Vibo Valentia, un nome che – ammette la paziente – portava con sé timori e pregiudizi. “Un luogo di cui troppo spesso si parla male, un nome che genera diffidenza. Io stessa, lo ammetto senza esitazione, lo guardavo con timore”. Oggi, però, la prospettiva è capovolta: “Sento il dovere, il bisogno profondo, urgente, di dire pubblicamente quanto mi sbagliassi”.
Dentro il reparto di Chirurgia
Il cuore della testimonianza è il reparto di Chirurgia, guidato dal Dott. Zappia. “Ho scoperto una realtà che non immaginavo”, scrive. Poi precisa: “Una realtà fatta sì di professionalità impeccabile, ma anche – e soprattutto – di umanità”. Seguono immagini che parlano da sole:
“Sguardi che rassicurano più di mille parole, sorrisi capaci di curare l’anima prima ancora del corpo, mani che ti sorreggono quando la paura diventa troppo pesante da portare da sola”.
Un grazie che non esclude nessuno
Il ringraziamento è totale: “Il mio grazie più commosso va a tutti: ai Medici, agli Infermieri, agli OSS, al personale delle pulizie. Ognuno di voi ha fatto molto più del proprio dovere”. Parole che diventano elenco di gesti concreti: “Mi avete protetta, coccolata, sostenuta, mi avete fatta sentire vista, ascoltata, considerata”.
Il decorso è stato tutt’altro che semplice: “Non sono stati giorni facili. Il dolore bussava forte. Quando ho ripreso conoscenza, l’incertezza ancora di più”. Ma il finale cambia tono: “Voi mi avete presa per mano e, passo dopo passo, mi avete riportata alla vita”. La gratitudine travalica il singolo: “Questo dono io, e chi ho di più caro al mondo, non lo dimenticherò e non lo dimenticheremo mai”. E ancora: “Vi porto nel cuore con una gratitudine che non so contenere nelle parole”. C’è spazio anche per una benedizione laica e profonda:
“Che Dio vi benedica per ogni gesto, per ogni sguardo, per ogni parola che avete scelto con cura”. Infine, la dichiarazione che dà il titolo a tutto: “Per me, sarete per sempre gli angeli che mi hanno restituita alla vita”.








