Dentro una compressa bianca che milioni di persone prendono contro il dolore, la febbre e l’infiammazione c’è anche un pezzo di Calabria. Non compare sulla confezione e non viene ricordato nel foglietto illustrativo. È il nome di Raffaele Piria, nato a Scilla il 20 agosto 1814 e considerato uno dei padri della chimica italiana.
Piria non inventò materialmente l’aspirina, che sarebbe arrivata molti anni dopo. Ma fu lui a compiere uno dei passaggi scientifici fondamentali che resero possibile quella scoperta: attraverso le sue ricerche sulla salicina, una sostanza estratta dalla corteccia del salice, riuscì a ottenere l’acido salicilico, molecola dalla quale sarebbe poi derivato l’acido acetilsalicilico utilizzato nel celebre farmaco. Una storia cominciata sulle rive dello Stretto e arrivata nei laboratori più prestigiosi d’Europa. Eppure, a 212 anni dalla nascita, il nome di Piria continua a essere molto meno conosciuto di quanto meriterebbe.
Da Scilla a Palmi, il talento di un ragazzo prodigio
Raffaele Piria nacque a Scilla, in provincia di Reggio Calabria, da Luigi Piria e Angela Tortiglione. Perse il padre quando aveva appena sei anni e, insieme al fratello maggiore Giuseppe, venne affidato prima allo zio Rocco Minasi e successivamente a uno zio paterno, commerciante d’olio, che lo accolse nella propria casa a Palmi.
Il suo talento emerse prestissimo. Studiò al Reale collegio di Reggio Calabria, mostrando una particolare inclinazione per le discipline scientifiche, ma anche per il disegno e la pittura ad acquerello. A soli 15 anni si iscrisse al Reale collegio medico di Napoli e nel 1834 conseguì le lauree in medicina e chirurgia. La sua strada, però, non sarebbe stata quella del medico. A conquistarlo fu la chimica, una scienza che all’epoca stava ancora muovendo i primi passi nello studio delle sostanze organiche. Il professore Francesco Lancillotti ne intuì le capacità e lo scelse come assistente durante le lezioni.
La scoperta che aprì la strada all’aspirina
Nel maggio del 1837 Piria lasciò Napoli e si trasferì a Parigi, entrando nel laboratorio di Jean-Baptiste-André Dumas, uno dei più importanti chimici europei. Il maestro francese lo avrebbe poi considerato uno dei migliori giovani scienziati passati dal suo laboratorio. Fu in quell’ambiente che il calabrese cominciò a lavorare sulla salicina. Attraverso una serie di esperimenti riuscì a scomporla e a ottenere l’acido salicilico, annunciando i risultati nel 1838 sulle pubblicazioni dell’Accademia delle Scienze di Parigi e sulle Annales de chimie et de physique. Dumas definì quella ricerca uno dei migliori lavori scientifici mai realizzati.
L’acido salicilico possedeva proprietà contro febbre, dolore e infiammazione, ma risultava particolarmente aggressivo per lo stomaco. Soltanto diversi decenni più tardi si sarebbe arrivati all’acido acetilsalicilico e quindi all’aspirina moderna. Piria non inventò la compressa, ma rese percorribile la strada che avrebbe condotto fino a essa.
Il maestro di una generazione di scienziati
Tornato in Italia, Piria aprì a Napoli una scuola privata di chimica e nel 1841 pubblicò un importante Trattato di chimica inorganica, destinato ad avere numerose edizioni. L’anno seguente fu nominato professore all’Università di Pisa, dove lavorò alla costruzione di una vera scuola nazionale di chimica. Tra i suoi allievi ci furono Cesare Bertagnini e soprattutto Stanislao Cannizzaro, destinato a diventare uno dei più importanti scienziati italiani dell’Ottocento. Molti giovani formatisi nel laboratorio di Piria avrebbero successivamente occupato le principali cattedre di chimica del Paese.
Le sue ricerche non si fermarono alla salicina. Studiò l’asparagina, l’acido aspartico, i derivati della naftalina e le molecole proteiche, riuscendo anche a identificare la tirosina tra i prodotti della degradazione delle proteine. Nel 1855 fondò con Carlo Matteucci “Il Nuovo Cimento”, destinato a diventare una delle più autorevoli riviste scientifiche italiane.
Dalla scienza all’impegno per l’Italia
Piria non rimase chiuso nel laboratorio. Nel 1848 aderì al battaglione universitario pisano partito per sostenere la causa nazionale, anche se la ricostruzione della Treccani precisa che non partecipò direttamente alla battaglia di Curtatone e Montanara, essendo rientrato a Pisa prima dello scontro. Nel 1856 si trasferì all’Università di Torino, dove divenne professore di chimica generale e direttore del laboratorio universitario. Dopo l’impresa garibaldina fu chiamato a Napoli come direttore tecnico della monetazione presso la Zecca e ricoprì anche l’incarico di segretario generale per la Pubblica istruzione nelle province napoletane.
Nel 1861 venne eletto deputato nel collegio di Palmi nella prima legislatura del Regno d’Italia. L’anno successivo fu nominato senatore. Scienziato, docente e uomo delle istituzioni: in ciascuno di questi ruoli tentò di costruire un Paese capace di investire nell’istruzione e nella ricerca. Morì a Torino il 18 luglio 1865, a soli 50 anni. Lasciò una scuola scientifica, numerosi allievi e una scoperta che avrebbe attraversato i secoli.
Oggi il suo nome resta scritto nei trattati di chimica e negli archivi delle università. Ma la sua storia meriterebbe di entrare anche nelle scuole calabresi. Perché ogni volta che nel mondo qualcuno prende un’aspirina, dentro quella piccola compressa c’è anche l’intuizione di un giovane partito da Scilla.












