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28 Aprile 2026
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Tragedia di Marcinelle, l’esplosione che uccise 136 italiani e 4 calabresi: la memoria dolorosa dell’emigrazione

Nel saggio "La Catastròfa" i cunicoli arroventati della miniera incendiata, il disperato rifugio, il frastuono dei soccorsi e le frasi sgomente delle prime dichiarazioni successive alla tragedia

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Ogni anno, quando arriva l’estate, si ricorda la tragedia di Marcinelle, che accadde l’8 agosto del 1956, nella miniera di Bois du Cazier in Belgio. Un’esplosione di grisù costò la vita a 262 persone, di cui 136 italiani. Tra loro, c’erano quattro minatori calabresi: Antonio Danisi di Reggio Calabria – sposato con 4 figli, Pasquale Papa di Reggio Calabria – sposato con 4 figli, Pietro Pologruto di Petrizzi (CZ) e Vincenzo Sicari di Rosarno (RC). Questi ultimi due sposati senza figli. Cosa c’è di nuovo rispetto agli altri anni? Niente, salvo la rilettura del saggio che scrisse, a suo tempo, il giornalista del Corriere della sera, Paolo Di Stefano, che pubblicò per Sellerio nel 2011, il libro “La catastròfa. Marcinelle, 8 agosto 1956”.

Perché la catastròfa?

Tale espressione – metà dialetto e metà francese – riguarda, appunto, l’incendio scoppiato a 975 metri sottoterra in una miniera del distretto carbonifero di Charleroi. Il messaggio più scomodo che viene, in queste pagine di Di Stefano, dalle parole dei superstiti è che essi furono e si sentirono orfani non solo della miniera ma, una seconda volta, orfani della Patria. Al di fuori delle celebrazioni rituali, la tragedia di Marcinelle è caduta, da subito, in un colpevole oblio: questo libro la racconta, riportando alla memoria l’epica spesso dolorosa della nostra emigrazione.

La miniera incendiata, l’assenza dello Stato e l’inerzia della giustizia

Una sorta di romanzo-verità, a più di mezzo secolo di distanza, che non usa altre parole se non quelle ricche di fervore delle vittime e quelle avare dei documenti ufficiali di raggelante insensibilità. Le loro voci portano il lettore nei cunicoli arroventati della miniera incendiata, negli anfratti dov’era cercato disperato rifugio, e su in superficie tra i pianti delle famiglie, il frastuono dei soccorsi e le frasi sgomente delle prime dichiarazioni; lo conducono lì intorno, nelle baracche e le botteghe dove si svolgeva la vita interrotta. E scorrono poi avanti e indietro nel tempo rispetto al presente della tragedia: ai paesi d’origine, tra poesia del ricordo e miserie primitive, all’incredibile assenza dello Stato italiano (non fu visto un presidente, non un ministro), alla parzialità dell’inchiesta successiva, all’inerzia della giustizia, e infine al solitario, silenzioso e fiero riadattamento alla vita straniera di chi rimase. Questo libro induce a riflettere su diverse parole-chiave, quali: lavoro, dignità, sicurezza, emigrazione, patria, giusta remunerazione. Parole incerte e bisognose, oggi come allora, di chiarezza.

Orfani di patria

“Ho incontrato – racconta De Stefano – vecchi minatori, vedove e orfani. Mi sono calato nei pozzi profondi dei loro ricordi belli e brutti, dei pensieri, delle rabbie e dei risentimenti, per salvare quelle voci dopo cinquant’anni e portare in superficie ciò che resta del dolore individuale e collettivo”. È un romanzo-verità sulla tragedia di Marcinelle. Un superstite disse all’autore: “Ma alla fine abbiamo mandato giù papà al cimitero, mentre noi abbiamo rimasto qui in Belgio e non ce l’ho mai domandato alla mamma, che ora ha novantasei anni, perché ha voluto prendere questa decisione di non muoversi più dal Belgio”. Questi superstiti – ci dice lo scrittore – furono e si sentirono orfani non solo della miniera ma, una seconda volta, orfani della patria.

Ab origine, tra il 1946 e il 1956, più di 140mila italiani varcarono le Alpi per andare a lavorare nelle miniere di carbone della Vallonia. Era il prezzo di un accordo tra Italia e Belgio che prevedeva un gigantesco baratto: l’Italia doveva inviare in Belgio 2mila uomini a settimana e, in cambio dell’afflusso di braccia, Bruxelles si impegnava a fornire a Roma 200 chilogrammi di carbone al giorno per ogni minatore.

Negli anni recenti il Ministero dell’Ambiente ha pubblicato un censimento chiamato “I siti minerari italiani”. In quella mappa la Calabria contò 60 giacimenti principalmente di zolfo e feldspati (utilizzati per la produzione di ceramiche e vetro), di grafite, salgemma, caolino, oro, argento, rame.

Per Marcinelle ci furono due processi, che portarono nel 1964 alla condanna di un ingegnere (a 6 mesi con la condizionale).

In ricordo della tragedia, oggi la miniera Bois du Cazier è patrimonio Unesco.

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