Un gruppo di ricercatori dell’Università Ben-Gurion del Negev ha osservato possibili alterazioni dell’ipotalamo in cavie di mezza età sottoposte prima a un regime che ne induceva l’obesità e poi a una fase di perdita di peso. Secondo quanto riportato dal Times of Israel, la riduzione della massa corporea avrebbe portato a un miglioramento dei valori di glicemia, ma sarebbe stata accompagnata anche da una reazione infiammatoria in un’area cerebrale responsabile della regolazione dell’appetito e dell’equilibrio energetico. I risultati, spiegano gli studiosi, descrivono un fenomeno osservato esclusivamente sugli animali, senza possibilità di trarre conclusioni immediate per la salute umana.
Le parole dei ricercatori e il nodo della risposta infiammatoria
Il professor Assaf Rudich, che ha supervisionato lo studio pubblicato su Gero-Science, ha sottolineato come la perdita di peso resti un obiettivo fondamentale nei casi di obesità, ma ha invitato ad approfondire l’effetto del dimagrimento sul cervello in età matura. Secondo Rudich, i dati raccolti suggerirebbero la necessità di evitare una possibile “risposta infiammatoria indesiderata” durante la fase attiva di dimagrimento, un aspetto che richiede ulteriori verifiche.
Microglia e neuroinfiammazione nelle cavie più anziane
I ricercatori – tra cui Allon Zemer e Alexandra Tsitrina – hanno evidenziato come nei topi di età equivalente ai 40 anni umani la perdita di quasi il 60% del peso in eccesso sia stata accompagnata da una forma di neuroinfiammazione della microglia, le cellule immunitarie che contribuiscono allo sviluppo e alla protezione del cervello.
Zemer ha spiegato che questa reazione sarebbe tipica della mezza età animale, mentre non sarebbe stata rilevata in modo significativo in esemplari più giovani.
Le cautele degli esperti e i limiti della ricerca
La stessa equipe ha precisato che le conclusioni attuali sono preliminari. È già in corso un nuovo progetto per verificare quali aree dell’ipotalamo risultino più vulnerabili e se alcune modifiche cellulari siano reversibili. Anche Amir Tirosh, del Sheba Medical Center (che non ha partecipato allo studio), ha ricordato che esperimenti condotti su animali non permettono di formulare indicazioni certe sull’uomo: serviranno quindi studi ulteriori, soprattutto per comprendere i possibili effetti nel lungo periodo.
Una ricerca interessante, ma non un’indicazione clinica
Gli esperti coinvolti concordano che i dati rappresentano un passo esplorativo e non costituiscono in alcun modo una raccomandazione o un avvertimento rivolto alle persone. La ricerca, per stessa ammissione degli autori, non dimostra effetti analoghi negli esseri umani e dovrà essere integrata da ulteriori analisi prima di avanzare ipotesi sull’impatto del dimagrimento in età adulta sul cervello umano.




