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9 Marzo 2026
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Medio Oriente sull’orlo del baratro: raid in Libano e droni sul Bahrein, mentre Teheran incorona Mojtaba

Undici morti nei nuovi scontri tra IDF ed Hezbollah e 32 feriti a Sintra. Putin blinda il nuovo leader iraniano: "Continuerà con onore l'opera del padre". Il governo libanese apre a sorpresa: "Pronti a negoziati terra in cambio di pace".

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Il quadrante mediorientale si infiamma su più fronti in una mattinata segnata da escalation militari e mutamenti politici radicali. Mentre il Libano conta le vittime di nuovi raid e il Bahrein viene colpito direttamente da droni di fabbricazione iraniana, l’insediamento di Mojtaba Khamenei come successore del padre alla guida della Repubblica Islamica ridisegna gli equilibri geopolitici, ricevendo l’immediato avallo del Cremlino e il duro monito di Donald Trump sulla gestione del conflitto.

Sangue in Libano e Bahrein: l’offensiva si allarga

La cronaca delle ultime ore registra un bilancio tragico. Undici persone hanno perso la vita nei nuovi scontri tra le forze israeliane e le milizie di Hezbollah in Libano, dove le sirene d’allarme continuano a suonare nell’area di Haifa. Secondo l’ong Human Rights Watch, Israele avrebbe utilizzato munizioni al fosforo in territorio libanese, mentre l’aviazione dell’Idf è entrata nel Paese con gli elicotteri; due funzionari di Hezbollah riferiscono l’abbattimento di uno dei velivoli.

Parallelamente, la tensione ha raggiunto il Bahrein: un attacco all’alba con un drone iraniano ha colpito Sintra, ferendo 32 civili, di cui quattro in gravi condizioni. Nel cuore della notte, forti esplosioni sono state udite anche a Doha, mentre gli Stati Uniti hanno ordinato l’evacuazione del personale dell’ambasciata in Arabia Saudita. In Israele, invece, il bilancio dell’ultimo attacco missilistico iraniano è salito a due vittime: si tratta di due lavoratori stranieri cinesi uccisi da munizioni a grappolo cadute tra Yehud, Holon e Bat Yam.

L’ascesa di Mojtaba Khamenei e il “veto” di Trump

Sul piano politico, l’elezione dell’Ayatollah Mojtaba Khamenei a successore del padre Ali è il baricentro della nuova fase. Se per il capo della sicurezza Ali Larijani la nomina “ha causato disperazione nei nemici ostili e bellicosi”, la TV di Stato iraniana ha aggiunto dettagli sul profilo del nuovo leader, definendolo “Jaanbaz (veterano di guerra ferito) del Ramadan”, suggerendo un suo ferimento nel conflitto in corso.

Dalla Russia, Vladimir Putin ha inviato un telegramma di sostegno: “Sono certo che lei continuerà con onore l’opera di suo padre e unirà il popolo iraniano di fronte a dure prove. Ora che l’Iran si trova ad affrontare un’aggressione armata, le sue attività in questa posizione elevata richiederanno senza dubbio grande coraggio e dedizione”. Putin ha poi ribadito: “La Russia è stata e rimarrà un partner affidabile della Repubblica islamica”. Di segno opposto la reazione americana, con Donald Trump che ha vincolato ogni mossa futura all’asse con Gerusalemme: “La decisione su quando mettere fine alla guerra in Iran sarà presa insieme a Netanyahu”.

Diplomazia disperata: la proposta del Libano

In questo scenario di guerra aperta, spicca l’apertura del premier libanese Nawaf Salam, che in un’intervista a L’Orient-Le Jour ha dichiarato la disponibilità a trattare una pace “solida, duratura ed efficace” fondata sulla storica formula “terra in cambio di pace”.

“Nell’ultima riunione di governo abbiamo ribadito la nostra disponibilità a riprendere i negoziati, che includano una componente civile e si svolgano sotto egida internazionale”, ha affermato Salam. Pur precisando che la questione di negoziati diretti non è stata ancora affrontata, il premier ha lanciato un monito: “Gli israeliani hanno distrutto Gaza, continuano a colonizzare la Cisgiordania e hanno annesso Gerusalemme est, ma non abbiamo altre alternative se non un’iniziativa basata su una formula molto semplice: ‘terra in cambio di pace'”. La conclusione del premier è un richiamo alla realtà: “Perché una pax israeliana duratura non esiste”.

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