Da gennaio a maggio 2026, Vibo e il suo hinterland sono stati teatro di un’escalation intimidatoria senza precedenti nel dopo Rinascita Scott. Cinque mesi ad alta tensione coincisi – preso si scoprirà se è solo una coincidenza – con la raffica di scarcerazioni disposta dalla Corte di Cassazione proprio nell’ambito dei vari filoni del maxi processo contro la ‘ndrangheta che aveva portato in carcere con condanne esemplari ma non ancora definitive capi, presunti tali, affiliati e gregari delle varie consorterie mafiose attive sul territorio. Attentati incendiari, raffiche di colpi d’arma da fuoco, biglietti di estorsione e aggressioni non tutti legati alla ‘ndrangheta ma tutti confinati in un perimetro ben preciso da contesti e mentalità tipicamente mafiose. Un assedio sistematico contro imprenditori, cantieri pubblici e perfino rappresentanti delle istituzioni. Gli investigatori distinguono episodi diversi per modalità, vittime e contesto, ma il quadro complessivo restituisce l’immagine di un territorio nuovamente attraversato da una tensione criminale crescente.
Una scia di intimidazioni attorno a Vibo
In effetti la sequenza di atti intimidatori è impressionante. Tutto comincia, o meglio, si manifesta pubblicamente, nei primissimi giorni del 2026 interessando Vibo Valentia e il suo hinterland immediato: Jonadi, San Gregorio d’Ippona, Vena di Ionadi, fino ad Arena.
Una mappa inquietante fatta di colpi di pistola, incendi, bottiglie con liquido infiammabile, biglietti minatori, minacce ad amministratori, aggressioni e raid armati contro aziende. Fatti diversi, certo. Ma concentrati in un arco temporale ristretto e in un perimetro geografico che gli osservatori più attenti non possono leggere ormai come parte di una stessa fase di allarme criminale. E’ come se qualcuno volesse vanificare l’effetto delle grandi operazioni antimafia, come se il clima di terrore generato dal maxi blitz Rinascita Scott e da quelli successivi sia stato ormai digerito secondo una regola cara al vecchio boss di Cosa Nostra Bernardo Provenzano: “Calati juncu ca passa la china”. In italiano: “Abbassati giunco, finché passa la piena“. Tradotto nel linguaggio mafioso e strategico: abbassare la testa, stare coperti, non esporsi, aspettare che passi il momento difficile. È la logica della sommersione, del silenzio, della pazienza criminale. Non riguarda solo l’aspetto ‘ndranghetistico ma il malaffare in generale allergico a qualsiasi percorso di legalità.
La sica in intimidazioni che ha riportato la mente agli anni pre Rinascita Scott vanno distinti su due piani. Alcuni episodi richiamano una possibile matrice estorsiva. Altri, per profilo delle vittime e modalità esecutive, sembrano invece orientare verso vicende personali, capaci comunque di alimentare paura. Ma il risultato, sul piano sociale, è identico: un territorio che torna a interrogarsi sulla propria sicurezza.
L’antecedente: gli spari contro Antonio Iannello
Il primo episodio emerso pubblicamente nel 2026 riguarda Antonio Iannello, presidente del Consiglio comunale di Vibo Valentia. La notizia viene resa pubblica il 6 gennaio, ma i fatti risalgono alla sera del 21 dicembre 2025, a Triparni. Secondo quanto riportato, mentre Iannello rientrava a casa, cinque colpi di pistola calibro 7,65 avrebbero raggiunto l’auto e il muro del garage. Un episodio che, pur collocandosi temporalmente alla fine del 2025, entra di fatto nel clima pubblico del nuovo anno e apre una stagione segnata da un susseguirsi di segnali inquietanti. È il primo tassello di un mosaico che, nelle settimane successive, si allargherà fino a coinvolgere cantieri pubblici, attività commerciali, imprese, amministratori e semplici cittadini.
Gennaio, il mese dei cantieri colpiti e dei biglietti minatori
Il mese di gennaio restituisce subito un quadro pesante. Nella notte tra il 22 e il 23 gennaio viene registrato un attentato incendiario nel cantiere della nuova mensa della scuola Buccarelli, nel quartiere Affaccio di Vibo Valentia. Un bersaglio sensibile, perché legato a un’opera pubblica e a un luogo simbolico come la scuola. Alla fine dello stesso mese, davanti alla saracinesca di una macelleria di via Giovanni XXIII, a Vibo Valentia, viene lasciata una bottiglia con liquido infiammabile. Un gesto dal messaggio immediato, anche se la sua esatta matrice resta affidata agli accertamenti investigativi.
Nella notte tra il 24 e il 25 gennaio, a Vena di Ionadi, vengono incendiate tre auto parcheggiate. Tra i proprietari figurano titolari di attività economiche legate al territorio vibonese. Anche in questo caso il dato pubblico racconta un’intimidazione capace di colpire beni privati, ma con un possibile riverbero sull’ambiente economico locale.
Il 28 gennaio compare poi un altro segnale: un biglietto minatorio viene lasciato sul parabrezza dell’auto del costruttore Francesco Patania. E tra il 27 e il 29 gennaio due biglietti con richiesta di “mazzetta” vengono recapitati a due centri scommesse nel centro di Vibo Valentia. Segue un periodo di relativa calma tra controlli più stringenti e clamore mediatico.
Jonadi, il cantiere dell’asilo e il messaggio incendiario
Il 9-10 marzo un nuovo episodio sposta l’attenzione su Jonadi, comune dell’hinterland vibonese già lambito dalla sequenza di gennaio. Nel cantiere del nuovo asilo comunale, in via Vincenzo Bellini, viene rinvenuta una bottiglia con liquido infiammabile. Anche in questo caso, gli investigatori valutano il possibile collegamento con un atto intimidatorio. Il bersaglio è ancora una volta un cantiere, dunque un luogo in cui si incrociano appalti, lavori pubblici, imprese e amministrazione locale.
Non basta un singolo episodio per definire una strategia criminale. Ma la ripetizione di segnali attorno ai cantieri pubblici rafforza l’idea di un territorio nel quale ogni gesto, ogni bottiglia lasciata davanti a un ingresso, ogni colpo esploso contro un’auto finisce per assumere un significato più largo del fatto in sé.
Il 29 aprile: bastoni, aziende e fucile calibro 12
La fine di aprile segna un salto di intensità. Il 29 aprile il dirigente comunale Andrea Nocita viene aggredito con bastoni nei pressi della stazione Vibo-Pizzo. il peso simbolico dell’aggressione è notevole: un dirigente pubblico colpito fisicamente in un luogo di passaggio, nei pressi di una stazione ferroviaria. Gravissimo. Ondata di solidarietà e fiume di note stampa.
Ma è la sera del 29 aprile a segnare il passaggio più allarmante. Un raid armato colpisce in serie cinque aziende della zona industriale tra Vibo Valentia e Jonadi. Le indagini battono la pista di un unico commando e dell’utilizzo di un fucile calibro 12. Qui il registro cambia. Non si tratta di un biglietto, né di un danneggiamento isolato. Si tratta di un’azione coordinata, contro più attività economiche, in un’area industriale già fragile e strategica. È l’episodio che più di altri sembra evocare una possibile matrice estorsiva. Il salto di qualità. La zona industriale diventa così il centro simbolico dell’escalation.
Le minacce all’assessore Talarico
Il 6 maggio una lettera minatoria viene recapitata sotto la porta dell’ufficio comunale dell’assessore Marco Talarico. Il testo è diretto: “Il prossimo sarai tu!”. La minaccia arriva dopo l’aggressione a Nocita e si inserisce in un contesto già carico di tensione. Anche qui il bersaglio è un rappresentante dell’amministrazione comunale. E’ l’ultimo della serie perché non bisogna dimenticare un altro episodio accaduto la scorsa estate con l’incendio dell’auto della dirigente comunale Claudia Santoro. Quanto accaduto in Comune nell’ultimo anno segue però dinamiche differenti da quanto si è verificato all’esterno di Palazzo “Luigi Razza” e, in particolare, nella zona industriale di Vibo dove la matrice delle intimidazioni è chiaramente di natura ‘ndranghetista. Piani diversi di uno stesso contesto ambientale criminale.
San Gregorio d’Ippona, spari contro l’auto e case sfiorate dai proiettili
Nella notte tra il 6 e il 7 maggio, nell’area di Mannella, a San Gregorio d’Ippona, un’auto viene bersagliata da numerosi colpi d’arma da fuoco. Il mezzo appartiene a un imprenditore del settore bellezza, un parrucchiere con attività nel comprensorio tra Vibo e Jonadi. Sul posto vengono repertati 19 bossoli e alcuni proiettili raggiungono anche abitazioni vicine, mandando in frantumi una finestra. È un episodio che aumenta il livello di allarme per due ragioni. La prima è la modalità: una raffica di colpi in un’area abitata, con il rischio concreto di conseguenze più gravi. La seconda è il contesto: San Gregorio d’Ippona si trova in quella fascia territoriale che, nelle ultime settimane, è stata spesso associata all’area industriale e alla periferia di Vibo. L’uso della pistola, tuttavia, distingue questo episodio dal raid contro le cinque aziende, dove secondo le fonti sarebbe stato utilizzato un fucile calibro 12. È una differenza non secondaria per gli investigatori, perché armi, bersagli e modalità possono raccontare matrici diverse.
Arena e il segnale davanti al cantiere
Sempre tra il 6 e il 7 maggio, ad Arena, davanti al cantiere di una ditta impegnata in lavori sui sottoservizi, vengono rinvenuti una bottiglia con liquido infiammabile e due proiettili. L’episodio allarga ulteriormente il perimetro dell’allarme. Non siamo più soltanto nel cuore di Vibo o nella sua immediata area industriale, ma in un contesto più ampio del Vibonese, dove i segnali intimidatori sembrano riproporre un linguaggio già visto: liquido infiammabile, munizioni, messaggi senza firma ma dal significato inequivocabile. Anche in questo caso ogni collegamento resta da accertare. Ma l’effetto cumulativo è evidente: chi lavora nei cantieri, chi gestisce un’attività, chi amministra, chi vive in quelle zone percepisce una pressione crescente.
L’ultimo episodio: dieci colpi contro l’auto di un cameriere
L’ultimo fatto, avvenuto ancora nel territorio di San Gregorio d’Ippona, colpisce l’auto di un 38enne, lavoratore della ristorazione. Non un imprenditore, ma un cameriere, un maitre. Il mezzo viene crivellato di colpi: secondo la ricostruzione, sarebbero stati esplosi 10 colpi di pistola all’indirizzo dell’auto. È un dettaglio decisivo. Perché il profilo della vittima, almeno allo stato degli elementi disponibili, non sembra condurre automaticamente alla pista estorsiva. E perché la modalità — l’uso di una pistola, in un contesto simile a quello registrato due notti prima — sembra differire profondamente dal raid del 29 aprile contro le imprese, eseguito con un fucile a pallettoni.
Da qui l’ipotesi investigativa più prudente: non mettere tutto nello stesso contenitore. Accanto a episodi di possibile intimidazione economica potrebbero essersi inserite vicende di altra natura: questioni personali o azioni compiute per contribuire a generare caos e apprensione.
Le indagini: una mappa da scomporre
Le indagini sono affidate, a seconda degli episodi, alla Polizia e ai Carabinieri che procedono in stretta sinergie coordinate laddove la matrice è mafiosa dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro e, nel caso dei fatti che ruotano intorno al Comune, dalla Procura di Vibo. Il punto investigativo più delicato riguarda la necessità di distinguere. Il raid contro le cinque aziende della zona industriale sembra avere caratteristiche proprie: più bersagli, possibile unico commando, utilizzo di un fucile calibro 12. Gli spari contro le auto a San Gregorio d’Ippona, invece, presentano un’altra grammatica criminale: pistola, singolo mezzo, vittime dal profilo diverso. È su questa linea che gli investigatori sembrano lavorare: separare ciò che può essere riconducibile a una pressione estorsiva da ciò che potrebbe appartenere ad altri contesti. Ma separare gli episodi sul piano investigativo non significa ridimensionare il quadro generale. Al contrario, rende il fenomeno più complesso: perché accanto alla criminalità organizzata o al racket potrebbero muoversi soggetti diversi, spinti da ragioni differenti, ma capaci di produrre lo stesso effetto pubblico. E l’effetto pubblico è devastante: la sensazione che attorno a Vibo Valentia si sia riaperta una stagione di intimidazioni diffuse.







