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14 Maggio 2026
14 Maggio 2026
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L’ultimo saluto a Francesca Anastasio a Crotone: il seme della speranza contro la violenza mafiosa

La città si stringe attorno alla mamma di Dodò Gabriele, un esempio di dignità che ha trasformato il dolore in impegno civile

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Crotone si è fermata oggi per dare l’ultimo addio a Francesca Anastasio, la donna che per diciassette anni ha portato sulle spalle il peso di un dolore inimmaginabile: la perdita del figlio Dodò Gabriele, ucciso a soli 11 anni dalla ‘ndrangheta.
La sua scomparsa, avvenuta a 58 anni dopo un lungo periodo di coma, lascia un vuoto profondo ma anche un’eredità di coraggio che ha segnato profondamente la lotta alla criminalità organizzata in Calabria e in tutta Italia.

Una luce contro il buio della rassegnazione

Durante la cerimonia funebre, officiata dal vescovo Alberto Torriani insieme a don Luigi Ciotti, è emersa con forza la figura di una donna che non si è mai arresa all’oscurità.
“La vita di Francesca, attraversando la sofferenza, ha impedito al buio di diventare totale”, ha dichiarato monsignor Torriani durante l’omelia, sottolineando come la ‘ndrangheta ottenga la sua vittoria più grande quando riesce ad abituare una terra alla rassegnazione.
Il vescovo ha ricordato che il vero coraggio non consiste nel negare il male, ma nel non permettergli di avere l’ultima parola, custodendo la memoria non come un reperto statico, ma come una coscienza viva capace di interrogare tutti noi.

L’addio di Don Ciotti e l’accusa alla ‘ndrangheta

Particolarmente toccante è stato l’intervento di don Luigi Ciotti, fondatore di Libera e compagno di strada dei genitori di Dodò in questo lungo percorso di testimonianza.
Il sacerdote, che ha accompagnato Francesca fino ai suoi ultimi istanti, ha rivolto un saluto commosso alla donna: “Ciao Francesca, stringi forte Dodò e sappi che il tuo seme darà frutto”.
Don Ciotti ha poi espresso una durissima condanna verso chi tenta di nobilitare la criminalità organizzata con etichette fuorvianti, ribadendo che non si deve mai parlare di cultura mafiosa, poiché essa è soltanto “ignoranza, sopraffazione, vigliaccheria, violenza“.

Una ferita trasformata in educazione per i giovani

Il merito più grande di Francesca Anastasio e di suo marito Giovanni è stato quello di non essersi chiusi nel privato del proprio lutto. Invece di lasciare che l’odio li divorasse, hanno scelto di mettersi in gioco attraversando l’Italia per parlare ai ragazzi e spiegare con disarmante verità che la mafia uccide anche i bambini.
Don Ciotti ha evidenziato come Francesca non fosse un’eroina nel senso classico del termine, ma una madre normale che ha compiuto una scelta straordinaria: trasformare la ferita in parola e la disperazione in impegno educativo.
Il suo esempio rimarrà come un monito per chi crede che questa terra sia condannata, indicando con chiarezza da che parte stare per non abituarsi mai al male.

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