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26 Maggio 2026
26 Maggio 2026
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Tutti a casa alè (dimettetevi tutti). La tranvata del campo largo calabrese, già arato dal centrodestra

Il Pd in Calabria da anni pratica un moderatismo da camera mortuaria, il M5S non ha nemmeno il coraggio di presentare il simbolo nelle grandi città. Ma per loro va tutto bene mentre le opposizioni in consiglio regionale vanno a tartufi

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È bene dirlo subito, senza giochi di parole, senza circumnavigare il problema. In un Paese normale – non di certo in Italia in cui tutti sono abbarbicati alla poltrona, con la classe dirigente più “vecchia” e obsoleta d’Europa, che non si sente mai minimamente responsabile delle sue azioni – lunedì sera Nicola Irto e Anna Laura Orrico avrebbero convocato una conferenza stampa. Per dimettersi. Invece no. Tra poche ore forse inizierà l’analisi del voto, si individueranno le “criticità”, si parlerà di “percorso da costruire” come se loro due fossero passeggeri distratti di una nave che è già affondata e non i due timonieri.
E così si ricomincerà, come se niente fosse. Come se il centrosinistra calabrese non avesse appena preso una tranvata dalle proporzioni cosmiche che in qualsiasi altra regione d’Italia avrebbe già fatto saltare qualche testa.
Le elezioni amministrative di domenica e lunedì scorsi hanno restituito un quadro che non ha bisogno di molte interpretazioni.
Reggio Calabria, la città più grande della regione. Nel capoluogo metropolitano il candidato sindaco del Partito Democratico ne è uscito travolto. Non sconfitto, tra-vol-to. E c’è una differenza che si misura in dignità, oltre che in voti.
Il Movimento Cinque Stelle, a Reggio, non ha nemmeno presentato il simbolo. Dicasi il simbolo, non i candidati, non la coalizione. Il coordinatore provinciale, l’ex senatore Giuseppe Fabio Auddino, e il deputato Riccardo Tucci — i referenti politici del territorio, almeno sulla carta — evidentemente avranno avuto altro da fare. Cosa, non è dato sapere.

Da Crotone a San Giovanni in Fiore: il tracollo ordinato

Il copione si è ripetuto, con variazioni minime, in tutti i comuni sopra i quindicimila abitanti. Crotone, San Giovanni in Fiore, Castrovillari, Palmi: centrosinistra battuto o aggrappato al ballottaggio con i numeri di chi non ha vinto ma vuole illudersi di non aver perso. Nella città di Pitagora, forse con un minimo onore delle armi. Ma è evidente che i dem non funzionano da nessuna parte.
Alle falde del Pollino, poi, si è consumato il delitto perfetto architettato da Pd e Forza Italia Non è dato sapere però se sia “tacito” o condiviso. Sta di fatto che i dati definitivi sulle preferenze disgiunte già nella notte hanno iniziato a raccontare più di qualcosa. I politically incorrect lo definirebbero inciucio. In Calabria lo incipriamo col termine accordicchio. Perché pare che un numero consistente di elettori di azzurri abbia votato per il candidato sindaco del Pd. Voti disgiunti, in quantità e forse autorizzati dall’“alto” per lanciare messaggi precisi agli alleati, ma anche agli avversari.
In Calabria, regione in cui il confine tra l’accordo e il non-accordo è tradizionalmente poroso, i “«”potrebbe” tendono ad avere il peso specifico dei fatti.

Il Pd e Forza Italia: l’amore che non osa dire il suo nome

Il problema strutturale del Partito Democratico calabrese non è Irto. Lui è il sintomo.
La malattia è che il Pd in Calabria da anni pratica un moderatismo da camera mortuaria: si oppone il minimo nemmeno indispensabile, vota “per senso di responsabilità” i provvedimenti della maggioranza di Occhiuto in consiglio regionale, stringe accordi locali – come detto – con Forza Italia che poi nega in sede regionale.
Un partito raso al suolo dai potentati interni. Cioè da quella rete di correnti, clientele e convenienze che ha progressivamente espulso la politica, sostituendola con la gestione della posizione personale. Il risultato è un Pd che nei territori non sa più cosa vuole essere: alternativa o variante? Opposizione o soprammobile dell’opposizione?
E poi c’è il tema Bevacqua. Capogruppo dem nella scorsa legislatura è fuori dal consiglio regionale. Eppure la sua influenza morbidissima sulle scelte del gruppo e del partito si percepisce con la discreta pervasività della puzza delle cantine ammuffite.

Il M5S: presenza incorporea. La deriva del cRampo largo

Passiamo ad Anna Laura Orrico, coordinatrice un partito che in Calabria non lo è mai stato. A Reggio non ha presentato il simbolo, e questo la dice lunga sull’operato del coordinatore provinciale Auddino e sul deputato Tucci, che del territorio sono i custodi ufficiali.
Il M5S è in caduta sempre più libera ma nei piani alti, altissimi, non sembrano essere interessati ai territori, come se contassero solo le Politiche, in cui Conte traina, anche se non basta. Senza la base, al netto del grillismo 1.0, non si va da nessuna parte.
Italia Viva, ancora, esiste nella misura in cui esiste ovunque: nemmeno buona a disturbare.
I gruppi civici si muovono per logiche astratte, impalpabili, come gli altri.
Il risultato complessivo è che la Calabria di Roberto Occhiuto non ha un’opposizione reale ma una corte decorata e decorativa che ogni tanto alza la mano per dire nì, poi la abbassa e vota sì “per il bene della Calabria”. Per dirla alla Ugo Floro, non è un campo largo ma un cRampo.
In consiglio regionale il centrosinistra non graffia, non scava, non costruisce nulla. Anzi, peggio, si rende connivente, diventando complice morale e/o materiale. Oppure nel migliore dei casi fa il solletico, si occupa d’altro — la discussione sulla raccolta dei tartufi, affrontata con più energia di qualsiasi tema sanitario o infrastrutturale, è diventata involontariamente la metafora perfetta di un’opposizione che ha smarrito la bussola e sta cercando funghetti nel bosco —. Benvenuti in Umbria.

Irto e Orrico: i naufraghi sereni

Orsù. Nicola Irto e Anna Laura Orrico si fanno scivolare addosso le sconfitte con la nonchalance di chi è convinto di essere – come si diceva – un passeggero di una nave, non di comandarla. Pianisti che continuano a suonare mentre il Titanic non ha urtato contro l’iceberg ma è già affondato.
Dopo un risultato come questo — l’ennesimo di una serie che non si conta più — la domanda che in qualsiasi sistema politico funzionante verrebbe posta spontaneamente è: fino a quando? Non si chiede eroismo ma elementare consequenzialità.
Chi guida un partito o un movimento su un territorio e produce questo effetto, di solito si assume le proprie responsabilità. In Calabria si convoca una riunione, si produce un’analisi, si individuano le criticità strutturali, e si torna a casa. Beati, sereni.
Irto e Orrico dovrebbero trarre le loro conclusioni. Non perché qualcuno li vuole fuori — il centrodestra, è ovvio, li terrebbe segretari a vita — ma perché è quello che fa chi ha ancora rispetto per la funzione che ricopre.
Giusto per non essere fraintesi: se non ve ne andate voi ve lo diciamo noi per evitare incomprensioni o chiavi di lettura soliti. Con un coretto da stadio: tutti a casa alè!
Ma come sempre accadrà, rimarranno al loro posto, già rassicurati dai rispettivi piani alti. E dalla speranza di essere ricandidati alle Politiche, che è quello che conta davvero (per loro).

La postilla che cambia tutto

Nota a margine che questo voto mostra in un’ottica diversa. Pasquale Tridico, alle regionali dell’ottobre 2025, ha perso. Ma lo ha fatto solo contro tutti — senza il supporto reale del cosiddetto campo largo — con una campagna costruita in venti giorni su un territorio difficilissimo, articolato, orograficamente impossibile da visitare tutto, e contro un presidente uscente che ha portato con sé l’intera macchina del consenso regionale. Tridico ha perso con grandissima dignità.
Alla luce di quello che il centrosinistra calabrese ha dimostrato di saper fare — o di non saper fare — sui territori, tra le aule del consiglio regionale e le urne di queste ore, quella sconfitta ha assunto un sapore molto diverso. Non è stata la sconfitta di Tridico, ma la conferma di che cos’è davvero il campo largo.
Un “campo”, largo sì. Ma già arato dal centrodestra.

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