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26 Maggio 2026
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Il patto per la crescita all’Assemblea di Confindustria: Meloni lancia il cantiere burocrazia. Orsini chiede 20 miliardi per lo sviluppo

Di fronte a Mattarella, la premier e il leader degli industriali siglano un'intesa per rimettere l'impresa al centro dell'agenda nazionale ed europea. Nel mirino il ritorno al nucleare e la battaglia contro i vincoli ideologici di Bruxelles

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L’aula dell’Assemblea annuale di Confindustria si trasforma nel palcoscenico di un’alleanza strategica e operativa tra il potere esecutivo e il motore produttivo del Paese, uniti nel comune obiettivo di ridefinire i confini dello sviluppo economico in una fase storica complessa. Ad aprire i lavori, davanti a una platea d’eccezione che vedeva in prima fila il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, è stata la premier Giorgia Meloni. Il capo del governo ha voluto scardinare immediatamente i classici formalismi della vigilia, tracciando una linea di continuità identitaria che unisce le istituzioni alle fabbriche.

“Voglio soprattutto rivolgere un saluto e un ringraziamento particolare al presidente della Repubblica. Lo dico al di là delle formalità: penso che la presenza del capo dello Stato oggi ricordi alla nazione intera, ancora una volta, quanto importante sia il ruolo che l’industria italiana ricopre, non solo dal punto di vista economico, ma anche sul fronte storico, identitario, culturale e reputazionale”. Con queste parole la presidente del Consiglio ha inaugurato una relazione dettagliata, tesa a valorizzare lo sforzo congiunto del sistema Paese. “Voglio cogliere questa occasione prima di tutto per dirvi grazie per il vostro lavoro perché se l’Italia è universalmente riconosciuta come la patria del bello, del buono e del benfatto è come sempre merito delle nostre imprese e dei lavoratori. L’orgoglio non si rivendica ma si dimostra. Si dimostra come la fiducia, il coraggio e la responsabilità. Voglio ringraziare il presidente Orsini e voi per l’aver riconosciuto gli sforzi del governo, non lo considero scontato” in un’epoca in cui a prevalere spesso “è lo scontro ideologico e le tifoserie”. Per Meloni, l’esecutivo e gli industriali hanno saputo superare le parzialità della dialettica quotidiana in nome del bene comune: “Abbiamo dimostrato che anche quando si parte da posizioni diverse, ci si può a un certo punto scoprire una squadra se l’obiettivo che si persegue è lo stesso, ossia mettere la nazione nella condizione migliore per affrontare a testa alta le difficili sfide di questo tempo”.

Il nucleo centrale dell’analisi del presidente del Consiglio si è poi spostato sul panorama internazionale, individuando nelle attuali architetture di Bruxelles il principale freno alla competitività globale delle imprese comunitarie. “La principale enorme fragilità che ci riguarda da vicino è l’attuale configurazione dell’Unione europea, un gigante burocratico che troppo spesso ha sacrificato la competitività, la crescita strategica sull’altare di approcci ideologici e tecnoratici. L’Europa è stata inarrestabile nella capacità di moltiplicare le regole su ogni aspetto della vita comune ma miope quando si trattava di far sentire la propria voce nella vita globale”. La premier ha espresso la necessità di un’inversione di rotta radicale nei modelli di governance della Ue, dove la semplificazione amministrativa deve diventare la norma primaria per liberare le energie del mercato: “Se la regola è la libertà, tutto quello che non è espressamente vietato per un interesse superiore già tutelato, deve esser consentito senza lacci e gabbie che hanno come unica conseguenza quella di soffocare l’iniziativa economica”. Un richiamo che tocca i fondamenti stessi del mandato democratico delle istituzioni continentali. “Penso che dobbiamo continuare a batterci per rimettere al centro delle istituzioni europee la politica. Significa riaffermare un principio banale della democrazia. Il compito della burocrazia è accompagnare gli indirizzi della politica, non sostituirsi alla politica. Semplicemente perché la burocrazia non ha il mandato per farlo. Le sintesi che la politica raggiunge, anche all’esito di confronti lunghi e complessi – ha aggiunto -, devono poi essere rispettate e attuate conseguentemente, non rimesse in discussione o addirittura ribaltate”.

Il piano per l’energia, lo sviluppo del Sud e la sfida del nucleare

Sul fronte della politica interna e dei costi strutturali che pesano sul manifatturiero, la leader di Palazzo Chigi ha lanciato una proposta operativa immediata, invitando Confindustria a collaborare direttamente alla stesura delle nuove normative nazionali. “Per cercare di essere concreti vi propongo di avviare subito un cantiere comune per arrivare ad una riforma comune della burocrazia in Italia”. La cooperazione si estende anche alle politiche di approvvigionamento energetico, nodo cruciale per la sopravvivenza dei distretti produttivi. “Sull’energia, capitolo che pesa più di altri sulla competitività, ringrazio il presidente Orsini per aver riconosciuto il cambio di approccio di questo governo, in particolare per aumentare l’offerta e gli investimenti”.

In questa prospettiva di rilancio industriale, la valorizzazione del Mezzogiorno assume un ruolo non più assistenziale, ma fortemente propulsivo. “Quando lo stato crea le condizioni favorevoli il Sud sa rispondere con energia e puo’ diventare traino” per il Paese. “Non è una questione meridionale, è da sempre una questione nazionale e ci riguarda tutti”. Per sostenere questa transizione geografica del PIL, la premier ha spiegato che gli uffici tecnici stanno studiando meccanismi per estendere i vantaggi della Zes, ipotizzando l’applicazione a tutto il territorio nazionale di formule analoghe, affiancate da strumenti di iperammortamento volti a favorire i grandi investimenti privati.

Il pilastro della strategia di lungo periodo dell’esecutivo resta tuttavia l’indipendenza energetica da conseguire attraverso le nuove tecnologie d’avanguardia. “Vogliamo proseguire speditamente sulla strada del ritorno al nucleare in Italia, intanto sulle tecnologie più innovative con i reattori modulari. Entro l’estate – ha ribadito – sarà approvata la legge delega e poi saranno approvati i decreti attuativi per il quadro politico necessario. Non ho dubbi sul fatto che la ripresa della produzione nucleare sia un obiettivo alla nostra portata, e importante per la nostra competitività. Sono molto determinata su questo”. Una scelta di campo netta, accompagnata da una forte critica ai sistemi di tassazione ambientale europei come l’Ets, definito una tassa paradossale capace di alimentare nuove disparità di mercato. Secondo Meloni, l’ostinazione della vecchia governance Ue nel difendere questi totem ideologici rappresenta una strada pericolosa che rischia di consegnare il continente al declino, motivo per cui il governo italiano intende continuare a dare battaglia in ogni sede.

I riflessi della geopolitica e il nodo impopolare delle spese per la difesa

L’orizzonte economico e di finanza pubblica italiano si trova inoltre a dover fare i conti con l’esasperazione delle crisi geopolitiche in Medio Oriente, i cui effetti si ripercuotono direttamente sulle catene di fornitura delle aziende e sui bilanci delle famiglie. Meloni ha evidenziato come gli sviluppi della crisi in Iran siano circostanze esterne che sfuggono al controllo dei singoli Stati membri della Ue, giustificando ampiamente la richiesta italiana di estendere i margini di flessibilità di bilancio già concessi per la sicurezza e la difesa anche agli investimenti urgenti necessari a contrastare lo shock energetico. La premier ha richiamato l’attenzione sull’impatto economico diretto che la chiusura dello Stretto di Hormuz sta esercitando sul sistema produttivo nazionale, precisando che non si tratta di rivendicare l’autorizzazione a contrarre nuovo debito a livello nazionale, quanto piuttosto di allocare al meglio le risorse finanziarie già esistenti nei fondi europei.

La stabilità e la sicurezza nazionale impongono poi una riflessione seria e priva di retorica sul tema, spesso divisivo nell’opinione pubblica, degli stanziamenti per il comparto militare. “Sul tema delle spese della difesa, ho detto e lo ripeto, non ho affatto cambiato atteggiamento, benché sappia molto bene quanto il tema in Italia sia impopolare. Io penso anche che un leader serio debba dire la verità. La verità è che se non ti sai difendere, se chiedi a qualcun altro di garantire la tua sicurezza, lo pagherai in termini di autonomia, in termini di capacità di difendere i tuoi interessi nazionali”. La presidente del Consiglio ha rivendicato la necessità di tutelare la sovranità nazionale bilanciando le esigenze di bilancio con il sostegno all’economia reale. “Io voglio che l’Italia sia una nazione libera, ma dall’altra parte – ha aggiunto – so anche che se noi oggi non aiutiamo le famiglie e le imprese a superare l’impatto di una crisis che è significativa, rischiamo che domani non ci sia più niente da difendere in questa nazione. E quindi dobbiamo creare un equilibrio tra due necessità”.

Il manifesto di Orsini: cinque leve per la crescita e il piano da 20 miliardi

La replica del mondo industriale non si è fatta attendere ed è arrivata per bocca del presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, che dal podio dell’assemblea ha lanciato un forte e accorato appello alla responsabilità comune rivolto a tutte le forze politiche, di maggioranza e di opposizione, e alle organizzazioni sindacali. Il leader degli industriali ha delineato un piano ambizioso che individua nel raggiungimento di una crescita strutturale del 2% annuo l’unico traguardo possibile per mettere in sicurezza il sistema industriale italiano, ammonendo che un fallimento su questo fronte comporterebbe la perdita del 15% del Prodotto Interno Lordo e di milioni di posti di lavoro stabili. “Noi imprenditori chiediamo a tutta la politica un grande atto di responsabilità fatto di scelte ispirate a fiducia e coraggio. Queste scelte – dice – sono le fondamenta per tornare ad una crescita del 2% l’anno, che è non solo necessaria ma possibile”.

Per tradurre questa visione in azioni concrete, Orsini ha formalizzato una proposta audace destinata all’esecutivo e alle parti sociali: avviare un monitoraggio congiunto delle attuali 575 misure e micro-agevolazioni fiscali esistenti nell’ordinamento italiano, molte delle quali ormai obsolete o sovrapposte, che attualmente erodono circa 120 miliardi di base imponibile in un Paese che si colloca al quarto posto per pressione fiscale tra le economie avanzate. L’obiettivo degli industriali è identificare e recuperare venti miliardi di euro da riallocare strategicamente, a saldo invariato sul debito pubblico, destinandone un terzo al finanziamento della crescita d’impresa, un terzo al comparto della sanità pubblica e il restante terzo al sistema scolastico e universitario. Sul fronte fiscale, Orsini ha sollecitato un accordo bipartisan che coinvolga l’intero arco parlamentare per dare certezze agli investitori.

Il presidente di Confindustria ha infine concluso il suo intervento declinando le cinque leve fondamentali individuate dai privati per rimettere l’impresa al centro della crescita nazionale. Il piano strategico prevede interventi mirati sui costi dell’energia, incentivi per la crescita dimensionale delle piccole e medie imprese, il potenziamento dei contratti di sviluppo e innovazione tecnologica, una radicale opera di semplificazione burocratica abbinata alla riforma del decreto 231 sulla responsabilità amministrativa delle società, e la garanzia di risorse finanziarie adeguate agli obiettivi prefissati. Al primo posto della scala delle urgenze resta la questione degli approvvigionamenti energetici, definita da Orsini come una vera e propria minaccia esistenziale per la sopravvivenza stessa delle fabbriche italiane.

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