18 Luglio 2026
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Aterp, i corvi hanno parlato in Calabria: ora le porte dell’inferno amministrativo sono aperte

La macchina amministrativa accelera, ma restano dubbi sulla gestione di crediti, affidamenti e procedure. Un'inchiesta tra atti pubblici e domande ancora aperte

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La luce è poca. Non illumina: ferisce. Cade obliqua su un tavolo coperto di carte, lasciando tutto il resto immerso in un’oscurità densa, quasi materiale.

Nei corridoi dell’Aterp il silenzio non somiglia alla pace. Somiglia all’attesa. È il silenzio degli archivi che trattengono memoria, dei faldoni chiusi troppo in fretta, delle decisioni consumate dietro porte che nessuno pensava sarebbero state riaperte.

Per anni la macchina ha continuato a muoversi: lenta quando occorreva riparare gli alloggi, improvvisamente rapida quando bisognava riscuotere, affidare, nominare, approvare, dimostrare che qualcosa stava accadendo. Ma ora i corvi hanno parlato.

Non hanno portato soltanto racconti. Hanno indicato atti. Decreti. Delibere. Numeri che ritornano. Importi che si avvicinano alle soglie e si arrestano un istante prima. Procedimenti separati che, osservati dall’alto, sembrano proiettare la stessa ombra.

Hanno pronunciato parole come incarichi, affidamenti, possibili frazionamenti, urgenze, proroghe, riconferme. E poi hanno taciuto su altro. Un altro ancora più vasto, più freddo, che per il momento rimane dietro la parete. È stato allora che le porte dell’inferno si sono aperte.

Non vi sono state fiamme. Nessun grido. Solo il rumore secco di una serratura amministrativa che cede, di un protocollo richiamato, di una delibera recuperata, di una cifra confrontata con un’altra cifra.

L’inferno della burocrazia non brucia: conserva. Accumula. Copre ogni cosa con il linguaggio neutro della regolarità, mentre sotto le formule continuano a muoversi domande che nessuno è riuscito a seppellire.

Chi ha avuto tanta fretta? Perché bisognava procedere così rapidamente? Che cosa si doveva ottenere prima che qualcuno potesse controllare davvero? Un risultato da mostrare, un obiettivo da dichiarare raggiunto, una posizione da consolidare, un incarico da proteggere, una riconferma da rendere inevitabile? Oppure la fretta serviva soltanto a evitare che la luce restasse accesa abbastanza a lungo?

Non vi sono risposte definitive. Vi sono atti, circostanze e interrogativi che dovranno essere verificati dalle autorità competenti. Ma il ritmo della macchina appare inquietante.

Prima la riscossione. Poi, forse, la bonifica dei crediti. Prima le notifiche. Poi il controllo sulle prescrizioni. Prima la trasmissione di una massa presuntiva di morosità vicina agli ottanta milioni di euro. Poi la scoperta che dentro quella massa potevano convivere debiti reali e posizioni morte, importi già pagati, richieste duplicate, somme riferite a immobili riscattati o mai goduti.

La fretta non ha separato il vero dal falso. Li ha consegnati insieme al concessionario, lasciando che fosse il cittadino a tentare di riconoscere il proprio debito dentro una nebbia costruita da altri.

L’esposto del Codacons

Il 17 novembre 2025 il Codacons – con il suo Vice Presidente Francesco Di Lieto – ha presentato un esposto-denuncia alla Procura regionale della Corte dei conti.

Si è parlato di procedure avviate senza una preventiva verifica puntuale dell’esistenza e dell’esigibilità dei crediti, di posizioni prescritte o inesistenti, di richieste rivolte anche a persone che avrebbero acquistato gli immobili.

Si è parlato di costi fissi superiori a 670mila euro in favore del concessionario e di spese di notifica ed esecuzione rimborsabili persino quando la riscossione non conduce ad alcun risultato.

Se questa ricostruzione sarà confermata, la macchina avrebbe prodotto il proprio paradosso perfetto: costi certi per l’ente, pretese incerte per il cittadino, guadagni procedurali indipendenti dall’effettivo recupero e persone fragili costrette a dimostrare che i fantasmi usciti dagli archivi non appartenevano a loro.

Il peso delle cartelle sui cittadini

Le lettere arrivano nelle case popolari e il buio entra con esse. Un soggetto forte consulta un professionista. Un anziano guarda l’importo e sente mancare il respiro. Un invalido cerca ricevute che forse non esistono più. Una persona malata teme che dietro quella richiesta vi sia la perdita dell’unica casa che possiede. Una famiglia paga perché non comprende, perché non può attendere, perché la paura è più rapida del diritto.

Così l’errore amministrativo assume carne. Esce dalla banca dati, attraversa un pianerottolo e si siede al tavolo degli ultimi. Non parla. Aspetta. Mentre tutto questo accadeva, gli alloggi continuavano a degradarsi, le manutenzioni restavano sospese, il patrimonio pubblico invecchiava.

Eppure la macchina non era immobile. Produceva atti, decreti, delibere, incarichi. Produceva numeri. Produceva posizioni. Produceva una geometria di competenze e funzioni che i corvi hanno osservato dall’alto.

Hanno visto il disordine cadere sempre verso il basso, sugli assegnatari, mentre altri salivano. Hanno visto le attese appartenere ai fragili e la velocità appartenere al potere. Hanno visto la casa pubblica trasformarsi nel luogo in cui chi non ha nulla deve dimostrare tutto, mentre chi decide può proteggersi dietro la formula secondo cui ogni singolo atto sarebbe formalmente distinto dal precedente.

Il capitolo Scordovillo

Poi è apparso Scordovillo. Non ancora nelle sue delibere più oscure: quelle verranno dopo. Per ora resta il nome, sospeso come una promessa non mantenuta. Un luogo che avrebbe dovuto essere liberato dal degrado e che invece sembra essere entrato nella stessa liturgia della fretta. Fare presto. Mostrare che si stava facendo. Produrre atti. Creare passaggi. Accelerare.

Ma accelerare verso dove? Per liberare davvero le persone? Per utilizzare rapidamente risorse già disponibili? Per costruire una narrazione di efficienza? Per raggiungere un risultato prima di una scadenza amministrativa? O prima di una scadenza che negli atti non compare, legata a equilibri, nomine, incarichi e riconferme?

I corvi hanno parlato anche di questo. Hanno pronunciato numeri senza ancora spiegarli. Hanno indicato deliberazioni che si richiamano reciprocamente, decreti che cambiano assetti, incarichi che compaiono nella penombra, affidamenti che si moltiplicano, interventi presentati come distinti ma uniti dallo stesso respiro amministrativo.

Hanno parlato di possibili frazionamenti, non come sentenze, ma come linee da seguire. Una cifra accanto a un’altra. Una soglia accanto a un’opzione. Un progetto accanto alla sua presunta estensione. Una procedura accanto a quella successiva. Separatamente, frammenti. Insieme, forse, una figura. E hanno parlato di altro.

Non lo hanno ancora consegnato completamente alla luce. Lo custodiscono come i corvi custodiscono ciò che hanno visto dall’alto: senza fretta, perché ora la fretta appartiene a chi teme che i documenti vengano letti.

Potrebbero essere soltanto errori, trascuratezza, cattiva organizzazione, sovrapposizioni prodotte da un’amministrazione incapace di governare se stessa.

Oppure potrebbe esistere una forma più profonda, un’entità amministrativa nutrita da anni di omissioni, affidamenti, incarichi, silenzi e decisioni assunte sempre un istante prima che qualcuno potesse domandarne la ragione.

La prima stanza

La scena si restringe. La luce illumina per un momento le parole atti, decreti, delibere, numeri, incarichi, affidamenti. Poi si sposta e lascia intravedere una parola più difficile: frazionamenti. Non un’accusa già provata. Un passaggio che dovrà essere verificato. Una domanda che richiederà l’acquisizione dei fascicoli integrali, dei contratti, delle offerte, delle ricognizioni, dei cronoprogrammi e delle relazioni interne.

Ma subito dopo la luce si spegne. E rimane la sensazione che quelle parole costituiscano soltanto l’inventario della prima stanza. Xabaras ha deciso di entrare nelle altre. Non cercherà mostri. I mostri amministrativi non possiedono volto. Vivono nelle concatenazioni, nelle omissioni, nelle formule replicate, nelle date che non coincidono, nei numeri che nessuno ha ancora sommato. Cercherà ciò che è stato fatto in fretta e ciò che quella fretta potrebbe avere coperto.

Verificherà se dietro il movimento improvviso della macchina esistessero soltanto ragioni pubbliche oppure anche l’urgenza di consolidare risultati, funzioni, incarichi o riconferme. Non affermerà ciò che i documenti non dimostrano. Ma non permetterà più che le domande siano soffocate dal linguaggio cerimoniale delle delibere.

Le porte sono aperte

Ora che i corvi hanno parlato, il silenzio è finito. Le porte sono aperte.

Dietro la prima vi è la riscossione cieca. Dietro la seconda, Scordovillo e i suoi atti. Dietro le altre vi sono decreti, incarichi, numeri, frammentazioni possibili e qualcosa che ancora non possiede un nome. La luce tenta di avanzare, ma ogni passo genera nuove ombre e ogni ombra sembra condurre a un’altra porta.

Il peggio potrebbe non essere ciò che deve ancora accadere. Potrebbe essere ciò che è già accaduto mentre tutti guardavano altrove. E adesso, nel ventre oscuro dell’Aterp, qualcuno ha finalmente acceso una lampada.

Non illumina molto.

Abbastanza, però, per vedere che il corridoio è più lungo di quanto si pensasse e che, in fondo, qualcosa sta aspettando.

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