6 Settembre 2026
6 Settembre 2026
spot_img

Da Sibari a Scolacium, la Calabria dei tesori: una collezione di meraviglie senza una regia. Il patrimonio c’è, manca il sistema

Città greche, santuari affacciati sul mare, mosaici romani e reperti unici al mondo. Quando arrivano gestione, servizi e comunicazione, i visitatori aumentano. Manca una rete capace di generare turismo, lavoro e tutela

spot_img
spot_img

La Calabria non ha bisogno di inventare attrazioni. Le possiede già, spesso sotto i piedi. Ha Sibari, una delle città più potenti e ricche della Magna Grecia. Ha Locri Epizefiri, con i suoi santuari, le mura e il teatro. Ha Kaulon, dove mosaici di draghi e delfini riemergono davanti al mare. Ha Capo Colonna, con l’ultima colonna del tempio di Hera Lacinia ancora in piedi contro il vento. E poi ci sono il Naniglio di Gioiosa Jonica, la villa romana di Casignana, Scolacium, Hipponion, Medma, Laos, Blanda e decine di aree meno conosciute. Un patrimonio che in Grecia sarebbe probabilmente inserito in itinerari internazionali, collegato agli aeroporti, raccontato in più lingue e trasformato in un’esperienza capace di occupare un’intera settimana di viaggio. In Calabria, invece, il turista deve spesso comportarsi come un archeologo: cercare gli orari, verificare se siano aggiornati, capire come raggiungere il sito, scoprire se esista una visita guidata e sperare che ciò che trova su internet corrisponda alla realtà. Il problema non è la mancanza di storia. È la difficoltà di trasformare quella storia in un sistema.

Sibari, tre città sepolte nello stesso luogo

Sibari non è soltanto un sito archeologico. È una delle grandi storie del Mediterraneo. Fondata dagli Achei nel VII secolo avanti Cristo, divenne una delle colonie più ricche e potenti della Magna Grecia. La sua prosperità entrò persino nel linguaggio comune: ancora oggi la parola “sibarita” indica una persona amante del lusso e dei piaceri. La particolarità dell’area archeologica sta nella sovrapposizione di tre città costruite nello stesso luogo: Sybaris, Thurii e la romana Copia. Secoli di storia uno sopra l’altro, nascosti nella piana attraversata dal Crati.

Il Museo archeologico nazionale della Sibaritide conserva reperti straordinari, tra i quali il celebre Toro cozzante, mentre il parco permette di attraversare quartieri, strade ed edifici appartenuti alle diverse fasi della città. Dopo l’alluvione del 2012, l’area è stata recuperata attraverso nuovi interventi, percorsi e spazi espositivi. Oggi Sibari dispone anche di orari relativamente ampi: il parco comunica per il 2026 un’apertura dal martedì alla domenica, dalle 9.30 alle 20. Questo dimostra che il destino dei siti calabresi non è inevitabile: quando arrivano investimenti e organizzazione, il patrimonio torna a vivere. Ma Sibari potrebbe essere molto di più. Potrebbe diventare la porta settentrionale di un grande itinerario della Magna Grecia, collegato alla costa ionica, ai borghi e agli altri siti archeologici regionali.

Kaulon, i draghi che guardano il mare

A Monasterace, lungo la costa ionica reggina, si trovano i resti dell’antica Kaulon, fondata nella seconda metà del VII secolo avanti Cristo. Qui l’archeologia incontra direttamente il paesaggio. Il visitatore cammina tra ciò che rimane delle abitazioni, delle strade e del grande tempio dorico, mentre poco più avanti si apre il mare. Kaulon è conosciuta soprattutto per i suoi mosaici. Nella cosiddetta Casa del Drago venne scoperta una figura mostruosa che ancora oggi rappresenta una delle immagini più riconoscibili dell’archeologia calabrese. Altri ritrovamenti hanno restituito draghi, delfini e creature marine. Dal sito proviene anche la Tabula Cauloniensis, una lamina di bronzo con una lunga dedica a Zeus scritta nell’alfabeto acheo. Le ricerche condotte nelle acque davanti al parco hanno inoltre individuato elementi architettonici sommersi e testimonianze legate a un antico approdo. Il museo e il parco risultano aperti dal martedì alla domenica, dalle 9 alle 19.30. Ma la vera sfida resta costruire intorno a Kaulon un’esperienza completa: trasporti, visite, servizi, promozione e collegamenti con gli altri luoghi della costa.

Locri non è un gruppo di rovine: è una città da attraversare

L’antica Lokroi Epizephyroi si estende a pochi chilometri dalla Locri moderna. È uno dei parchi archeologici più vasti e importanti della Calabria, ma viene ancora percepito troppo spesso come una tappa isolata. Eppure Locri possiede tutto ciò che serve per raccontare una città antica: le mura, le torri, le porte, i santuari, il teatro, il foro, le terme, le botteghe e le abitazioni.

Nell’area sacra di Marasà sorgeva uno dei principali templi della polis. A Centocamere si possono leggere l’organizzazione del quartiere artigianale e la vita quotidiana della città. La Casa dei Leoni racconta il culto di Afrodite, mentre il teatro testimonia la continuità tra la fase greca e quella romana. Il museo principale ricostruisce la storia della polis magnogreca, mentre il complesso di Casino Macrì documenta le trasformazioni avvenute in età romana e tardoantica. Anche in questo caso gli orari ufficiali non sono quelli di un sito abbandonato: l’apertura indicata è dal martedì alla domenica, dalle 9 alle 20. Il punto, quindi, non è soltanto aprire i cancelli. È fare in modo che il visitatore sappia perché entrare, quanto tempo fermarsi e cosa visitare dopo.

Capo Colonna, una sola colonna sostiene una civiltà

A circa dieci chilometri da Crotone, sul promontorio Lacinio, resiste una delle immagini simbolo della Calabria: la colonna superstite del tempio di Hera Lacinia. Il santuario, costruito in una posizione spettacolare, fu per secoli un punto di riferimento religioso e politico del mondo magnogreco. Il tempio venne edificato intorno al 480-470 avanti Cristo e apparteneva a un complesso molto più vasto, con edifici destinati all’accoglienza, ai banchetti e alle attività del santuario. Secondo la tradizione, anche Pitagora frequentò questi luoghi. Capo Colonna viene inoltre collegata alla Lega Italiota e alla partenza di Annibale dall’Italia verso Cartagine.

Oggi il parco si estende su circa cinquanta ettari. Il museo raccoglie i reperti del santuario, le testimonianze dell’insediamento romano e i marmi provenienti dal relitto di Punta Scifo. Il sito è ufficialmente aperto dal martedì alla domenica, fino alle 20, anche se l’area esterna chiude un’ora prima del tramonto. Ma un luogo di questa forza potrebbe diventare molto più di una visita occasionale: potrebbe essere il centro di un’offerta culturale capace di unire archeologia, mare, paesaggio e città.

Il Naniglio, il simbolo delle occasioni perdute

Il caso del Naniglio di Gioiosa Jonica racconta meglio di altri la contraddizione calabrese. La grande villa romana, realizzata alla fine del I secolo avanti Cristo e ampliata nei secoli successivi, conserva una monumentale cisterna sotterranea divisa in tre navate. Le volte poggiano su otto pilastri quadrati, creando un ambiente di straordinaria suggestione. Sono stati trovati anche mosaici, ambienti residenziali e i resti di un complesso termale ancora non completamente indagato.

Eppure, alla data di consultazione, la scheda ufficiale del Ministero della Cultura indicava il Naniglio come chiuso in tutti i giorni della settimana. La pagina risultava inoltre aggiornata l’ultima volta nel 2021 e non riportava indicazioni chiare su eventuali aperture straordinarie o modalità di prenotazione. Forse esistono iniziative locali o visite organizzate in occasioni particolari. Ma il turista non dovrebbe condurre un’indagine per capire come entrare in un’area archeologica. L’informazione dovrebbe essere immediata, aggiornata e identica su tutti i canali istituzionali. Il Naniglio, dunque, non è soltanto un sito da recuperare. È la fotografia di un problema più ampio: un tesoro può esistere, ma per il pubblico è come se non esistesse se non sa quando e come visitarlo.

Non è vero che in Calabria non si muove nulla

Raccontare le difficoltà non significa ignorare i progressi. I musei statali calabresi sono passati da circa 523mila visitatori nel 2023 a 584mila nel 2024, con una crescita del 12 per cento. Rispetto al 2019, l’aumento indicato è del 36 per cento. Nello stesso periodo, il Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria ha superato i 228mila ingressi; Le Castella ha raggiunto quasi 114mila visitatori; il sistema della Sibaritide ha registrato circa 60mila presenze e quello formato da Capo Colonna e dal museo di Crotone circa 42mila. La Calabria è risultata tra le regioni con la maggiore crescita percentuale, anche se nessun museo calabrese compare ancora tra i trenta più visitati d’Italia.

I numeri dicono una cosa semplice: quando migliorano la comunicazione, le attività didattiche, gli eventi e i servizi, il pubblico arriva. Lo dimostrano le esperienze avviate a Sibari, Capo Colonna e Scolacium, dove sono stati sperimentati nuovi rapporti tra gestione pubblica, iniziative culturali e servizi per i visitatori. Il problema, però, rimane la frammentazione. Alcuni grandi parchi hanno compiuto passi avanti; molte aree minori restano difficili da raggiungere, scarsamente comunicate o affidate ad aperture discontinue.

Il patrimonio non finisce nei cinque siti più conosciuti

La mappa archeologica calabrese è molto più estesa. A Scolacium, nel territorio di Borgia, una colonia romana riaffiora tra ulivi secolari. A Casignana si trova uno dei più importanti complessi di mosaici romani dell’Italia meridionale. A Vibo Valentia sopravvivono le tracce di Hipponion; a Rosarno quelle di Medma; a Santa Maria del Cedro l’antica Laos; a Tortora la città di Blanda. Ci sono poi Metauros a Gioia Tauro, Archeoderi a Bova Marina e numerosi musei territoriali che conservano reperti capaci di raccontare commerci, culti, migrazioni e incontri tra popoli. Presi singolarmente, rischiano di essere destinazioni per studiosi o appassionati. Collegati tra loro potrebbero diventare un viaggio di sette giorni nella Calabria antica, da Sibari allo Stretto.

spot_img
spot_img
spot_img
spot_img

ARTICOLI CORRELATI

spot_img

ULTIME NOTIZIE

spot_img
× Sponsor