C’è una Calabria che a Ferragosto volta le spalle al mare. Carica l’auto di frigo portatili, sedie pieghevoli, tavoli da campeggio e carbonella, e sale. Verso la Sila, le Serre, l’Aspromonte, il Monte Poro e il Reventino: ovunque ci sia un faggio, un pino e un filo d’ombra, lì il 15 agosto nasce una tavolata.
È il Ferragosto montanaro, il più antico e forse il più autentico dei riti calabresi. Quello che comincia prestissimo, perché il posto buono — la radura giusta, vicina alla fontana e lontana dal parcheggio — se lo prende chi arriva per primo.
Alle otto del mattino i boschi sono già un accampamento festoso: tende da sole tra gli alberi, tovaglie a quadri, bambini che corrono e nonni che dirigono le operazioni come generali in pensione.
L’accensione della brace diventa una liturgia
Poi si accende la brace. Ed è lì che il Ferragosto di montagna diventa liturgia. Il menù non si discute, si tramanda. Salsiccia calabrese, rigorosamente al finocchietto o al peperoncino, che sfrigola sulla griglia e profuma il bosco per centinaia di metri. Costate, braciole, spiedini e pancetta che diventa croccante sulla brace.
E accanto al fuoco, in una padella nera che ha visto più estati di chiunque al tavolo, il piatto simbolo dell’estate calabrese: i “pipi e patate”, peperoni e patate fritti insieme fino a fondersi in un’unica cosa. Il contorno che, in realtà, diventa il protagonista.
Salsicce, soppressate e anguria nella fontana
Attorno, il resto della squadra: melanzane grigliate, pane di grano casereccio tagliato a fette spesse, formaggi e soppressate portati “da giù”, pomodori dell’orto conditi al momento e l’anguria messa a raffreddare nell’acqua gelida della fontana. E poi il vino, quello del contadino, versato in bicchieri di plastica che nessuno ha mai considerato un sacrilegio.
La tavolata infinita dove chi passa si siede
La tavolata è infinita, per definizione. Si comincia in dieci e si finisce in venticinque, perché in montagna a Ferragosto vale una sola regola: chi passa, si siede. Il vicino di radura offre la salsiccia, tu ricambi con i “pipi e patate” e a metà pomeriggio le due tavolate sono diventate una.
Caffè, carte e pallone all’ombra degli alberi
Poi arrivano il caffè fatto con la moka sul fornelletto, la partita a carte, il pallone tra gli alberi e il pisolino sulla sdraio. E quell’aria fresca — anche dieci gradi in meno rispetto alla costa — diventa il vero lusso del Ferragosto in quota, mentre giù al mare si suda persino all’ombra.
La discesa a valle con il profumo della brace
Quando il sole comincia a calare tra i faggi, si smonta tutto con la lentezza di chi non vuole andarsene. Si lascia il bosco pulito — perché il vero montanaro il suo angolo di paradiso lo rispetta — e si scende a valle con l’auto che profuma di brace e la promessa di sempre: “L’anno prossimo, stesso posto”. Perché il mare è bello, certo. Ma il Ferragosto, quello vero, in Calabria sa di salsiccia alla brace e “pipi e patate”. E chi c’è stato una volta, lo sa per sempre.












