“L’ho visto il fondo e ho deciso che non era il mio posto”. È una frase affissa sul muro dell’aula scolastica dell’Istituto Penale per Minorenni di Catanzaro, lo spazio nel quale i ragazzi studiano e si formano. Una frase che ha colpito la delegazione della Camera Penale “Alfredo Cantàfora” e che restituisce, con particolare forza, il senso di un percorso di cambiamento: la consapevolezza di aver conosciuto il limite e la decisione di provare a cambiare direzione. Il 2 settembre mattina, una delegazione della Camera Penale di Catanzaro, guidata dal presidente Francesco Iacopino, insieme al vicesindaco Giusy Iemma e al presidente del Consiglio comunale Gianmichele Bosco, ha visitato l’IPM di Catanzaro, accolta dal direttore Francesco Pellegrino e dai suoi collaboratori, dal comandante della Polizia Penitenziaria Daniela Caputo e dal personale dell’Istituto.
Un incontro che ha consentito di conoscere da vicino la realtà dell’IPM, le attività già in corso e le difficoltà che ne condizionano il funzionamento. Ma anche di incontrare ragazzi che, dietro la vicenda giudiziaria, portano storie, fragilità, errori e il desiderio concreto di ricominciare.
Le criticità: sicurezza, organico e condizioni di vita
Sono 34 i ragazzi presenti nell’Istituto, di cui oltre la metà stranieri. Una realtà che deve fare i conti con una forte sofferenza dell’organico della Polizia Penitenziaria, con ricadute sulla sicurezza e sulla possibilità di garantire con continuità le attività interne ed esterne. Gli episodi critici verificatisi nel mese di agosto, compresi alcuni incendi, rappresentano segnali che richiedono attenzione e interventi: “Non possiamo ignorare queste criticità, perché la sicurezza e le condizioni di vita all’interno dell’Istituto sono il presupposto di qualunque percorso trattamentale. Senza operatori non è possibile garantire efficienza ed effettività dei percorsi rieducativi. Le carenze di organico rappresentano un grave vulnus al funzionamento della macchina e, più in generale, del sistema dell’esecuzione penale. Chiaramente, non ci possiamo neppure fermare alla dimensione custodiale”.

Il lavoro e la formazione come strumenti di cambiamento
La visita ha consentito di conoscere esperienze che meritano di essere sostenute e ampliate e che restituiscono l’estrema generosità, l’attenzione e il grande impegno che il direttore Francesco Pellegrino e tutti i suoi collaboratori profondono a favore dei ragazzi. Nonostante le criticità, è proprio grazie a questo impegno quotidiano e alla generosità di molti volontari che è possibile avviare e mantenere reali percorsi di cambiamento, attraverso la frequentazione e la formazione presso gli istituti alberghieri, i corsi di formazione professionale, come quello per pizzaiolo, le attività scolastiche e formative, i progetti culturali, le attività teatrali e quelle sportive, come il calcio e gli scacchi. Si tratta di iniziative capaci di mettere in relazione l’Istituto con il territorio, coinvolgendo le scuole e il contesto sportivo, e di offrire ai ragazzi strumenti concreti per immaginare un futuro diverso. Particolare attenzione è stata dedicata alla lettura, quale strumento di crescita personale e di riflessione. In questo periodo alcuni detenuti stanno leggendo il libro del professor Glauco Giostra, “Se fioriscono le spine”, che affronta il tema dell’importanza del percorso educativo all’interno degli istituti di pena, ma anche il ruolo fondamentale che in questo percorso può assumere la fiducia della società, per non lasciare soli i detenuti e farli sentire, piuttosto, parte integrante di un progetto finalizzato al recupero e all’inserimento sociale.
È inoltre in cantiere, con la Camera Penale, il secondo Memorial dedicato al giudice Roberto Giglio, dopo il successo della prima edizione, tenutasi lo scorso dicembre.
Il muro della burocrazia
Durante l’incontro è emerso con chiarezza anche il peso degli ostacoli burocratici che rischiano di rendere molto più difficile il percorso verso l’autonomia. Il problema dei documenti e della regolarizzazione del titolo di soggiorno per i ragazzi stranieri rappresenta un grave allarme. Spesso, una volta usciti dal carcere, i giovani incontrano difficoltà nel regolarizzare la propria posizione in Italia. Procedure complesse, rapporti difficili con le ambasciate e tempi che si protraggono possono interrompere un percorso di integrazione già avviato, vanificando interamente l’iter trattamentale. “Non è possibile che negli istituti di pena i ragazzi vengano avviati a percorsi di inserimento lavorativo, abitativo e sociale e che poi, una volta usciti, non possano regolarizzare la propria posizione in Italia, finendo così esposti alla clandestinità e a tutto ciò che ne consegue. Questo è un gravissimo problema che impegna la coscienza civile e del quale la politica si deve fare carico».
«Le norme contenute nel Testo unico sull’immigrazione, su questo punto, vanno corrette. Bisogna prevedere disposizioni che favoriscano la regolarizzazione delle persone che si sono già integrate nel tessuto sociale attraverso inserimenti lavorativi e abitativi”. “Oggi, invece, accade spesso che, una volta avvenuto il processo di integrazione, la macchina burocratica ne interrompa la regolarizzazione e non ne consenta il perfezionamento, creando una vera e propria eterogenesi dei fini. Lo straniero integrato, privato della possibilità di regolarizzare la propria permanenza in Italia, finisce per diventare clandestino”. “Così la legge, invece di favorire la regolarizzazione delle posizioni che lo meriterebbero, diventa un ostacolo e un veicolo di irregolarità. Questa schizofrenia legislativa non solo va denunciata, ma deve essere assolutamente corretta, perché è figlia di slogan securitari che producono effetti contrari a quelli sbandierati”. La riflessione riguarda anche le condizioni che spesso precedono l’ingresso nel circuito penale. Dietro l’errore di un ragazzo possono esserci disperazione, povertà, solitudine e mancanza di riferimenti. Per molti giovani stranieri, in particolare, l’assenza di familiari e di una rete affettiva sul territorio aggrava le difficoltà economiche e personali, creando condizioni di fragilità che possono favorire l’ingresso nel circuito penale. “Di queste povertà dovremmo farci carico prima che i ragazzi entrino nel circuito penale. Ma, una volta che vi sono entrati, dobbiamo fare in modo che non vi ritornino. Il circuito penale deve diventare un’occasione di inserimento nel tessuto sociale, garantendo dignità, lavoro e una rete affettiva”.

”Un futuro migliore” e “Adozione in Città”: i progetti per favorire lavoro e rete familiare
È in questo quadro che assumono particolare importanza i progetti promossi dalla Camera Penale Cantàfora con Confartigianato, per favorire formazione e inserimento lavorativo (“un futuro migliore”), e quello dell’“Adozione in Città”, condiviso e sottoscritto con la Diocesi, l’IPM, la Comunità Ministeriale, la Procura Minorile e il Tribunale per i minorenni, al quale aderirà anche il Comune di Catanzaro, che si propone di individuare famiglie disponibili a sostenere i ragazzi privi di riferimenti affettivi sul territorio. L’obiettivo è costruire una rete nella quale famiglie, istituzioni, scuole, servizi sociali, associazioni e mondo del lavoro possano accompagnare concretamente alcuni ragazzi nel passaggio dalla detenzione alla vita esterna. Non si tratta soltanto di offrire un’opportunità lavorativa, ma di costruire un percorso di autonomia, formazione e relazioni positive: un riferimento affettivo, oltre che abitativo e lavorativo, per evitare che il ritorno in libertà si traduca in un rischio di recidiva. “Non dobbiamo aspettare che il ragazzo esca dal carcere per occuparci del suo futuro. Dobbiamo iniziare a costruirlo mentre è ancora dentro. Il reinserimento non può essere un problema che riguarda soltanto l’Istituto: riguarda tutta la comunità”.
Le storie dei ragazzi
La parte più significativa della visita è stata l’incontro con i giovani detenuti. Da loro sono emerse storie e riflessioni che raccontano il desiderio di costruire un futuro diverso. Come quella di Angelo (nome di fantasia), che lavora in città, nella ristorazione, e che ha raccontato quanto sia importante per lui seguire il percorso indicato dalle istituzioni per poter tornare rapidamente a una vita autonoma. Emerge anche un bisogno che va oltre il lavoro e la formazione: il bisogno di costruire relazioni positive, una famiglia diversa da quella che spesso è mancata, una comunità nella quale sentirsi nuovamente parte di qualcosa. “Questa visita ci ha ricordato che dietro ogni posizione giuridica c’è una persona e che, quando quella persona è un ragazzo, la nostra responsabilità è ancora maggiore. Abbiamo visto criticità che richiedono interventi istituzionali, ma abbiamo visto anche energie, progetti e soprattutto ragazzi che chiedono di essere aiutati a cambiare. La Camera Penale vuole fare la propria parte insieme a tutti gli attori istituzionali e alla città tutta, perché il carcere minorile non sia soltanto il luogo in cui si sconta una pena, ma quello in cui si ricomincia a costruire un futuro. Perché educare significa continuare a credere che ogni persona possa cambiare e che nessun ragazzo debba essere definito per sempre dal proprio errore. “Ho visto il fondo e ho deciso che non era il mio posto”. È questa la frase che vorremmo poter leggere, un giorno, nella storia di ogni ragazzo. Perché nessun ragazzo è il suo reato. E perché, come è scritto su un altro foglio affisso sul muro dell’Istituto, “non conta da dove parti: conta dove vuoi arrivare”. Insieme si può.












