Dalla notte del 20 ottobre 2026, il Servizio di Sorveglianza Sismica Nazionale dell’INGV sta monitorando con continuità una complessa sequenza sismica localizzata nel Mar Tirreno Meridionale, a circa 30 chilometri a nord-ovest dell’isola di Alicudi. Il picco energetico della serie è stato registrato alle ore 12:19 italiane del 23 ottobre 2026, quando i sismografi hanno rilevato un terremoto di magnitudo momento Mw 5.5 e magnitudo locale ML 5.0. La posizione geometrica della rete di rilevamento, la cui stazione più vicina è l’impianto di Alicudi posizionato a circa 32 chilometri dall’epicentro, pone tuttavia limiti strutturali nella determinazione esatta della profondità, generando un fisiologico margine di incertezza sulle stime ipocentrali dell’intera serie. Alle ore 18:00 del 24 ottobre, il conteggio complessivo dell’Istituto sfiorava i 154 eventi registrati dal mainshock, comprensivi di quattro scosse con magnitudo pari o superiore a 4.0 e due con magnitudo superiore a 5.0.
La contestualizzazione tettonica e i raffronti con i precedenti storici
L’area marina a ovest dell’arcipelago eoliano è nota alla comunità scientifica per una tettonica articolata e per una sismicità crostale frequente. Il terremoto del 23 ottobre si è sviluppato all’interno del dominio compressivo con orientamento Nord-Sud del Tirreno meridionale, che interessa la fascia al largo della Sicilia settentrionale tra Ustica e Alicudi. In questo settore sono ricorrenti gli eventi superficiali associati al sistema trascorrente destro sud-tirrenico, legato ai processi di apertura del bacino, mentre spostandosi verso est si registrano abitualmente terremoti profondi oltre i 400 chilometri dovuti alla subduzione. I dati forniti dalle stazioni geodetiche GNSS confermano l’esistenza di un movimento di convergenza in atto con velocità misurate fino a 1,5 millimetri all’anno. L’evento rappresenta la scossa più intensa registrata nel settore dal 28 maggio 1980, quando un terremoto di magnitudo Mw 5.7 colse l’area a sud di Alicudi causando lievi danni. Storicamente, il Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani annovera per il basso Tirreno diversi eventi di rilievo, tra cui spicca la forte scossa del 5 marzo 1823 di magnitudo Mw 5.8, che provocò gravi danneggiamenti lungo la costa tra Patti e Palermo accompagnandosi a un piccolo tsunami.

L’impatto sul territorio, la propagazione e la smentita sul vulcano Marsili
I rilevamenti effettuati attraverso le stazioni accelerometriche dell’INGV e della Protezione Civile indicano che le mappe di scuotimento hanno raggiunto livelli stimati fino al IV-V grado della scala MCS sulle isole Eolie e lungo il litorale tirrenico siciliano. I picchi di accelerazione del suolo più elevati sono stati registrati dalla stazione di Alicudi con il 5% di g, seguita da Filicudi con il 4.7% di g e Salina con il 3.3% di g. La risposta della popolazione, documentata da oltre 2400 questionari inviati al portale “Hai sentito il terremoto?”, ha evidenziato un risentimento diffuso nell’arcipelago e lungo la costa della Sicilia nord-orientale, oltre che in diversi settori della Calabria. Sollecitati dalle frequenti speculazioni mediatiche relative al Marsili, i vulcanologi dell’INGV hanno infine precisato la totale assenza di correlazioni dirette tra la sequenza sismica e l’attività del più grande vulcano sottomarino d’Europa, distante circa 20 chilometri. Il Marsili è infatti caratterizzato da una sismicità a bassissima energia legata a processi estensionali e degassamento superficiale, una cinematica diametralmente opposta alla sorgente di natura compressiva che ha generato il terremoto del 23 ottobre.














