Il contribuente ideale, per una certa politica, lavora, paga e non disturba. Tiene aperta un’attività, accetta un turno in più, aiuta i figli, assiste i genitori. Quando arriva una scadenza trova i soldi. Quando chiede un servizio deve trovare la pazienza. Poi comincia la campagna elettorale e quello stesso cittadino diventa indispensabile. Gli promettono meno tasse, stipendi dignitosi, pensioni adeguate, sanità efficiente. Gli spiegano che il suo sacrificio merita rispetto. Finite le elezioni, dovrebbe avere almeno il diritto di controllare che fine abbiano fatto quelle promesse. Invece, troppo spesso, persino chiedere conto diventa una scortesia. Se critichi, non hai capito i vincoli di bilancio. Se insisti, fai il gioco dell’opposizione. Se mostri una bolletta o una prenotazione sanitaria, ti rispondono con un comunicato.
Uno stipendio non basta a sentirsi al sicuro
Il ceto medio viene raccontato come una categoria abbastanza fortunata da potersela cavare. Ma avere un lavoro non mette automaticamente al riparo da una spesa imprevista, dalle cure di un familiare, dal costo degli studi di un figlio fuori sede. Un dato aiuta a capire quanto sia concreta la questione salariale: secondo l’Istat, alla fine di giugno 2026 circa 3,9 milioni di dipendenti, nell’insieme dei contratti monitorati, erano in attesa del rinnovo. Il tempo medio di attesa per chi aveva il contratto scaduto era di 17,9 mesi, in diminuzione rispetto all’anno precedente. Un miglioramento che va riconosciuto. Resta il fatto che quasi un anno e mezzo, per chi aspetta, pesa sul bilancio di casa. Quando un contratto tarda, le spese continuano ad arrivare. E un aumento va giudicato anche da quello che consente di comprare: altrimenti si festeggia sulla carta ciò che al supermercato si fatica a vedere.
Autonomi e dipendenti, una guerra comoda per la politica
Dividere chi lavora è facilissimo. Basta descrivere ogni autonomo come un evasore e ogni dipendente pubblico come un mantenuto. Il commerciante contro l’impiegato, il privato contro il pubblico, il giovane contro il pensionato. Intanto le responsabilità di chi decide spariscono dalla discussione. Un artigiano che paga imposte e contributi ha tutto l’interesse a contrastare chi lavora in nero e gli sottrae clienti. Un dipendente pubblico che svolge bene il proprio mestiere ha tutto l’interesse a pretendere che assenze e inefficienze non vengano tollerate. Un’impresa seria ha bisogno di lavoratori pagati regolarmente e di una pubblica amministrazione capace di rispondere. L’onestà fiscale e il rispetto del lavoro devono convenire. Se diventano uno svantaggio competitivo, è lo Stato a dover spiegare che cosa sta facendo per correggere il problema.
Le tasse si giudicano anche dai servizi
Pagare le tasse serve a finanziare ospedali, scuole, trasporti, sicurezza. Proprio per questo il contribuente ha diritto a sapere come vengono spese. Chi, dopo aver versato il dovuto, deve pagare una visita privata perché non può aspettare, sostiene un secondo costo. Chi accompagna un familiare a curarsi lontano da casa aggiunge viaggio, pernottamento e giornate di lavoro perdute. Sono spese che devono entrare nella valutazione della sanità pubblica. In Calabria dovremmo pretendere risposte precise: quali prestazioni sono disponibili, dove, con quali tempi. Una struttura inaugurata va giudicata dai reparti operativi, dal personale presente, dalle cure erogate. Tagliare un nastro richiede pochi minuti. Garantire un servizio richiede un’amministrazione che funzioni ogni giorno.
I privilegi vanno cercati nelle decisioni
La denuncia dei privilegi diventa comoda quando resta vaga. Consente di prendersela con tutti senza chiedere conto a nessuno. Bisogna invece leggere una nomina, confrontare i requisiti, controllare un affidamento, verificare chi riceve un’agevolazione e per quale ragione. Un incarico assegnato senza valorizzare le competenze danneggia chi quelle competenze le possiede. Una spesa inutile sottrae risorse a una necessità concreta. È qui che serve anche il giornalismo: nei documenti, negli importi, nelle scelte. Con la disponibilità a correggere un’accusa quando i fatti la smentiscono e con la stessa fermezza nel sostenerla quando i fatti la dimostrano.
Presentiamo il conto a chi governa
Le risorse pubbliche sono limitate. È proprio questa la ragione per pretendere scelte leggibili, priorità dichiarate e risultati verificabili. Chi amministra deve spiegare perché finanzia una cosa e ne rinvia un’altra. Deve assumersene la responsabilità. Sui salari contano i redditi reali. Sulla sanità contano le cure. Sui giovani contano le possibilità di studiare, lavorare e costruirsi una vita senza dipendere indefinitamente dai genitori. A chi governa, a Roma come in Calabria, va chiesto di rispondere su questo. Con date, cifre e impegni che si possano controllare. E alle elezioni successive bisogna ricordarsene. Chi tiene in piedi il Paese ha già pagato. Adesso ha diritto di vedere i risultati.














