di Mara Paone – Caccuri non è un luogo nel quale si capita per caso. Bisogna scegliere di raggiungerlo, lasciare le strade più frequentate e salire verso la Presila crotonese. Forse anche per questo il Premio che porta il suo nome ha conservato negli anni un carattere così riconoscibile: chi arriva non attraversa semplicemente il paese, ma vi si ferma e ne diventa, almeno per qualche giorno, parte.
Per quasi due settimane le strade cambiano idealmente direzione. Da un territorio abituato a vedere partire persone, competenze ed energie, si cominciano a vedere automobili e transfer che portano visitatori. Scrittori, giornalisti, magistrati, editori, artisti e rappresentanti delle istituzioni salgono verso il Castello e il centro storico, portando nel borgo una parte importante del dibattito culturale italiano. È un rovesciamento geografico prima ancora che culturale: Caccuri non prova a imitare i grandi centri e non chiede di essere considerata una loro periferia privilegiata, rivendica il diritto di essere centro rimanendo fedele alla propria dimensione, alle proprie pietre e alla propria comunità.
Il Castello non è una scenografia prestata agli ospiti e il borgo non è una cartolina utilizzata per rendere più suggestivo un programma, perché Caccuri è il vero autore collettivo del Premio: gli dà voce, atmosfera e identità. I protagonisti cambiano ogni anno, il paese resta e trasforma ogni incontro in qualcosa che difficilmente potrebbe accadere nello stesso modo altrove.
Dal 2012 Caccuri diventa capitale della saggistica
Nato nel 2012 dall’intuizione e dal lavoro dell’Accademia dei Caccuriani, il Premio celebra quest’anno la sua quindicesima edizione. In poco più di un decennio ha trasformato Caccuri in uno dei principali palcoscenici italiani dedicati alla saggistica e al pensiero critico.
La sua è una formula quasi unica nel panorama dei festival letterari italiani. Mentre molte manifestazioni concentrano la propria attenzione soprattutto sulla narrativa, Caccuri ha scelto di mettere al centro la saggistica: i libri che provano a interpretare la politica, l’economia, la società, l’informazione, la giustizia e le grandi trasformazioni del nostro tempo.
Già nella prima edizione arrivarono Pino Aprile, Piergiorgio Odifreddi e Piergiorgio Morosini. Negli anni sono passati da Caccuri Ferruccio de Bortoli, Nicola Gratteri, Carlo Cottarelli, Enrico Letta, Bianca Berlinguer, Walter Veltroni, Dacia Maraini, Paolo Crepet, Stefano Massini, Sigfrido Ranucci, Alan Friedman, Massimo Cacciari, Gad Lerner e Alessandro Sallusti.
L’elenco potrebbe continuare a lungo e comprende alcuni autentici mostri sacri del giornalismo, della politica, dell’editoria, della letteratura, dell’economia e dello spettacolo: eppure il tratto più bello del Premio non è mai stato soltanto il prestigio dei nomi presenti nel programma.
Quando titoli e formalità scompaiono e ci si dà tutti del tu
Chi scrive ha avuto per molti anni il piacere di essere ospite del Festival, di seguirne le giornate e di condurre sul palco incontri e interviste. Ed è proprio da questa esperienza diretta che emerge uno degli aspetti più autentici di Caccuri.
Per i vicoli incontri Giordano Bruno Guerri, presidente delle giurie, oppure una delle grandi firme del giornalismo, un magistrato, un editore, un protagonista della politica o un artista conosciuto dal grande pubblico. Ma dopo pochi minuti titoli, incarichi e formalità finiscono per scomparire. Ci si ritrova in piazza, al Castello o attorno a un tavolo e, quasi naturalmente, alla fine ci si dà tutti del tu.
Questa familiarità non riduce l’autorevolezza degli incontri, al contrario, rende il confronto più vero. È uno dei tratti più belli dell’ospitalità calabrese e uno dei risultati del lavoro degli organizzatori, capaci di seguire e coccolare ogni singolo ospite, facendolo sentire realmente a casa.
A Caccuri non si ha mai l’impressione di partecipare a un evento impersonale, nel quale gli invitati arrivano, salgono sul palco e ripartono. Si entra, piuttosto, in una comunità. Si viene accolti, accompagnati e coinvolti nella vita del paese. È così che le interviste continuano informalmente dopo la fine degli incontri, le conversazioni si spostano dal palco alle strade e un programma culturale diventa anche un’esperienza umana.
Un Premio che racconta un’altra Calabria
La riuscita della manifestazione dipende proprio dalla capacità di tenere insieme dimensioni differenti: la qualità delle proposte culturali, il prestigio degli ospiti, l’impegno dell’Accademia dei Caccuriani e la partecipazione dell’intera comunità.
Chi arriva per ascoltare un autore scopre inevitabilmente anche Caccuri e la Calabria: attraversa la Sila, visita il Castello e il centro storico, conosce i sapori del territorio e incontra una comunità che dell’accoglienza ha fatto il proprio tratto distintivo.
Il Premio offre così l’immagine di una Calabria che non si limita a ospitare eventi, ma sa produrre cultura, richiamare visitatori e partecipare da protagonista al dibattito nazionale. È grazie alla sinergia tra istituzioni, sponsor, organizzatori e cittadini che un progetto nato in un piccolo centro dell’entroterra ha potuto conquistare una dimensione nazionale.
In un territorio nel quale restanza e tornanza fanno quotidianamente i conti con lo spopolamento e la scarsità di opportunità, il Premio realizza un “borgocentrismo” concreto: non il paese come cartolina, ma come luogo vivo nel quale arrivare, fermarsi e avere voglia di tornare.
Il 10 agosto la finale con Sala, Grasso, Sommi e Cerno
Il 10 agosto la serata finale riunirà i quattro finalisti della XV edizione: Cecilia Sala con “I figli dell’odio”, Pietro Grasso con “’U Maxi. Dentro il processo a Cosa Nostra”, Luca Sommi con “Solo amore. Appunti per un manifesto in difesa degli animali” e Tommaso Cerno con “Le ragioni di Giuda”.
Quattro libri e quattro prospettive differenti sull’uomo, la giustizia, i conflitti e la responsabilità. Al termine sarà proclamato il vincitore e consegnata la Torre d’Argento, realizzata da un caro amico del Premio, il grande maestro orafo Michele Affidato.
La magia di Caccuri comincia quando si spengono le luci
Il successo del Premio, però, non si misura soltanto dal prestigio degli ospiti o dal numero di persone presenti in piazza. Si riconosce soprattutto da ciò che accade quando si spengono le luci del palco: chi era arrivato come ospite finisce per sentirsi parte del paese. È questa la magia che Caccuri riesce a rinnovare ogni estate. I grandi nomi della cultura italiana arrivano con i loro libri, le loro storie e i loro titoli; poi incontrano una comunità che li accoglie senza formalità, li fa sedere a tavola e, quasi naturalmente, comincia a dare loro del tu. Per alcuni giorni il mondo sale fino a Caccuri. E quando riparte, porta gioiosamente con sé un pezzo di questo bellissimo borgo di Calabria.












