Aveva appena 42 anni ed era arrivato da pochi mesi al vertice della sua carriera politica. La mattina del 7 agosto 1935 Luigi Razza era a bordo di un aereo diretto ad Asmara, in Eritrea. Il velivolo era decollato dal Cairo quando esplose in volo e precipitò. Razza morì insieme al suo segretario Vincenzo Minasi, all’esploratore e africanista Raimondo Franchetti e ai quattro componenti dell’equipaggio.
Novantuno anni dopo, la sua storia resta legata profondamente a Vibo Valentia, la città nella quale era nato e che ancora oggi porta il suo nome sul Palazzo municipale, sullo stadio e in altri luoghi pubblici. Ma la biografia di Luigi Razza è molto più complessa di quella del semplice “ministro vibonese”: attraversa le lotte sociali dei primi del Novecento, il sindacalismo rivoluzionario, la Grande Guerra, la nascita del fascismo, il corporativismo e infine il governo Mussolini.
Nato a Monteleone, figlio di un agente di custodia
Luigi Razza nacque il 12 dicembre 1892 a Monteleone di Calabria, l’odierna Vibo Valentia, da Leone Razza e Carmela De Luca. Era il primo di tre fratelli. Il padre era un agente di custodia e il suo trasferimento a Noto, in Sicilia, portò con sé la famiglia. A Noto Razza frequentò il liceo-ginnasio e conseguì la maturità classica nel 1912. Ma già da giovanissimo aveva mostrato interesse per il giornalismo: l’Enciclopedia Italiana colloca il suo esordio nella stampa addirittura nel 1910. La svolta arrivò poco dopo.
Le lotte dei contadini e l’incrocio con Giuseppe Di Vittorio
Nel 1912 Razza si trasferì in Puglia e cominciò a organizzare i lavoratori agricoli tra Lecce, Corato, Monopoli e Cerignola. Era ancora lontanissimo dal ministro fascista che sarebbe diventato vent’anni dopo. Operava nell’area dell’Unione sindacale italiana, il sindacato rivoluzionario legato a figure come Filippo Corridoni e Alceste De Ambris. Diresse Camere del lavoro e giornali e partecipò alle durissime agitazioni delle campagne pugliesi. Ed è qui che la sua storia incrocia quella di un altro protagonista del Novecento italiano: Giuseppe Di Vittorio. Il Dizionario Biografico Treccani documenta che Razza condusse lotte sindacali insieme a Di Vittorio e che proprio quest’ultimo gli succedette alla guida della Camera del lavoro di Cerignola. Un particolare sorprendente se letto alla luce delle strade politiche radicalmente diverse che i due avrebbero successivamente imboccato. Nell’aprile del 1914, dopo uno sciopero generale particolarmente violento, Razza fu raggiunto da un mandato di cattura. Riparò prima a Milano e poi a Lugano, continuando l’attività sindacale e giornalistica.
L’incontro politico con Mussolini
Con la Prima guerra mondiale tornò a Milano. Conseguì la laurea in Giurisprudenza e partecipò alla campagna interventista insieme a Benito Mussolini, diventando redattore del Popolo d’Italia. Tra il 1914 e il 1916 fece parte dei Fasci d’azione rivoluzionaria, arrivando anche alla segreteria dell’organizzazione. Inizialmente riformato per gracilità fisica, nel 1916 si arruolò volontario. Combatté sul fronte del Trentino, partecipò alle operazioni in Val Posina, sul monte Cimone e sull’Altopiano di Asiago e nel 1918 alla conquista di Trento. Secondo Treccani ricevette due croci di guerra al valor militare. Il passaggio decisivo avvenne il 23 marzo 1919: Razza partecipò a Milano all’adunata di piazza San Sepolcro nella quale nacquero i Fasci italiani di combattimento di Mussolini. Era ormai dentro la storia del fascismo delle origini.
Deputato e potente dirigente del sindacalismo fascista
Mussolini lo nominò segretario dei Fasci del Trentino. Negli anni successivi Razza divenne una figura sempre più importante nell’organizzazione sindacale fascista guidata da Edmondo Rossoni. Nel 1924 fu eletto deputato. Il Portale storico della Camera documenta la sua presenza alla Camera per tre legislature, dal 1924 fino alla morte. La sua vera forza politica, però, era nel mondo agricolo.
Tra il 1927 e il 1934 fu uno dei principali dirigenti del sindacalismo fascista. Divenne presidente della Confederazione nazionale dei sindacati fascisti dell’agricoltura, entrò nel Gran Consiglio del fascismo e nel Comitato centrale corporativo. C’è un numero che dà la misura del suo peso: durante la sua presidenza, secondo il Dizionario Biografico Treccani, gli iscritti alla Confederazione agricola passarono da 847mila a 2 milioni.
Razza sostenne la difesa dei salari agricoli colpiti dalla crisi del 1929, ipotizzò forme di partecipazione dei lavoratori agli utili e spinse per nuovi strumenti assicurativi e previdenziali. Ma il contesto storico deve essere chiarito: non si trattava più del libero sindacalismo delle lotte giovanili. Era il sistema sindacale corporativo del regime fascista, che aveva inquadrato le organizzazioni dei lavoratori nello Stato, riconosciuto il sindacato unico e vietato sciopero e serrata. È proprio questa trasformazione – dal giovane organizzatore delle lotte contadine al dirigente di uno dei pilastri del sistema corporativo fascista – a rendere particolare la parabola politica di Razza.
Due milioni di iscritti e i contrasti sul corporativismo
Razza non fu, tuttavia, una figura marginale neppure nel dibattito interno al fascismo. Sosteneva una visione fortemente statalista dell’economia e attribuiva alle corporazioni non soltanto il compito di comporre le controversie tra lavoratori e imprese, ma anche una funzione di programmazione economica. Su alcune scelte del modello corporativo manifestò pubblicamente perplessità rispetto alla soluzione adottata dallo stesso Mussolini.
Nel 1930 divenne inoltre il primo commissario del nuovo Commissariato per le migrazioni e la colonizzazione interna, alle dirette dipendenze della Presidenza del Consiglio. L’organismo si occupò della colonizzazione agraria nell’Agro pontino e anche nei possedimenti coloniali italiani, in particolare in Libia. Alla fine del 1933 Razza venne rimosso dalla presidenza della Confederazione agricola. La sua carriera, però, non finì. Anzi.
Mussolini lo porta al governo
Il 24 gennaio 1935 Mussolini lo nominò ministro dei Lavori pubblici. La data è certificata dal Portale storico della Camera dei deputati, che indica Razza in carica dal 24 gennaio al 7 agosto 1935. Rimase ministro poco più di sei mesi. Treccani ricostruisce che in quel breve periodo cercò di utilizzare i lavori pubblici anche come strumento contro la disoccupazione e progettò interventi di “bonifica sociale” nei borghi rurali e nei centri urbani. L’archivio storico della Camera gli attribuisce, nella sua veste ministeriale, 53 progetti di legge presentati, tutti di iniziativa governativa. Poi arrivò la missione che gli sarebbe stata fatale.
Il volo verso Asmara e l’esplosione
Nell’estate del 1935 Mussolini inviò Razza in Africa orientale per una missione esplorativa. Il contesto storico è fondamentale: meno di due mesi dopo, il 3 ottobre 1935, l’Italia fascista avrebbe dato inizio all’invasione dell’Etiopia. Il 7 agosto Razza ripartì dal Cairo verso Asmara. Secondo la ricostruzione del Dizionario Biografico Treccani, l’aereo esplose in volo. L’Enciclopedia Italiana colloca il punto della tragedia a circa 15 chilometri a sud dell’aeroporto di Almaza, al Cairo. A bordo c’erano sette persone. Nessuna sopravvisse. Con Razza morirono il segretario Vincenzo Minasi, il barone ed esploratore Raimondo Franchetti e quattro uomini dell’equipaggio.
Le cause che l’inchiesta non riuscì a spiegare
È questo uno dei passaggi sui quali, nel corso dei decenni, sono fiorite ricostruzioni, sospetti e ipotesi. Il dato storico accertato è più netto e, paradossalmente, anche più suggestivo: la causa dell’esplosione non venne individuata. Il Dizionario Biografico Treccani scrive che l’inchiesta sull’incidente non riuscì ad accertarne i motivi. Questo consente di parlare correttamente di una tragedia dalle cause mai chiarite, ma non permette, sulla base delle fonti storiche autorevoli consultate, di presentare come accertata l’ipotesi di un attentato.
Sette bare avvolte nel tricolore
L’Archivio storico dell’Istituto Luce conserva una straordinaria documentazione fotografica dei funerali. Il 18 agosto 1935, nella basilica di San Marco a Roma, furono allineati i sette feretri, coperti dal tricolore. Le immagini mostrano le bare trasportate sui carri d’artiglieria e il corteo funebre che attraversa il centro della capitale. La morte improvvisa trasformò rapidamente Razza anche in una figura celebrativa del regime. L’Archivio Luce documenta che durante il viaggio di Mussolini in Calabria del 30 e 31 marzo 1939, il dittatore, arrivato a Vibo Valentia, rese omaggio al monumento dedicato a Luigi Razza e successivamente alla sua cappella votiva.
Il nome di Razza è ancora dentro Vibo
A distanza di oltre novant’anni il rapporto tra Luigi Razza e la sua città è ancora visibile. A Vibo Valentia esistono il Palazzo Luigi Razza, sede degli uffici comunali, lo stadio Luigi Razza, una strada che porta il suo nome e il monumento collocato davanti al Duomo di San Leoluca. Segni di una memoria sopravvissuta al regime nel quale Razza costruì la parte decisiva della propria carriera.
La sua resta una delle parabole politiche più singolari espresse dalla Calabria nel Novecento: figlio di un agente di custodia, organizzatore delle lotte contadine, compagno di strada del giovane Di Vittorio, giornalista, volontario della Grande Guerra, fascista della prima ora, dirigente di un’organizzazione da due milioni di iscritti, deputato e infine ministro. Tutto prima dei 43 anni. Il 7 agosto 1935, nel cielo egiziano, quella corsa verso il vertice si interruppe improvvisamente. E sulle cause dell’esplosione dell’aereo, novantuno anni dopo, rimane una risposta che la stessa inchiesta dell’epoca non riuscì a trovare.












