26 Luglio 2026
26 Luglio 2026
spot_img

Litfiba, 40 anni dopo “17 Re” il rock è ancora una miccia: Pelù infiamma Cosenza tra Gaza, armi e politica

Alla Rendano Arena oltre due ore e mezza tra memoria, provocazione e grandi classici. Pelù sventola le bandiere palestinese e italiana, attacca Trump e Crosetto e rivendica il rock come presa di posizione

spot_img
spot_img

I quarant’anni di 17 Re non potevano essere celebrati con un concerto nostalgico. Alla Rendano Arena di Cosenza, per la tappa del tour organizzata da L’Altro Teatro, i Litfiba hanno trasformato il compleanno di uno dei dischi più importanti del rock italiano in uno spettacolo che ha alternato memoria, provocazione e attualità. Il tour ripropone integralmente l’album del 1986, arricchito dai grandi classici della band.

Nel bene o nel male, i Litfiba restano una rarità nel panorama musicale italiano: una band che continua a rischiare, a esporsi e a mettere le proprie idee al centro dello spettacolo. Si può condividere o contestare ogni parola di Pelù, ma è difficile uscire da un loro concerto avendo assistito soltanto a una sequenza di canzoni. A Cosenza è andato in scena molto di più: un concerto, un manifesto e, soprattutto, una dimostrazione che il rock, quando vuole, sa ancora far discutere.

Oltre due ore di musica e denuncia

Per oltre due ore e mezza Piero Pelù non si è limitato a cantare: ha parlato, provocato, ironizzato, dividendo il concerto in due binari paralleli; da una parte la musica, dall’altra un monologo politico e sociale. Nel mirino sono finiti la guerra, il riarmo, Israele e la tragedia di Gaza, definita senza mezzi termini un genocidio; poi Donald Trump, il ministro Guido Crosetto, accusato di favorire la vendita di armi, il costo della vita, il caro carburanti, il razzismo, il suprematismo bianco e il maschilismo, che Pelù ha fatto risalire anche alla tradizione religiosa patriarcale, contrapponendola alle divinità femminili del mondo greco-romano. Non sono mancati riferimenti storici a Sandro Pertini, salutato come simbolo dell’antifascismo, né stoccate a Giovanni Paolo II per il suo atteggiamento durante la dittatura cilena e i drammi vissuti da tanti argentini durante la dittatura, tra cui tanti emigrati calabresi.

Con il suo consueto accento toscano ha stemperato i toni con battute continue. “Avete pagato il biglietto… però almeno canto pure”, ha scherzato dopo uno dei suoi interventi politici, invitando il pubblico a prendersi anche un po’ gioco di lui quando esagera con i discorsi. Un’ironia che ha alleggerito un concerto altrimenti densissimo di contenuti.

Il tricolore di tutti gli italiani

Emozionante il momento in cui Pelù ha sventolato prima la bandiera della Palestina ma poi anche quella italiana. “La bandiera italiana ormai la sventolano solo i cosiddetti nazionalisti. Invece è la bandiera di tutti gli italiani”, ha detto, ricevendo uno degli applausi più convinti della serata. Non sono mancate nemmeno alcune parole in dialetto calabrese e il ricordo dei suoi precedenti concerti in regione, compreso quello conclusosi con una rissa e con un cachet mai incassato.

Sul palco, però, non c’era solo Pelù. Ghigo Renzulli ha confermato di essere il vero architetto sonoro dei Litfiba: riff granitici, suono pulito ma potente e quella capacità, rara dopo quarant’anni di carriera, di rendere ancora contemporanee canzoni nate negli anni Ottanta. Accanto a lui i maestri Maroccolo (basso) e Aiazzi (tastiere) con Luca Martelli alla batteria (nomen omen ) pilastri di una band solida e compatta, capace di passare dalle atmosfere oscure e tribali di 17 Re all’energia esplosiva dei grandi successi senza perdere intensità. Nessun esercizio di nostalgia: il gruppo suona ancora come una rock band che vive il presente.

Uno show travolgente e senza pause

La prima parte dello spettacolo è stata dedicata quasi integralmente a 17 Re, seguendo il percorso dell’album: Febbre, 17 Re, Come un Dio, Oro Nero, Sulla Terra, Vendetta, Ferito, Apapaia, Ballata, Re del Silenzio, Pierrot e la Luna, Univers, Tango, Cafè, Mexcal e Rosita, Gira nel mio cerchio, Cane e Resta.

Poi il bis, quello che ha definitivamente incendiato Piazza XV Marzo. Il vento, Istanbul, Santiago, Eroi nel vento, La preda, Tex e l’immancabile Cangaceiro hanno trasformato la Rendano Arena in un enorme coro collettivo, con migliaia di persone a cantare ogni parola. È stato il momento in cui il concerto ha smesso di essere la celebrazione di un album per diventare la celebrazione di quarant’anni di storia del rock italiano.

Che lo si condivida o meno, Pelù continua a fare ciò che ha sempre fatto: usare il rock come strumento di intervento pubblico. I suoi discorsi possono dividere, perfino infastidire, ma sono coerenti con un’identità artistica costruita in oltre quattro decenni. Alla Rendano Arena non è andato in scena soltanto un concerto dei Litfiba. È andato in scena un pezzo di storia del rock italiano che, quarant’anni dopo 17 Re, continua a rifiutare l’idea che la musica debba limitarsi a intrattenere.

spot_img
spot_img
spot_img

ARTICOLI CORRELATI

spot_img

ULTIME NOTIZIE

spot_img
× Sponsor