25 Ottobre 2026
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Il calabrese che costrinse il re a giurare la Costituzione: la storia dimenticata di Michele Morelli

Nato a Monteleone, l’attuale Vibo Valentia, guidò nel 1820 l’insurrezione che piegò Ferdinando I. Il sovrano giurò la Carta il 13 luglio, ma pochi mesi dopo favorì il ritorno dell’assolutismo e mandò Morelli al patibolo

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La mattina del 13 luglio 1820, nella cappella privata del Palazzo Reale di Napoli, Ferdinando I di Borbone pronunciò un giuramento che sembrava destinato a cambiare per sempre il Regno delle Due Sicilie. Davanti alla corte e ai rappresentanti del nuovo potere costituzionale, il sovrano promise fedeltà a una Carta ispirata alla Costituzione spagnola di Cadice del 1812. A costringerlo a piegarsi non era stato un esercito straniero e neppure una sommossa nata nella capitale. Tutto era cominciato undici giorni prima, quando un giovane sottotenente di cavalleria nato a Monteleone di Calabria, l’attuale Vibo Valentia, aveva lasciato la caserma di Nola alla testa di un piccolo gruppo di militari. Si chiamava Michele Morelli. Aveva 28 anni e sarebbe diventato uno dei primi protagonisti del costituzionalismo italiano, prima di essere condannato a morte dallo stesso regime che aveva costretto a cambiare. La sua storia contiene tutti gli elementi di un grande racconto politico: una congiura, una marcia armata, un re impaurito, una Costituzione concessa e poi rinnegata, la fuga attraverso l’Adriatico, il processo e l’impiccagione. Eppure il suo nome, perfino nella città in cui nacque, resta molto meno conosciuto di quanto meriterebbe.

Il ragazzo di Monteleone diventato ufficiale

Michele Morelli nacque a Monteleone, oggi Vibo Valentia, il 12 gennaio 1792. Era il sesto e ultimo figlio di una famiglia patrizia non particolarmente ricca. Il padre, Giuseppe Maria, ricoprì l’incarico di ricevitore generale della Calabria Ultra. Morelli si formò probabilmente nel collegio cittadino e a sedici anni scelse la carriera militare.

Entrò nella Compagnia dei veliti a cavallo durante il cosiddetto Decennio francese, quando il Regno di Napoli era governato prima da Giuseppe Bonaparte e poi da Gioacchino Murat. Partecipò anche alla disastrosa campagna napoleonica di Russia e, nel 1815, combatté contro gli austriaci nell’esercito murattiano, distinguendosi nello scontro di Occhiobello e ottenendo il grado di sottotenente. Il ritorno dei Borbone cambiò però il destino di molti ufficiali formatisi sotto Murat. Morelli venne inserito nel reggimento Real Borbone cavalleria, di stanza a Nola, ma comprese presto che il proprio passato murattiano avrebbe ostacolato qualsiasi avanzamento di carriera. Fu in quell’ambiente che aderì alla Carboneria, la società segreta che raccoglieva militari, professionisti e funzionari favorevoli a una monarchia limitata da una Costituzione.

La Spagna accende la speranza dei liberali

Nella primavera del 1820 una notizia attraversò l’Europa: in Spagna un’insurrezione militare aveva obbligato Ferdinando VII a ripristinare la Costituzione di Cadice del 1812. Quella Carta stabiliva principi rivoluzionari per l’epoca: la sovranità della nazione, la rappresentanza parlamentare e la limitazione dei poteri assoluti del monarca.

Nel Regno delle Due Sicilie, gli ambienti carbonari videro nell’esperienza spagnola un modello da imitare. Tra aprile e giugno si moltiplicarono i tentativi di organizzare una sollevazione, mentre nell’esercito cresceva l’insoddisfazione per la perdita di prestigio e di retribuzione rispetto agli anni murattiani. Morelli e il collega Giuseppe Silvati facevano parte di questa rete. Non volevano abbattere la monarchia o proclamare una Repubblica. L’obiettivo era costringere il sovrano a riconoscere un ordinamento costituzionale.

La notte in cui cominciò la rivolta

Nella notte tra il 1° e il 2 luglio 1820, Morelli e Silvati lasciarono la caserma di Nola con sottufficiali e soldati del loro reggimento. A loro si unirono alcuni civili guidati dal sacerdote carbonaro Luigi Minichini. La spedizione partì con poche centinaia di uomini e con un programma essenziale: raggiungere Avellino, sollevare le guarnigioni e proclamare la Costituzione.

Minichini avrebbe voluto allargare il percorso alle campagne, nella speranza di coinvolgere contadini e popolani. Morelli preferì invece puntare direttamente su Avellino. Da ufficiale più anziano assunse di fatto il comando della colonna, accampandosi sulle alture di Monteforte. La marcia avvenne sotto una bandiera tricolore e al grido di “Viva Dio, viva il re, viva la Costituzione”. Era la formula che sintetizzava la natura del movimento: fedeltà alla monarchia, ma rifiuto dell’assolutismo.

Avellino proclama la Costituzione

Il 3 luglio, Morelli e i suoi uomini entrarono ad Avellino. La popolazione e le autorità cittadine li accolsero senza opporre resistenza e venne proclamata la Costituzione spagnola. Morelli trasferì il comando militare al tenente colonnello Lorenzo De Concilj, collaboratore del generale Guglielmo Pepe. La rivolta, nata da una piccola diserzione, assunse così una struttura militare più vasta.

Il movimento si allargò rapidamente. Le truppe inviate dal governo non riuscirono o non vollero fermare gli insorti, mentre numerosi reparti passarono dalla loro parte. Il re comprese che reprimere la sollevazione avrebbe potuto provocare una guerra civile. Il 7 luglio promise la concessione della Costituzione.

Lo “Squadrone sacro” entra a Napoli

Il 9 luglio 1820 l’esercito costituzionale entrò a Napoli tra ali di folla. In testa alla sfilata c’erano Michele Morelli e i suoi uomini, ormai chiamati “Squadrone sacro”. La colonna percorse le vie centrali della capitale e raggiunse Palazzo Reale. Quello che meno di dieci giorni prima appariva come un gesto disperato compiuto da un gruppo di giovani ufficiali era diventato un movimento capace di imporre le proprie condizioni alla monarchia.

Morelli era ormai il simbolo della rivolta. Non aveva conquistato Napoli con una battaglia e non aveva deposto il re. Aveva però dimostrato che l’esercito non era più disposto a difendere senza condizioni il potere assoluto.

13 luglio 1820, il giuramento di Ferdinando I

La mattina del 13 luglio, Ferdinando I giurò solennemente di introdurre nel Regno una Costituzione modellata su quella spagnola del 1812. La cerimonia si svolse nella cappella privata del Palazzo Reale di Napoli. Secondo le memorie del generale Guglielmo Pepe, dopo il giuramento il re gli si avvicinò con il volto bagnato dalle lacrime, assicurando di avere pronunciato quelle parole sinceramente. La ricostruzione storica successiva avrebbe dimostrato quanto fosse fragile quella promessa.

La nuova Carta limitava sensibilmente le prerogative del sovrano e assegnava un ruolo centrale a un Parlamento eletto. Prevedeva inoltre organismi rappresentativi nelle province e nei Comuni, rispondendo anche al desiderio di maggiore autonomia rispetto al centralismo amministrativo del Regno. Per alcuni mesi Napoli divenne uno dei primi laboratori costituzionali dell’Italia preunitaria. Si svolsero le elezioni e il nuovo Parlamento cominciò a discutere di amministrazione, libertà e rappresentanza politica.

Morelli rifiutò premi e avanzamenti

Nonostante il ruolo assunto nella rivoluzione, Morelli non cercò di trasformare il successo in una carriera personale. Durante il breve regime costituzionale rifiutò gli avanzamenti di grado collegati alla propria partecipazione alla rivolta. Era inoltre contrario ai progetti più radicali della Carboneria e non sosteneva il rovesciamento della monarchia. Nel settembre del 1820 partì alla testa dello Squadrone sacro per partecipare alla spedizione inviata dal governo napoletano contro la rivolta siciliana. In seguito venne privato del comando, anche se le ragioni non sono state definitivamente chiarite, e fu poi nominato cavaliere dell’Ordine di San Ferdinando. La sua fedeltà al nuovo ordinamento non sarebbe però bastata a salvarlo quando il vento politico cambiò.

Il re chiese aiuto alle potenze europee

La Costituzione napoletana spaventò le monarchie della Santa Alleanza, preoccupate che l’esempio del Regno delle Due Sicilie potesse alimentare nuove rivoluzioni in Europa. Ferdinando I venne invitato al congresso di Lubiana. Il Parlamento gli consentì di partire, confidando nella sua promessa di difendere il nuovo ordinamento davanti alle potenze europee. Il sovrano fece invece l’opposto: appoggiò l’intervento austriaco destinato a restaurare l’assolutismo. Nel marzo 1821 l’esercito costituzionale venne sconfitto ad Antrodoco e le truppe austriache entrarono nel Regno. A soli sette mesi dal giuramento, la Costituzione venne cancellata. Il regime liberale che Morelli aveva contribuito a conquistare terminò con la restaurazione del potere assoluto.

La fuga di Morelli e Silvati

Dopo la sconfitta, Morelli tentò di organizzare un’ultima resistenza tra Nola e Avellino. Il progetto fallì e la polizia mise una consistente taglia sulla sua testa. Insieme a Silvati si imbarcò con l’intenzione di raggiungere l’Albania ottomana. Una serie di eventi li condusse invece sulle coste della Dalmazia e successivamente in Bosnia e a Ragusa. I due cercarono di nascondere la propria identità presentandosi prima come mercanti romani e poi come ufficiali disertori. Furono consegnati alle autorità austriache e trasferiti verso il Regno delle Due Sicilie. Morelli riuscì per breve tempo a fuggire, ma venne nuovamente catturato. Nell’agosto 1821 lui e Silvati erano rinchiusi nel Castel dell’Ovo, in attesa del processo.

Un processo con la sentenza già scritta

Il procedimento davanti alla Gran Corte Speciale di Napoli cominciò nel maggio 1822. Morelli ebbe soltanto un difensore d’ufficio e durante il processo si rifiutò di coinvolgere altri ufficiali nella congiura. Il pubblico ministero indicò in Morelli e Silvati i principali responsabili dell’insurrezione che aveva modificato il governo legittimo. Il 10 settembre 1822 la Corte condannò a morte trenta ufficiali. Il re intervenne commutando la pena per ventotto di loro. La condanna capitale rimase soltanto per i due uomini che avevano dato materialmente inizio alla marcia di Nola: Michele Morelli e Giuseppe Silvati. La clemenza borbonica si fermò davanti ai simboli della rivolta.

L’impiccagione e l’ultima frase contro il re

L’esecuzione ebbe luogo il 12 settembre 1822, in piazza San Francesco a Napoli. Morelli rifiutò i conforti religiosi e venne successivamente sepolto in terra sconsacrata. Una testimonianza dell’epoca gli attribuisce una frase feroce e beffarda: avrebbe detto di voler andare all’inferno per vedere come sarebbe stato ricevuto il re. Aveva trent’anni. Due anni prima aveva guidato la marcia che aveva costretto Ferdinando I a giurare sulla Costituzione. Ora moriva per ordine dello stesso sistema monarchico che aveva scelto di non rovesciare.

Un protagonista calabrese prima del Risorgimento

La vicenda di Michele Morelli precede di decenni le rivoluzioni del 1848, le imprese mazziniane e la spedizione dei Mille. Il suo obiettivo non era ancora l’unità nazionale nel significato che avrebbe assunto successivamente. Morelli voleva trasformare il Regno delle Due Sicilie in una monarchia costituzionale, limitando il potere assoluto del sovrano e affidando alla rappresentanza politica una parte delle decisioni pubbliche. Proprio per questo la rivoluzione del 1820 rappresenta un passaggio fondamentale nella storia del liberalismo meridionale. Per alcuni mesi il Regno offrì agli altri Stati italiani il primo esempio contemporaneo di monarchia costituzionale e di vita parlamentare. L’esperimento fallì per la debolezza interna, per le divisioni territoriali e soprattutto per l’intervento delle potenze europee. Ma non scomparve senza lasciare tracce: molti dei principi e degli uomini di quella stagione sarebbero riemersi nei decenni successivi.

Vibo e il suo eroe quasi dimenticato

A Vibo Valentia il nome di Morelli appartiene alla toponomastica e alla memoria istituzionale, ma difficilmente occupa lo spazio riservato ai grandi personaggi della storia nazionale. Eppure fu un giovane nato a Monteleone a dare il primo impulso a una rivoluzione che obbligò un re assoluto a pronunciare un giuramento costituzionale. Il 13 luglio non ricorda soltanto la cerimonia di Ferdinando I. Ricorda soprattutto il risultato ottenuto da chi aveva avuto il coraggio di marciare da Nola senza sapere se sarebbe stato seguito, arrestato o ucciso. Morelli vinse per pochi mesi e perse la vita. Ma dimostrò che perfino una monarchia apparentemente intoccabile poteva essere costretta a riconoscere la forza della legge. La sua storia è quella di un calabrese che piegò il re e venne poi schiacciato dalla restaurazione. Una storia nazionale nata a Monteleone, nel cuore dell’attuale provincia di Vibo Valentia. A lui oggi è intitolato uno degli istituti scolastici più antichi e prestigiosi della sua città natale, il Liceo Classico.

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