La Regione Calabria ha acceso i motori della più grande rotazione dirigenziale degli ultimi anni. Decine di incarichi da assegnare, settori strategici da redistribuire, nuove caselle da occupare. Sia chiaro, ufficialmente trattasi dell’attuazione delle regole sulla trasparenza e sull’anticorruzione. Nei corridoi della Cittadella, però, la sensazione è un’altra: il solito grande valzer delle poltrone. D’altronde, basta leggere il nuovo interpello interno per capire che qualcosa non torna. Quasi ovunque, infatti, compare la stessa etichetta: “fascia alta di rischio corruzione”: ambiente, patrimonio, fondi europei, welfare, trasporti, autorizzazioni, demanio, forestazione, sanità. Insomma, una mappa impressionante di uffici considerati ad alta esposizione.
La domanda sulle fasce alte di rischio
Possibile, tuttavia, che ogni postazione sia davvero ad alto rischio? Non è che, più banalmente, le fasce alte fanno comodo perché corrispondono a incarichi economicamente più pesanti e più appetibili? Porsi il dubbio non è un mero esercizio di malizia del cronista cattivone, perché se negli ultimi anni si è parlato continuamente di anticorruzione, trasparenza, PIAO, controlli interni e misure di mitigazione del rischio, allora qualcosa dovrebbe pure aver funzionato, o no?
Le azioni di prevenzione non servivano proprio a questo, a ridurre il rischio,
a rendere alcuni procedimenti più tracciabili, a rafforzare i controlli, a separare le funzioni, a digitalizzare i processi? Perché allora oggi sembra che quasi metà della macchina regionale sia ancora classificata come “ad alto rischio”? Viene spontaneo chiedersi se le misure adottate in questi anni siano state davvero efficaci oppure se, alla fine, il sistema abbia preferito lasciare tutto com’era.
I dirigenti ruotano, i funzionari restano
E non è l’unica contraddizione. L’interpello parla continuamente di rotazione dei dirigenti, ma dentro gli uffici regionali esiste un’altra realtà molto più stabile e molto meno mobile: quella dei funzionari storici. Quelli che restano negli stessi posti per anni, a volte per decenni, quelli che conoscono ogni pratica, ogni piattaforma, ogni procedura, ogni equilibrio interno.
Sono i dirigenti che cambiano ma i funzionari, in magna pars, no. E così accade che alcuni di essi, dopo anni nello stesso settore, finiscano per avere un peso reale persino superiore ai dirigenti che si alternano sulle poltrone; sono loro la memoria degli uffici, i veri gestori della continuità amministrativa, i punti di riferimento obbligati di ogni nuovo arrivato.
Ecco perché è legittimo chiedersi se la rotazione stia funzionando davvero. Perché cinque anni nello stesso settore sono già tantissimi. In alcuni uffici delicati bastano due o tre anni per costruire reti relazionali, controllo operativo delle pratiche e un potere informale enorme. Eppure si continua a vedere sempre gli stessi nomi negli stessi posti.
Redistribuzione degli equilibri o rivoluzione organizzativa?
Alla fine il rischio è che tutta questa gigantesca operazione assomigli più a una redistribuzione interna degli equilibri che a una vera rivoluzione organizzativa. Si cambiano i dirigenti, si riscrivono gli organigrammi, si pubblicano interpelli lunghissimi pieni di richiami alla trasparenza, ma il dubbio resta lì, pesante: la Regione Calabria sta davvero combattendo le incrostazioni del sistema oppure si sta limitando, ancora una volta, a spostare le pedine lasciando intatta la scacchiera?
Requisiti larghi e profili su misura
E c’è un ultimo elemento che rende questo interpello ancora più controverso.
A leggerlo bene, infatti, non sembra nemmeno costruito con una logica uniforme. In alcuni settori i requisiti sono praticamente vuoti, generici, aperti a chiunque abbia i requisiti minimi previsti dal regolamento, mentre in altri le competenze richieste diventano talmente dettagliate, verticali e specifiche da sembrare quasi cucite addosso a profili già individuabili. È questa la sensazione più difficile da ignorare: un interpello che in certe parti appare larghissimo e discrezionale, mentre in altre sembra scritto con il righello su misura.
Da un lato formule vaghe che non spiegano davvero come verranno fatte le scelte. Dall’altro richieste ultra-specialistiche, esperienze mirate, competenze settoriali così precise da restringere inevitabilmente la platea dei possibili candidati. E allora la domanda finale diventa inevitabile: siamo davanti a una grande operazione di trasparenza amministrativa oppure a un meccanismo che, dietro il linguaggio tecnico della rotazione e dell’anticorruzione, continua a lasciare enormi margini di discrezionalità nella distribuzione del potere interno?















