1 Ottobre 2026
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Blitz contro la ’ndrangheta a Melicucco, le mani del clan sui lavori per il Giro d’Italia: assessore comunale ai domiciliari

Dodici misure cautelari nell’indagine sulla presunta cosca Costa: forniture imposte, pressioni sul Comune e un paese dove nessuno denuncia. Borrelli avverte: “Senza un rafforzamento degli organici si rischia la paralisi dell’attività giudiziaria”

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Un tratto di strada da asfaltare fino ai pressi della casa di un esponente della cosca, oltre quanto previsto dall’appalto. E un assessore comunale che, secondo l’accusa, avrebbe sostenuto quella richiesta. Ci sono anche i lavori di rifacimento del manto stradale in vista del passaggio del Giro d’Italia nell’inchiesta della Dda di Reggio Calabria che ha portato all’esecuzione di dodici misure cautelari a Melicucco. Tra i destinatari figura Gabriele Bruzzese, assessore ai Lavori pubblici della giunta guidata dal sindaco Francesco Nicolaci, posto agli arresti domiciliari con l’ipotesi di concorso in estorsione. Secondo la ricostruzione investigativa, avrebbe appoggiato la pretesa di un esponente della cosca Costa di estendere l’intervento su una strada provinciale a un tratto non compreso nel progetto, fino ad arrivare vicino alla propria abitazione.

È una delle otto presunte estorsioni ricostruite dai Carabinieri del Gruppo di Gioia Tauro. Un’indagine che descrive un’organizzazione capace, secondo gli inquirenti, di condizionare le attività economiche, interferire nell’operatività del Comune e intervenire persino nelle controversie private. Sette persone sono state condotte in carcere e cinque ai domiciliari. Agli indagati vengono contestati, a vario titolo, associazione mafiosa, estorsione aggravata, violenza privata aggravata, detenzione illegale di armi e detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio. Sequestrati anche un’impresa individuale attiva nella gestione di una cava di inerti e un terreno.

Borrelli: “Dalle indagini è emerso un condizionamento degli organi comunali”

Il procuratore capo di Reggio Calabria Giuseppe Borrelli, illustrando l’operazione al Comando provinciale dei Carabinieri, ha indicato nelle pressioni sull’amministrazione uno degli aspetti centrali dell’inchiesta. “Abbiamo ricostruito una pluralità di estorsioni e dalle indagini è emerso un condizionamento degli organi comunali realizzato dalla cosca”, ha dichiarato. “Le indagini hanno permesso di ricostruire le dinamiche di ’ndrangheta della locale di Melicucco. È stata ricostruita la genesi del sodalizio, sono stati ricostruiti anche vari episodi estorsivi, in particolare otto estorsioni”, ha spiegato, richiamando il coinvolgimento di un esponente dell’amministrazione comunale in una delle contestazioni. Per il magistrato, il provvedimento rientra in un lavoro più ampio sugli equilibri criminali del territorio: “Ritengo questo provvedimento cautelare di particolare importanza”, ha affermato, perché si inserisce nella linea operativa della Procura diretta a ricostruire gli assetti associativi mafiosi del distretto. “Vi è la necessità di attualizzare l’operatività mafiosa di alcune cosche anche storiche, la cui mafiosità è stata riconosciuta ormai molti anni fa”, ha aggiunto.

Il commerciante convocato dai capi e le forniture imposte

Le presunte estorsioni non avrebbero riguardato soltanto denaro. Secondo gli investigatori, il gruppo avrebbe imposto fornitori, materiali e commesse, orientando una parte dell’economia locale verso attività riconducibili alla cosca. Borrelli ha spiegato che le richieste non si risolvevano “nella richiesta di somme di denaro”, ma anche “nell’imposizione di forniture o di commesse”. Uno degli episodi riguarda il titolare di due supermercati, che sarebbe stato “prelevato e portato al cospetto” dei capi per sentirsi imporre l’acquisto della carne da una ditta riconducibile al vertice del clan. Una vicenda che il procuratore ha descritto come caratterizzata da “una certa drammaticità”.

Nel settore edile, invece, sarebbero state imposte forniture di inerti provenienti da una cava gestita da un imprenditore ritenuto appartenente al sodalizio. Le pressioni avrebbero riguardato anche i lavori per una chiesa. All’impresa impegnata nel rifacimento del manto stradale lungo la Ionio-Tirreno, nel tratto di Melicucco, sarebbe stato imposto di consegnare a una ditta indicata il bitume recuperato dalla scarifica dell’asfalto. Secondo la ricostruzione illustrata in conferenza stampa, la stessa impresa era già sottoposta alle richieste di un altro gruppo criminale: la cosca sarebbe intervenuta intimando ai precedenti estorsori di restare nel proprio territorio.

Il caseificio e le pressioni sul sindaco

Un episodio distinto da quello contestato all’assessore riguarda la presunta interferenza della cosca nell’apertura di un caseificio. Secondo quanto riferito da Borrelli, il capo del gruppo voleva avviare l’attività in un fabbricato che aveva già ospitato il caseificio del fratello. La precedente impresa aveva cessato di operare lasciando un debito tributario nei confronti del Comune. L’amministrazione riteneva che la situazione della vecchia licenza impedisse il rilascio di una nuova. “La cosca convocava all’interno della propria masseria il sindaco di Melicucco per indurlo a sbloccare la situazione di stallo”, ha raccontato il procuratore.

Durante il confronto sarebbero state contestate le ragioni dell’amministrazione. Alle iniziali resistenze del sindaco, secondo la ricostruzione accusatoria, “i toni si inasprivano”, fino alla prospettazione di “condotte di tipo ritorsivo” nei confronti del primo cittadino o del personale comunale. Il sindaco si sarebbe quindi detto disposto ad attivarsi per risolvere la questione e, qualora non ci fosse riuscito, a dimettersi. La vicenda si sarebbe conclusa con la cessazione della precedente licenza, rimuovendo l’ostacolo indicato dal Comune.

“Un soggetto alternativo allo Stato”

Il quadro descritto dalla Procura comprende anche il controllo sulle relazioni quotidiane: debiti da recuperare, accessi ai fondi agricoli e compravendite di terreni. “Le indagini hanno dimostrato che il nuovo gruppo criminale abbia esercitato un controllo totale nel territorio di Melicucco, sottoponendo ad estorsioni gli operatori economici della zona, intrattenendo rapporti con altre consorterie mafiose di primo piano e condizionando in modo significativo l’operatività dell’ente comunale”, ha dichiarato Borrelli. “Il gruppo criminale, all’interno del territorio, costituiva un soggetto alternativo allo Stato, al quale i cittadini si rivolgevano per la risoluzione di vicende private e che esercitava anche un controllo sull’andamento dell’ordine pubblico, impedendo che avvenissero reati”.

Tra gli episodi richiamati figura l’intervento di un vertice dell’organizzazione per dirimere una controversia relativa a un mancato pagamento al titolare di una sala scommesse. In un altro caso, chi doveva tagliare il lucchetto di un cancello per accedere a un fondo si sarebbe rivolto preventivamente alla cosca per chiarire di avere ricevuto l’incarico dal proprietario, evitando che il gesto fosse interpretato come un danneggiamento. Il gruppo avrebbe inoltre richiamato all’ordine chi aveva venduto un terreno senza la sua autorizzazione.

I contatti con Piromalli e Mancuso e il progetto sui rifiuti

L’inchiesta ha ricostruito anche rapporti con altre consorterie mafiose, tra cui i Piromalli e i Mancuso di Limbadi. “Sono emersi collegamenti con la cosca Piromalli, ai quali gli indagati si rivolgevano per richiedere l’assunzione di persone presso il centro di distribuzione di Amazon, contatti con la cosca Mancuso di Limbadi”, ha riferito Borrelli. Il riferimento alle assunzioni riguarda le presunte richieste degli indagati e non implica responsabilità dell’azienda.

Secondo quanto illustrato in conferenza stampa, i Piromalli avrebbero a loro volta chiesto alla cosca di Melicucco aiuto per recuperare due quadricicli sottratti a componenti della famiglia. Sono stati ricostruiti anche contatti con imprenditori pugliesi interessati a trovare un capannone dove stoccare rifiuti urbani, “con lo scopo di trattenerli temporaneamente per farli poi smaltire all’estero”, ha spiegato il procuratore. Tra le ipotesi emerse nelle indagini figura anche quella di far ricadere lo smaltimento sul Comune, simulando l’insolvenza del soggetto obbligato.

La storia della locale e l’ascesa dagli anni Novanta

Le indagini, avviate nel maggio 2022, hanno sviluppato anche risultanze dei procedimenti “Crimine” e “‘Ndrangheta stragista”, ricostruendo l’evoluzione della locale e l’avvicendamento dei vertici. “La cosca di Melicucco, a base familiare, era sostanzialmente emersa in provvedimenti già datati della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, in particolare nei provvedimenti ‘Crimine’ e ‘’Ndrangheta stragista’, ma non era stata riconosciuta nella sua autonomia”, ha spiegato Borrelli. “Nell’ambito dell’odierno provvedimento si è proceduto alla ricostruzione storica dell’affermarsi di questo gruppo criminale sul comune di Melicucco, affermazione che è iniziata a partire dagli anni Novanta, quando essa è riuscita a scalzare quello che era stato il dominio del gruppo facente capo a Rocco Santo Filippone”. Secondo l’impostazione accusatoria, un ruolo di vertice sarebbe stato assunto da Rosario “Angelo” Costa, insieme al fratello Carmelo.

Nessuna denuncia: i fatti ricostruiti con intercettazioni e pedinamenti

A segnare l’inchiesta è anche l’assenza di denunce per i fatti contestati. Gli episodi sono stati ricostruiti attraverso attività tecniche, intercettazioni, osservazioni e pedinamenti. Un dato che, secondo gli investigatori, richiama la capacità intimidatoria delle cosche radicate nei piccoli centri, dove il riconoscimento del potere criminale può precedere persino una minaccia esplicita. “Sono molto soddisfatto di questa operazione”, ha affermato Borrelli, “perché costituisce quello che la Procura vuole ripromettersi nel corso dei prossimi anni sotto la mia direzione”.

“Vogliamo dimostrare l’attualità della permanenza dei fenomeni criminali mafiosi sul territorio calabrese, in particolare in quelle che sono le nuove dimensioni dell’agire mafioso, ma anche in quelle che sono dinamiche tradizionali del controllo del territorio che si fondano appunto sull’assoggettamento e sulla violenza e sull’intimidazione”.

L’allarme sulla riforma: “All’ufficio gip servono trenta giudici”

A margine della conferenza stampa, il procuratore ha affrontato anche il tema del giudice collegiale per i provvedimenti cautelari, collegando la riforma alla necessità di un aumento consistente degli organici. “Gli attuali organici, di fronte alla complessità delle dinamiche investigative, non consentono di avere delle risposte immediate e secondo me anche compatibili con quelli che sono i tempi delle indagini che oggi sono imposti dalla legge”, ha dichiarato. “Credo che una riforma di questo genere, per non avere degli effetti e un impatto effettivamente paralizzante su quella che è l’attività giudiziaria, dovrebbe essere accompagnata da un rafforzamento non simbolico ma consistente degli organici”.

Il ragionamento di Borrelli parte dal numero dei magistrati chiamati a decidere: “Io penso sostanzialmente che se quello che fino ad oggi ha fatto un giudice dovrà essere fatto da tre giudici, implichi che dove c’era un giudice dovranno essercene tre. In altri termini, presso l’ufficio gip di Reggio Calabria a fronte di 10 giudici dovranno essercene 30. Di tutto ciò io allo stato non vedo traccia, però non posso evidentemente prevedere ciò che avverrà nei prossimi mesi, quindi esprimo l’auspicio che ciò avvenga”, ha concluso. Il rischio, nella valutazione del procuratore, ricadrebbe sulla comunità: “La paralisi dell’attività giudiziaria in un territorio di mafia andrebbe essenzialmente a discapito dei cittadini”.

Il procedimento si trova nella fase delle indagini preliminari. Le contestazioni dovranno essere valutate nelle successive fasi giudiziarie e le persone coinvolte sono da considerarsi non colpevoli fino a un’eventuale sentenza definitiva.

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