Il referendum è finito. Il problema, invece, è rimasto sul tavolo. La vittoria del No ha impedito che entrasse in vigore una riforma costituzionale considerata sbagliata da una parte consistente della magistratura ma trasformare quel risultato in una sorta di assoluzione generale del sistema significherebbe commettere un errore forse persino più grave di quello che si voleva evitare. Il voto popolare può avere chiuso una questione costituzionale, ma non ha cancellato le domande che da anni accompagnano il funzionamento del Consiglio superiore della magistratura: quanto pesano le correnti nelle nomine? Quanto sono prevedibili le decisioni? Quanto spazio resta alla discrezionalità? E soprattutto: due magistrati che si trovano in condizioni analoghe possono essere davvero certi di essere giudicati secondo gli stessi criteri? È dentro queste domande che assumono un significato particolare le prossime elezioni del Csm. Una consultazione che potrebbe apparire interna alla magistratura e che, invece, riguarda molto da vicino anche i cittadini.
Il referendum non può diventare un “liberi tutti”
Sarebbe troppo semplice leggere la vittoria del No come la prova che il sistema dell’autogoverno non abbia bisogno di essere profondamente corretto. La difesa dell’indipendenza della magistratura e la critica alle degenerazioni del Csm non sono due posizioni incompatibili. Possono, anzi devono, camminare insieme. Va evitato che per correggere le storture dell’autogoverno si consegnino alla politica strumenti capaci di compromettere l’autonomia dei magistrati. Allo stesso tempo va impedito che l’autonomia venga utilizzata come argomento per difendere l’esistente, comprese le sue zone d’ombra. Dopo il referendum si apre dunque una stagione forse più complicata: quella dell’autoriforma. Meno roboante delle grandi riforme costituzionali, non meno importante. Cambiare una norma è relativamente semplice, cambiare prassi, criteri, abitudini consolidate e sistemi di relazione lo è molto meno.
Perché il Csm riguarda anche chi non indossa la toga
Le elezioni del Consiglio superiore vengono spesso raccontate come una faccenda interna ai magistrati. Non lo sono. Il Csm interviene sulle nomine dei dirigenti degli uffici giudiziari, sui trasferimenti, sulle applicazioni, sulle scoperture degli organici e su una parte rilevante della vita professionale dei magistrati. Quelle decisioni finiscono inevitabilmente per incidere sul funzionamento concreto dei tribunali e delle procure. Dietro un ufficio che funziona oppure arranca, dietro una Procura capace di organizzare il lavoro o un Tribunale schiacciato dagli arretrati, non ci sono soltanto codici, risorse economiche e personale amministrativo. Ci sono anche scelte organizzative e nomine. E quando quelle scelte sono sbagliate, tardive oppure percepite come opache, il conto non lo paga soltanto il magistrato escluso da un incarico. Lo pagano i cittadini attraverso una giustizia più lenta, meno efficiente e meno credibile. È questa la ragione per cui il voto per il Csm possiede una dimensione pubblica assai più ampia della platea chiamata materialmente alle urne.
Correnti, il problema non è che esistano
Liquidare tutto con la parola “correntismo” sarebbe altrettanto superficiale. Le correnti della magistratura hanno avuto e continuano ad avere anche una funzione di elaborazione culturale, confronto tra differenti concezioni della giurisdizione e partecipazione alla vita associativa. Il problema nasce quando l’appartenenza smette di rappresentare un luogo di confronto ideale e rischia di trasformarsi in criterio di selezione, riconoscibilità o protezione. È lì che il sistema si incrina ed è anche per questo che non ogni magistrato che vota un candidato sostenuto da una corrente può essere automaticamente considerato parte di un sistema clientelare. Talvolta dietro quel voto può esserci una ragione molto più semplice: la ricerca di una tutela dentro un sistema percepito come troppo discrezionale e poco prevedibile. Il vero obiettivo, allora, non dovrebbe essere sostituire una corrente con un’altra né dichiarare una guerra ideologica ai gruppi associativi. Dovrebbe essere rendere meno necessaria la protezione del gruppo.
Dalla protezione della corrente alla protezione delle regole
È forse questo il passaggio culturale più importante. In un sistema perfettamente credibile, un magistrato non dovrebbe aver bisogno di chiedersi chi conosce, a quale gruppo appartiene o quale consigliere possa rappresentarlo meglio. Dovrebbe poter confidare nella forza della regola. Significa sapere che esperienze professionali analoghe vengono valutate con parametri analoghi. Che una scelta differente viene spiegata. Che una deroga è motivata. Che ciò che ieri valeva come titolo non diventi irrilevante oggi senza una ragione comprensibile. È la differenza tra una tutela di appartenenza e una tutela di metodo. La prima protegge il singolo perché inserito dentro una rete. La seconda protegge tutti perché sottoposti alle stesse regole ed è precisamente questo il terreno sul quale il nuovo Csm sarà chiamato a misurare la propria credibilità.
Il vero nodo: quanta discrezionalità può permettersi il Csm?
La discrezionalità non può essere cancellata. La storia professionale di un magistrato, la complessità degli uffici e la scelta di chi debba guidare una Procura o un Tribunale non possono essere ridotte a una semplice somma matematica di titoli e anzianità. Ma tra discrezionalità e arbitrio esiste un confine. Quando i criteri diventano troppo elastici, le motivazioni generiche oppure elementi simili vengono valorizzati in maniera differente da una pratica all’altra, si crea inevitabilmente uno spazio di manovra. Ed è proprio dentro quello spazio che possono insinuarsi logiche di appartenenza, rapporti personali e meccanismi clientelari. Per questo la battaglia decisiva non è contro la discrezionalità in sé. È per una discrezionalità governata, motivata e verificabile.
Gli indipendenti e la sfida più difficile
Dentro questa cornice assumono particolare interesse le candidature indipendenti, cioè quelle che non nascono direttamente dalle strutture organizzate delle correnti. La loro presenza racconta innanzitutto qualcosa: una parte della magistratura ritiene ancora possibile cambiare il Csm dall’interno dell’attuale sistema costituzionale, senza rivoluzioni istituzionali e senza trasferire quote di potere alla politica. Ma essere indipendenti non basta. L’indipendenza non può trasformarsi in un marchio elettorale né ridursi alla frase: “Non appartengo a nessuno”. Occorre spiegare che cosa si vuole fare, con quali strumenti e dentro quali limiti. Un consigliere del Csm, indipendente o appartenente a una corrente, non dispone di poteri assoluti. Non può cambiare da solo le circolari, imporre una nomina o determinare la volontà dell’organo collegiale. Può però fare qualcosa di assai concreto: studiare le pratiche, confrontare le decisioni, segnalare le contraddizioni, chiedere conto delle disparità e costringere il Consiglio a motivare meglio le proprie scelte. Può rendere più difficile ciò che oggi appare troppo facile: decidere in maniera incoerente senza che quella incoerenza emerga pubblicamente. Per questo l’indipendenza, senza competenza tecnica, rischia di essere soltanto uno slogan.
Nomine, territori e famiglie: dove si misura il cambiamento
Il banco di prova sarà fatto di questioni molto concrete. A partire dalle procedure per gli incarichi direttivi e semidirettivi, da anni al centro delle polemiche sul peso delle appartenenze e sulla prevedibilità delle scelte. Ma non soltanto. C’è il problema della distribuzione dei magistrati sul territorio, soprattutto negli uffici più difficili e meno attrattivi. C’è quello delle scoperture. Ci sono le applicazioni e i trasferimenti. Ci sono le situazioni personali e familiari dei magistrati, che devono essere considerate attraverso criteri prevedibili senza compromettere le esigenze degli uffici. E c’è un tema spesso sottovalutato: la valutazione dei dirigenti.
Guidare un Tribunale o una Procura non può essere soltanto una tappa di carriera. Significa organizzare uomini, risorse e lavoro. Significa rispondere anche della capacità dell’ufficio di funzionare. Per questo occorrono strumenti capaci di verificare non soltanto i curricula, ma i risultati effettivi della gestione. In questo quadro può avere un ruolo anche l’avvocatura, purché il suo contributo sia raccolto attraverso procedure rigorose e garantite, evitando tanto l’autoreferenzialità quanto il rischio di giudizi personali o ritorsivi.
Gli indipendenti partono senza una macchina elettorale
C’è poi una questione che riguarda direttamente la competizione. Le correnti possiedono strutture consolidate, reti territoriali, relazioni costruite nel tempo e una riconoscibilità immediata. Un candidato indipendente deve invece costruire quasi da zero la propria visibilità nazionale tra migliaia di magistrati. È una disparità organizzativa che non costituisce di per sé una colpa delle correnti, ma racconta molto del funzionamento del sistema.
Chi corre fuori dai gruppi deve riuscire a trasformare un programma individuale in una proposta conosciuta e valutabile, senza poter contare sull’automatismo di un’identità collettiva. E proprio per questo le candidature indipendenti possono rappresentare un test interessante: verificare quanto il voto dei magistrati sia disposto a spostarsi dall’appartenenza alla valutazione della persona.
Ogni magistrato che vota si assume una responsabilità
Perché alla fine il Csm non è un organismo arrivato da un altro pianeta. È anche il prodotto delle scelte dei magistrati che lo eleggono. Criticare le correnti e poi votare automaticamente sulla base dell’appartenenza sarebbe una contraddizione. Così come invocare il cambiamento senza valutare programmi, competenze e storia professionale dei candidati. Il voto per il Csm è quindi un atto di responsabilità individuale. Dovrebbero contare la preparazione, l’autonomia personale, la conoscenza della macchina consiliare, la capacità di motivare le decisioni e soprattutto la disponibilità a utilizzare gli stessi criteri quando davanti al consigliere c’è un magistrato vicino e quando ce n’è uno lontano. Sembra un principio elementare. Nell’autogoverno, però, sarebbe già una piccola rivoluzione.
Criticare il Csm significa difendere la magistratura
C’è infine un equivoco dal quale sarebbe utile liberarsi. Denunciare le storture dell’autogoverno non equivale a delegittimare la magistratura. È vero piuttosto il contrario. Una magistratura realmente autonoma è tanto più forte quanto più sa riconoscere e correggere le proprie distorsioni. Negarle significa offrire argomenti proprio a chi sostiene che soltanto un intervento esterno possa mettere ordine nel sistema. L’autonomia non si difende dichiarandola. Si difende dimostrando di meritarla ogni giorno attraverso trasparenza, sobrietà, competenza e responsabilità.
Dopo il No, la partita comincia adesso
Il referendum ha impedito una riforma che i suoi oppositori giudicavano pericolosa per l’equilibrio costituzionale. Ma quella vittoria impone adesso una responsabilità ancora maggiore. Perché sarebbe difficile sostenere che il sistema debba essere protetto dall’intervento della politica e, nello stesso tempo, rifiutare qualsiasi seria correzione delle sue degenerazioni interne. Le elezioni del prossimo Csm diventano così qualcosa di più di una competizione tra nomi, sigle e appartenenze. Sono un test sulla capacità della magistratura di cambiare senza perdere la propria indipendenza.
La sfida non è cancellare il pluralismo. È impedire che il pluralismo diventi spartizione. Non è eliminare la discrezionalità. È costringerla dentro criteri comprensibili. Non è sostituire le correnti con un generico anticorrentismo. È fare in modo che nessun magistrato senta di avere bisogno di una corrente per essere trattato con giustizia. Il No ha chiuso una battaglia. Adesso, per la magistratura, comincia quella forse più difficile: dimostrare che l’autogoverno è davvero capace di governare se stesso.












