Siti archeologici deturpati, stratigrafie danneggiate, furto, ricettazione di beni culturali e archeologici frutto di scavi clandestini eseguiti in importanti giacimenti archeologici calabresi, da Roccelletta di Borgia a Monasterace a Capocolonna. La Procura di Crotone coordinata dal procuratore capo Domenico Guarascio ha chiuso le indagini su “Ghenos”, nate da un’inchiesta della Dda di Catanzaro che a dicembre dell’anno scorso aveva portato i Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale (TPC), impegnati tra Calabria e Sicilia ad eseguire 11 misure cautelari, di cui due in carcere e nove agli arresti domiciliari, per complessivi 15 indagati. Con due novità rispetto all’ordinanza originaria vergata dal gip distrettuale Roberta Cafiero: la prima è che a seguito delle richieste difensive e’ crollata l’aggravante mafiosa e per competenza gli atti sono passati dalla distrettuale di Catanzaro alla Procura di Crotone, la seconda è che c’è un indagato in più.
I nomi degli indagati
Si tratta di Adriano Nicotra , di Paternò, il cui nome si aggiunge a quelli di Vincenzo Godano, residente a Isola Capo Rizzuto e Roberto Filoramo, residente a Isola Capo Rizzuto. Vanno ai domiciliari Giuseppe Guarino, residente a Isola Capo Rizzuto; Carmine Minarchi, residente a Isola Capo Rizzuto; Michele Nicoscia, Residente a Isola Capo Rizzuto; Luca Filoramo, residente a Isola Capo Rizzuto; Salvatore Capicchiano, residente a Isola Capo Rizzuto; Francesco Salvatore Filoramo, di Isola Capo Rizzuto; Francesco Caiazzo, residente a Isola Capo Rizzuto; Nicola Filoramo, residente a Isola Capo Rizzuto; Michele Consolato Nicotra, di Paterno (CI); Stefano Rottella, di Palermo. Filadelfio Calvagna, di Palermo; Salvatore Cavallaro, di Palermo e Salvatore Palumbo, di Palermo.
I ruoli
A muovere le fila del traffico di reperti archeologici secondo le ipotesi di accusa una presunta associazione guidata da Vincenzo Godano e Roberto Filoramo, che avrebbero organizzato le operazioni di scavo, avvalendosi di “forza lavoro” nel sito di interesse di volta in volta individuato, predisponendo tutte le accortezze del caso. Vincenzo Godano avrebbe tessuto i rapporti con il gruppo dei siciliani con il suo gancio Michele Consolato Nicostra mentre Roberto Filoramo si sarebbe adoperato per piazzare “i reperti” trovati durante gli scavi per venderli a Francesco Caiazzo, Giuseppe Guarino, Carmine Minarchi, Michele Nicoscia, Luca Filoramo, Salvatore Capicchiano e Francesco Salvatore Filoramo, partecipi dell’associazione, coloro che materialmente avrebbero eseguivano gli scavi.
Le conversazioni spiate dal tenore inequivocabile
L’inchiesta Ghenos, si inserisce nel solco di un’altra indagine, nome in codice “Jonny”, che ha inferto un duro colpo alla ‘ndrangheta di Isola capo Rizzuto. Le diverse denunce dei titolari dei diversi parchi archeologici si sono tradotte poi in ulteriori spunti investigativi che puntano a dimostrare come gli indagati operassero all’interno di un sistema organizzato votato all’impossessamento illecito di reperti archeologici appartenenti allo Stato, provento di scavi clandestini seriali, finalizzati allo smercio. Le denunce, sporte a partire dal 2021, hanno poi trovato riscontro nell’analisi delle utenze, che al momento dei fatti agganciavano le celle dei parchi archeologici, nei sequestri, nelle immagini registrate dalle telecamere installate, in una massiccia attività di intercettazione ambientale, telefonica e telematica, “dal tenore, scrive il gip, inequivocabile, anche quando caratterizzato da linguaggio criptico”, come quando le monete antiche vengono indicate dagli indagati con termine caffè per non essere scoperti.
“Ci scialiamo la dentro”
Era il 4 gennaio 2023, quando Filoramo contatta Carmine Minarchi, dicendogli che sarebbe andato a prenderlo a casa. I due si sono diretti poi in località Capocolonna, per effettuare ricerche archeologiche clandestine, confermate anche dalle conversazioni captate dalle quali si sente il rumore dei metaldetector. Qualche giorno dopo Filoramo risulta essere nei pressi dell’ex zona industriale di Crotone, dove ci sono i resti dell’antica Kroton, nota località di interesse archeologico. Sono diverse le conversazioni spiate che attesterebbero il trafugamento di beni culturali destinati alla vendita. Roberto Filoramo in una telefonata con Carmine Minarchi parla dell’attività di scavo eseguita in giornata, da solo, “ presa a male che non ne ho presa neanche una…” e lo invita a ritornare sul posto :“ci scialiamo la dentro Carmine … quello che esce la po po po po…”, precisando la necessità “di cambiarsi” e mettersi vestiti e scarpe “vecchie … Un paio di calze che metto sempre quando vado in campagna… però puliti! no!… una felpa, un gilet bello imbottito un cappuccio di lana…..” , così “.. sfondiamo tutto! ”. I due commentano il ritrovamento eseguito nei giorni precedenti e Minarchi chiede a Filoramo se avesse “pulito quelle cose, ricevendo conferma “una in bronzo (ndr moneta) ed un’ altra…… ” , chiedendo inoltre se l’altra moneta fosse d’argento. Risposta negativa ma con tanto di rassicurazioni: “sono buone”. A questo punto Mirarchi propone di andare “..pure davanti al lago di Sant’Anna”, prospettando di indicargli nuovi posti dove scavare.
Il tripode con il cervo
In un ulteriore dialogo Minarchi chiede al suo interlocutore Roberto Filoramo, se avesse provveduto a fare una ricerca su internet per trovare notizie su “quella con il Cervo…. , “un tripode con il cervo ”, verosimilmente riferendosi alla moneta di cui si erano impossessati. Il tripode, nell’antica Grecia, era la forma del recipiente a tre piedi che si poneva sul fuoco per scaldare l’acqua, il cui disegno era stato coniato sulle monete dell’epoca. Si tratta di una conversazione importante per investigatori e inquirenti, che attesta lo smercio on line del patrimonio culturale rubato dai siti archeologici. Dalle telefonate intercorse tra il Roberto Filoramo e i sodali Michele Nicoscia, Luca Filoramo, Francesco Salvatore Filoramo e Carmine Minarchi, emerge come il primo avesse eseguito illecita attività di scavo clandestino, aggiornando i sodali sull’attività svolta.
“Portali qui… non che le mandi”
In particolare in una telefonata con Michele Nicoscia comunica che “ne ha presa un’altra” (ndr moneta), per poi denominarla “caffè”, cercando di mascherare la vera natura dell’oggetto del dialogo. Successivamente, sentendosi, invece, con Luca Filoramo gli riferisce esplicitamente “sono con Salvatore.. sto scavando!”. E ancora’Roberto Filoramo confida a Francesco Salvatore Filoramo “zio Turuccio”. di aver “trovato una bella” (ndr moneta) dirottando, ancora una volta, sul termine “caffè”. Che non si trattasse effettivamente di caffè ,termine volutamente criplico, più volte ripetuto e utilizzato dagli interlocutori, emerge con chiarezza a detta del gip firmatario dell’ordinanza quando gli indagati fanno riferimento all’invio dell’immagine di una moneta tramite WhatsApp. Lo zio Turuccio, prudente raccomanda di non trasmettere l’immagine: “portali qui… non che la mandi!”.
In un altro colloquio emerge l’acquisto di monete di Roberto Filoramo da Francesco Caiazzo, monete provenienti dagli scavi clandestini messi in atto nei parchi archeologici di Borgia e Crotone, ipotizzando, inizialmente, la somma di 300 euro come corrispettivo per la vendita. E sul telefono di Caiazzo sono state rintracciate, varie immagini di reperti archeologici, tra cui monete e oggetti in metallo, a conferma del suo palese interessamento allo specifico settore dei beni culturali. Avrebbe consultato sul web siti di aste e rinvenimenti di “tesoretti”.
Il diritto di difesa
Gli indagati (assistiti dagli avvocati Luigi Villirilli, Salvatore Iannone, Mario Prato, Roberto Coscia,Tiziana Aloisio, Antonio Giuffrida e Domenico Leanza), avranno venti giorni di tempo per chiedere di essere sentiti, depositare memorie difensive, rilasciare dichiarazioni spontanee e compiere ogni altro atto utile per l’esercizio del diritto di difesa, prima che la Procura proceda oltre con una richiesta di rinvio a giudizio.











