Nel passato dell’uomo che chiama in causa Giuseppe Mussari per la morte di David Rossi c’è una condanna definitiva per calunnia e false dichiarazioni al pubblico ministero. Aveva accusato una persona che sapeva innocente in una vicenda di tentata rapina sfociata in omicidio. È questo il precedente che Marco Lillo, sul Fatto Quotidiano, riporta al centro del dibattito su Saverio Giampà, l’imprenditore nato a Catanzaro diventato una delle fonti della nuova ricostruzione parlamentare.
Un precedente che impone di verificare con particolare attenzione le dichiarazioni di oggi. A maggior ragione perché Giacomo Amadori, su Libero, mette a confronto i racconti raccolti in carcere e segnala differenze su passaggi essenziali. Chi arrivò a Palazzo Salimbeni? Quanti uomini salirono? Rossi era già nel suo ufficio oppure entrò insieme a loro? La vicenda riguarda la morte del responsabile della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena, precipitato dalla finestra del proprio ufficio il 6 marzo 2013. La nuova ipotesi illustrata dalla Commissione è quella di un’intimidazione degenerata. Le persone chiamate in causa negano responsabilità.
Dalla Calabria a Firenze, il passato di Saverio Giampà
Nella ricostruzione del Fatto, Giampà ha alle spalle una lunga storia giudiziaria. Il giornale cita un patteggiamento per associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti nei primi anni Novanta e successive condanne per usura, lesioni ed estorsione. Nel 1996 avvia un percorso di collaborazione con la giustizia. Già nel 1997 gli viene revocato il programma di protezione per condotte incompatibili con le regole previste. Segue il periodo fiorentino, l’attività legata all’Accademia del Biliardo, i rapporti con ambienti di polizia descritti dal quotidiano. È una biografia che oggi torna di attualità perché le dichiarazioni dell’imprenditore entrano in una vicenda nella quale vengono indicati pubblicamente possibili ruoli e responsabilità.
La calunnia diventata definitiva nel 2002
Il passaggio più delicato riguarda fatti del 1999 e una condanna fiorentina diventata definitiva nel 2002. Secondo il Fatto, che richiama una sentenza depositata a Bologna il 13 aprile 2026, la vicenda è stata ricostruita in aula anche da un funzionario della Direzione investigativa antimafia. Giampà aveva accusato un cittadino albanese di una tentata rapina conclusa con un omicidio, pur sapendolo innocente. Gli accertamenti tecnici avevano smontato il racconto. Il giornale riferisce anche la motivazione attribuita a quella falsa accusa: riaccreditarsi presso i magistrati e tornare a beneficiare della protezione, mentre si avvicinava l’esecuzione di una pena per precedenti reati. È un episodio che pesa sulla valutazione della fonte. Non consente, da solo, di dichiarare false le accuse attuali. Rende però centrale una domanda: quali elementi indipendenti sostengono ciò che Giampà racconta sulla morte di Rossi?
La tesi dell’intimidazione per “proteggerlo”
Nel bollettino ufficiale della seduta del 19 ottobre, il presidente della Commissione Gianluca Vinci indica, al condizionale, l’avvocato catanzarese Giuseppe Mussari come possibile mandante di un’intimidazione che inizialmente non avrebbe dovuto provocare la morte di Rossi e Gabriele Ceccherelli come colui che avrebbe scelto le persone da coinvolgere, restando all’esterno del palazzo. Gli esecutori, secondo la comunicazione, non sono ancora individuati.
Nella ricostruzione pubblicata da Libero, l’azione avrebbe avuto addirittura una finalità di protezione: intervenire prima di altri soggetti ritenuti più pericolosi, legati alla criminalità organizzata. Qui si apre un nodo sul movente. Come si concilierebbe il proposito di proteggere Rossi con il pestaggio e la minaccia di gettarlo dalla finestra descritti dalle fonti? Quali comportamenti gli sarebbero stati imposti? È una spiegazione che deve trovare riscontro nei fatti. La formula dell’intimidazione finita male, da sola, non chiarisce né il mandato né l’obiettivo concreto.
Rossi era nello studio o arrivò con gli aggressori?
La prima divergenza evidenziata da Amadori riguarda l’inizio dell’azione. Nella versione attribuita a Giampà, gli uomini entrano nell’ufficio senza appuntamento. Rossi non li aspetta. Sarebbe quindi già nello studio quando viene raggiunto. L’altro racconto, riassunto in un’annotazione del consulente Adolfo Gregori e riportato da Libero, descrive una sequenza differente: un van, un’aggressione precedente all’ingresso e Rossi che sale nel proprio ufficio insieme ad altre persone. La differenza riguarda la dinamica dell’intera vicenda: un uomo sorpreso al lavoro oppure un uomo condotto in banca dopo essere stato malmenato altrove. Sono passaggi da chiarire attraverso i verbali completi e riscontri esterni.
Due uomini o tre? E dove rimase Ceccherelli?
Anche il numero delle persone cambia. Giampà parla di due uomini saliti nell’ufficio, indicati come calcianti della squadra degli Azzurri del calcio storico fiorentino, dei quali sostiene di non conoscere l’identità. Nell’altro racconto, Rossi avrebbe raggiunto lo studio insieme a tre persone. Le ricostruzioni riportate concordano invece sul fatto che Ceccherelli non sarebbe salito al piano dell’ufficio. Nell’annotazione citata da Libero, sarebbe rimasto nel van; nella comunicazione ufficiale della Commissione viene collocato all’esterno di Palazzo Salimbeni. La sua presenza sul posto resta parte delle dichiarazioni da verificare ed è contestata dal diretto interessato. Il ruolo di organizzatore ipotizzato dalla Commissione non equivale all’individuazione degli esecutori materiali.
Finanziamenti sportivi, chiavette e milioni spostati con un clic
Cambiano anche gli elementi chiamati a spiegare il presunto movente. Nel racconto attribuito a Giampà compare un finanziamento a una società sportiva, bloccato dopo anomalie che Rossi avrebbe rilevato, con interessi riconducibili a persone vicine a Nicolino Grande Aracri. Nell’altra ricostruzione assume rilievo la ricerca di chiavette USB contenenti informazioni sensibili. I due elementi potrebbero appartenere alla stessa vicenda, ma il collegamento deve essere dimostrato: non basta accostarli. Ci sono poi le dichiarazioni sui conti correnti, sulle criptovalute e sulla possibilità di trasferire fino a 50 milioni di euro con un clic. Sono accuse molto gravi, anche verso il manager morto. Richiedono verifiche su operazioni, accessi, poteri effettivi e controlli bancari. Mussari contesta radicalmente questa rappresentazione: sostiene che nessun dirigente possa movimentare da solo somme di quella portata senza attivare i sistemi di controllo.
Il secondo detenuto e il video mai trovato
Libero riconduce la seconda fonte al brasiliano William Renan Vilanova Correa, precisando però che il suo difensore, Roberto Nesticò, non conferma né smentisce che gli atti resi pubblici riguardino il proprio assistito. Amadori ricorda precedenti dichiarazioni di Vilanova sul caso Rossi che, secondo il giornale, erano state considerate inattendibili dalle Procure di Genova e Siena. Nei racconti precedenti comparivano un presunto autore albanese e un video che non sarebbe mai stato trovato.
Le smentite e la richiesta della famiglia Rossi
Giuseppe Mussari respinge le accuse, le definisce infondate e annuncia iniziative giudiziarie. Nega inoltre di aver conosciuto Ceccherelli prima che il suo nome comparisse pubblicamente nella vicenda. Ceccherelli nega responsabilità e, attraverso il proprio difensore, si dichiara disponibile al confronto con la Commissione. La famiglia di David Rossi, tramite l’avvocato Carmelo Miceli, chiede che sia la magistratura a valutare le testimonianze e rifiuta il rischio di una “condanna sommaria e mediatica”. Tredici anni dopo la morte del manager, il passato di Giampà e le divergenze delle versioni sono questioni che pesano sulla ricerca della verità. Per attribuire responsabilità a qualcuno servono riscontri capaci di reggere anche fuori dai verbali e dalle conferenze stampa.














