20 Ottobre 2026
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Caso David Rossi, il Pd contro la presidenza della Commissione: “Non è un tribunale, no allo show business”

I parlamentari dem Lacarra, Fossi e Rossi chiedono chiarezza sulle fughe di notizie e sulla partecipazione del presidente Vinci a programmi TV: "Riservatezza a rischio e nomi esposti prima delle verifiche"

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Esplode il caso politico sulle modalità di conduzione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di David Rossi, l’ex responsabile della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena deceduto nel marzo 2013.
I componenti del Partito Democratico all’interno dell’organismo parlamentare – Marco Lacarra, Emiliano Fossi e Andrea Rossi – hanno espresso severe perplessità sull’operato della presidenza guidata da Gianluca Vinci, contestando il travaso di informazioni riservate verso i media e la sovraesposizione televisiva dei lavori di indagine.

“Ammissioni e nomi in TV prima degli accertamenti giudiziari”

Al centro dello scontro vi sono le recenti rivelazioni e la comparsa di notizie coperte da riserbo in contesti d’intrattenimento giornalistico. “Esprimiamo forte perplessità per la gestione del presidente Vinci: prima la fuga di notizie riservate, di cui non conosciamo l’origine e sulla quale non ci risulta sia stata aperta un’istruttoria, poi la diffusione televisiva di nomi e responsabilità ancora da verificare. A ciò si aggiunge la partecipazione dello stesso presidente alla trasmissione che aveva diffuso quelle informazioni, sollevando interrogativi sul rispetto della riservatezza e delle regole istituzionali”, denunciano gli esponenti del PD.

Il rischio di compromettere le indagini e la tutela delle persone

La critica dell’opposizione punta al cuore del ruolo dell’istituzione parlamentare, chiamata ad approfondire i fatti senza scavalcare l’autorità giudiziaria.
“La gestione della Commissione ha esorbitato andando ben oltre le competenze istituzionali. La Commissione non può trasformarsi in un tribunale né trasformare ipotesi in sentenze”, incalzano i deputati dem, evidenziando il pericolo di corto circuito tra gogna mediatica e ricerca della verità.
“Gli elementi acquisiti devono essere trasmessi alle procure competenti per le verifiche del caso, senza anticipazioni mediatiche che rischiano di compromettere il corretto accertamento dei fatti. La ricerca della verità su David Rossi richiede rigore e rispetto istituzionale, non può piegarsi alle regole dello show business. Chiediamo quindi che venga fatta piena chiarezza sulla fuga di notizie e su quanto accaduto, oltre che sulle modalità di conduzione dei lavori”.

La necessità di mantenere gli atti nell’alveo istituzionale

Nel motivare la richiesta di una rigorosa inversione di rotta, i parlamentari spiegano come lo sbilanciamento mediatico possa arrecare danni irreparabili da entrambi i lati della vicenda.
“Il problema non è impedire alla Commissione di indagare. Il problema è capire come debba farlo un’istituzione parlamentare quando si trova davanti ad accuse tanto gravi. Se le ipotesi indicate fossero fondate, l’esposizione mediatica preventiva delle persone chiamate in causa potrebbe comprometterne l’accertamento, favorendo allontanamenti, versioni concordate o la dispersione di elementi utili. Se invece quelle ipotesi non trovassero riscontro, avremmo esposto persone identificabili a un’accusa pubblica capace di produrre conseguenze difficilmente riparabili”, spiegano Lacarra, Fossi e Rossi.

Il precedente della prima commissione d’inchiesta

I rappresentanti del PD richiamano infine la prassi seguita nelle precedenti fasi dell’inchiesta parlamentare per mostrare la necessità di un metodo fondato sulle garanzie costituzionali.
“In entrambi i casi, sarebbe stato più prudente mantenere gli elementi acquisiti nel loro alveo istituzionale, trasmetterli alle procure competenti (come accaduto in situazioni simili durante la prima commissione d’inchiesta guidata dal presidente Zanettin) e lasciare alla magistratura il compito di verificarli con gli strumenti e le garanzie previste dalla legge. La trasmissione degli atti all’autorità giudiziaria non rendeva inevitabile la contestuale esposizione mediatica dei nomi”, concludono i parlamentari dem.

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