Dice di essere stato ospite dei Tripodi a Portosalvo, frazione di Vibo Valentia, di averne frequentato le case e di averne osservato il tenore di vita. Racconta incontri tra Calabria e Lombardia, conversazioni sugli affari, confidenze sulle gerarchie della famiglia. Francesco Bellusci, collaboratore di giustizia già al centro del processo Hydra, porta il suo racconto nel procedimento Portosalvo, approdato davanti alla Corte d’assise d’appello di Catanzaro. È stato depositato il verbale dell’interrogatorio reso al sostituto procuratore della Dda catanzarese Andrea Buzzelli lo scorso 20 luglio 2026. La Corte d’appello d’assise ha deciso che il 17 dicembre Bellusci sarà sentito sulla posizione di Salvatore Tripodi, detto Turi, condannato in primo grado a 12 anni per associazione mafiosa e assolto dall’accusa di omicidio.
L’interrogatorio a Milano e l’amicizia con Orlando
L’interrogatorio si svolge negli uffici della Procura di Milano, davanti ad Andrea Giuseppe Buzzelli e ai magistrati Rosario Ferracane e Giovanni Tarzia. Bellusci è assistito dall’avvocato Francesco Provenzano e il verbale di appena dodici pagine presenta diversi omissis. Il rapporto attorno al quale ruota buona parte del racconto è quello con Orlando Tripodi, figlio di Nicola. Bellusci riferisce di essere stato invitato più volte a Portosalvo durante l’estate e interpreta quelle attenzioni come un tentativo di avvicinamento al gruppo. Secondo la sua interpretazione, Orlando gli stava “toccando il polso”, attraverso un’accoglienza che mirava a coinvolgerlo progressivamente, “facendomi sentire sempre più uno di loro”.
Le frequentazioni avrebbero avuto anche un versante lombardo. Il collaboratore racconta che Orlando gli presentò anche Rocco Anello, chiedendogli una sistemazione per dormire senza necessità di registrarli. Dice di averli fatti alloggiare in un hotel e di essere poi andato con loro a cena a Lugano. Un successivo incontro con Anello sarebbe avvenuto in un ristorante di Pizzo.
Le confidenze di Cristello e Melluso sui Tripodi
Quando descrive il ruolo della famiglia a Portosalvo, Bellusci indica subito le proprie fonti. “Con riferimento alla famiglia Tripodi so che è una ’ndrina che comanda su Portosalvo, per avermelo riferito Giacomo Cristello”, si legge nel verbale. Cristello gli avrebbe parlato della famiglia di riferimento della zona, dotata di notevoli disponibilità economiche. La stessa rappresentazione, aggiunge, gli sarebbe arrivata da Simone Melluso, conosciuto nel carcere di Bologna. Melluso sapeva già della sua amicizia con Orlando e, secondo Bellusci, questo avrebbe favorito la confidenza tra loro. È ancora a Melluso che il collaboratore attribuisce il racconto di una particolare vicinanza a Turi: gli avrebbe detto di essere “molto molto intimo con Salvatore Tripodi” e di fare affari con lui. Il verbale, su questo punto, riporta la confidenza senza precisare quali operazioni economiche ne fossero oggetto. Bellusci dichiara di avere conosciuto personalmente Salvatore Tripodi a Portosalvo.
La conversazione sulla cocaina e il rancore verso i collaboratori
Tra gli episodi che Bellusci colloca nelle proprie visite a Portosalvo c’è una conversazione tra Santino Tripodi e Francesco Moscato, fratello del collaboratore di giustizia Raffaele. Santino avrebbe chiesto conto del pagamento di una fornitura; dalla risposta di Moscato, che si sarebbe lamentato degli acquirenti interessati soltanto a consumare senza pagare, Bellusci dice di avere desunto che si trattasse di cocaina e di un’attività svolta per i Tripodi. A Francesco Moscato attribuisce anche un gesto di rottura con il fratello divenuto collaboratore: gli avrebbe mostrato sul braccio un tatuaggio cancellato che ne riportava il nome. Nel resoconto di Bellusci, Moscato avrebbe affermato di avere cancellato la propria famiglia e che da quel momento “la sua famiglia erano i Tripodi”.
Il tema del rancore verso chi collabora ricorre nelle conversazioni attribuite a Melluso. Dopo la notizia della collaborazione di Antonio Accorinti, figlio di Nino Accorinti, presunto boss di Briatico, Melluso avrebbe manifestato propositi di vendetta, dicendo che “gliela avrebbe fatta pagare”, anche a distanza di vent’anni. Sono parole che Bellusci sostiene di avere ascoltato durante la comune detenzione.
Cantieri, immobili e quadri “ammucciati”
Un altro capitolo riguarda le disponibilità economiche. Bellusci parla di lavori stradali, abitazioni in costruzione, giornate trascorse in un lido a Vibo Marina senza pagare le consumazioni. Sui cantieri riferisce battute di Orlando che avrebbero attribuito a Turi l’incasso dei pagamenti per gli avanzamenti dei lavori senza il completamento delle opere. Il collaboratore dice inoltre di essere stato accompagnato a vedere case che, secondo il suo racconto, venivano completate sotto falso nome e gli erano state offerte per le vacanze.
Più circostanziato il ricordo dei quadri nell’abitazione di Orlando Tripodi. Bellusci afferma di averli visti e di essersi complimentato con lui. Orlando gli avrebbe risposto che rappresentavano soltanto una piccola parte delle opere possedute dal padre, appassionato d’arte, e che altri dipinti erano “ammucciati”, nascosti per evitare sequestri. Diverso è il giudizio sull’origine del patrimonio: quando sostiene che le ricchezze osservate non potessero derivare dalle attività imprenditoriali, Bellusci esprime una propria valutazione. Nel passaggio depositato non ricostruisce i flussi finanziari né documenta la provenienza del denaro.
I Patania e l’accusa riferita nel carcere di Parma
Il racconto tocca anche le contrapposizioni della faida vibonese. Bellusci colloca all’incirca nel 2025, dopo il trasferimento da Bologna al carcere di Parma, la conoscenza di Saverio Patania, esponente di primo piano dell’omonima famiglia di ‘ndrangheta di Stefanaconi. A quest’ultimo, Bellusci avrebbe detto di conoscere Salvatore Tripodi, ricevendo una risposta offensiva che gli avrebbe fatto comprendere l’ostilità tra i due. Subito dopo, sostiene, sarebbe intervenuto il detenuto Pasquale Matina, dicendogli di avere cresciuto Saverio e i fratelli dopo l’uccisione del padre. Secondo quanto Bellusci mette a verbale, Matina gli avrebbe indicato Salvatore Tripodi come colui che “gli aveva ammazzato il congiunto”. Bellusci precisa inoltre che, prima di conoscere Saverio Patania, non aveva mai discusso con i Tripodi o con Cristello di quella famiglia e dei relativi contrasti.
Il riconoscimento di Vita e l’udienza del 17 dicembre
Durante l’interrogatorio viene mostrato al collaboratore un album fotografico. Davanti alla foto numero quattro Bellusci riconosce inizialmente un volto, senza ricordarne il nome. In sede di rilettura lo identifica in Salvatore Vita, descritto come vicino ai Tripodi e indicato con il termine “azionista”, sulla base di quanto gli avrebbero detto Orlando e Melluso. Bellusci aggiunge che Melluso, mimando una pistola con le dita, gli avrebbe parlato del “casino” che c’era nella zona dei Tripodi. Nel passaggio non vengono descritti singoli omicidi ai quali il collaboratore abbia assistito.
Il 17 dicembre l’esame del collaboratore consentirà di approfondire questi passaggi e la loro rilevanza per Salvatore Tripodi. La condanna per associazione mafiosa e l’assoluzione dall’accusa di omicidio sono gli esiti del primo grado: il nuovo racconto dovrà essere valutato nel giudizio d’appello, insieme alle sue fonti e agli eventuali riscontri.














