19 Agosto 2026
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‘Ndrangheta e imprese, Curcio avverte: “O si sceglie la legalità o si è già fatta la scelta sbagliata”

A Cutro il procuratore della Dda di Catanzaro affronta la trasformazione della ‘ndrangheta e il rischio di una pericolosa assuefazione sociale

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Il rapporto tra criminalità organizzata ed economia resta uno dei nodi centrali nella capacità della ‘ndrangheta di radicarsi nel territorio e, allo stesso tempo, di espandere i propri interessi oltre i confini regionali e nazionali. È questo uno dei temi affrontati dal procuratore della Dda di Catanzaro Salvatore Curcio durante l’iniziativa svoltasi ieri sera nel bene confiscato alla ’ndrangheta presso il CELA di San Leonardo di Cutro.

Nel corso dell’incontro, il magistrato ha analizzato l’evoluzione della ‘ndrangheta e il rapporto sempre più articolato tra organizzazioni mafiose e mondo dell’impresa, soffermandosi in particolare su quella fascia di imprenditoria “borderline” che non riesce, o non vuole, recidere i rapporti con i circuiti dell’illegalità.

Dall’estorsione alla ricerca del vantaggio

Secondo Curcio, il rapporto tra un imprenditore e un esponente mafioso non può essere letto esclusivamente attraverso lo schema della vittima sottoposta a intimidazione.

Esiste infatti una zona nella quale l’imposizione criminale può trasformarsi progressivamente in convenienza reciproca, fino a generare forme di collaborazione consapevole. “Esiste anche un’inquietante domanda di illegalità da parte di chi cerca profitti facili o vantaggi competitivi sul mercato”, ha sottolineato il procuratore.

Un fenomeno che amplia ulteriormente il campo d’azione della criminalità organizzata: non soltanto il controllo esercitato attraverso la minaccia, dunque, ma anche la capacità di intercettare una domanda di illegalità proveniente da soggetti interessati a ottenere vantaggi economici.

Caporalato e sfruttamento del lavoro

All’interno di questo sistema si collocano anche fenomeni come caporalato e sfruttamento dei lavoratori. Curcio ha richiamato l’attenzione sulle condizioni di chi viene impiegato senza adeguate garanzie e con strumenti di tutela spesso soltanto formali. Una situazione nella quale la dignità del lavoratore rischia di essere sacrificata alle esigenze di imprese che operano fuori dai confini della legalità.

Il problema, secondo il magistrato, diventa ancora più grave quando le stesse strutture chiamate a rappresentare e difendere i lavoratori finiscono per risultare deboli o colluse con interessi economici. La questione criminale, quindi, si intreccia con quella sociale ed economica, rendendo necessario un approccio capace di leggere il fenomeno mafioso nella sua complessità.

“Indifferenza e silenzio sono un regalo alle mafie”

Uno dei passaggi più netti dell’intervento di Curcio ha riguardato il rischio che la presenza della ‘ndrangheta venga progressivamente normalizzata. L’assenza di episodi eclatanti o di una violenza apertamente stragista, secondo il procuratore, può contribuire a ridurre la percezione del fenomeno criminale, facendolo apparire come una questione ordinaria di ordine pubblico.

Ma la pericolosità della ‘ndrangheta, ha evidenziato Curcio, risiede proprio nella sua capacità di infiltrarsi nell’economia e nella società senza necessariamente ricorrere a manifestazioni plateali della propria forza. “L’indifferenza, il silenzio e i comportamenti ambigui sono il primo regalo che facciamo alle mafie”, ha affermato.

La ‘ndrangheta è ormai un fenomeno globale

Nel corso dell’incontro, il procuratore della Dda di Catanzaro ha inoltre sottolineato la trasformazione della ‘ndrangheta in un’organizzazione globale. Una dimensione che impone, secondo Curcio, strumenti investigativi e normativi adeguati a un fenomeno criminale capace di muovere interessi e capitali ben oltre i confini calabresi.

In questo quadro assume particolare rilievo anche la possibilità di utilizzare strumenti investigativi come le intercettazioni telefoniche e telematiche, la cui efficacia rischia di essere indebolita proprio quando la criminalità organizzata diventa più sofisticata e meno visibile. Di fronte a una presenza mafiosa così pervasiva, il procuratore ha quindi escluso l’esistenza di posizioni intermedie.

“La via di mezzo non esiste”

Il messaggio di Curcio è stato particolarmente diretto sul tema della legalità e della responsabilità individuale. “La via di mezzo non esiste. O si percorre la strada della legalità, risvegliando lo spirito di appartenenza a una comunità consapevole che lo Stato siamo noi. Oppure si è già fatta la scelta sbagliata”. Un’affermazione che lega la lotta alla criminalità organizzata non soltanto all’azione repressiva dello Stato, ma anche alla capacità della comunità di riconoscere e respingere compromessi, ambiguità e convenienze criminali.

Il valore della conoscenza contro la criminalità

Curcio ha dedicato anche una riflessione alla produzione editoriale dedicata alla criminalità organizzata, distinguendo i lavori destinati al semplice consumo da quelli capaci di offrire una lettura più profonda del fenomeno. In questo secondo ambito il procuratore ha collocato il lavoro di Antonio Anastasi, sottolineandone il valore nell’analisi antropologica e sociologica delle dinamiche di potere della criminalità organizzata.

La conoscenza del fenomeno, dunque, diventa uno strumento per evitare semplificazioni e comprendere come la ‘ndrangheta sia riuscita a trasformarsi e a inserirsi in contesti economici e sociali differenti.

Collaboratori di giustizia, una scelta spesso utilitaristica

Un’altra parte dell’intervento ha riguardato il fenomeno dei collaboratori di giustizia. Curcio ha messo in discussione una rappresentazione semplicistica della scelta di collaborare con la magistratura, evidenziando come, sulla base della propria esperienza, questa decisione non sia necessariamente riconducibile a un autentico ravvedimento morale.

La legislazione, ha ricordato il procuratore, non richiede peraltro una conversione etica del collaboratore. Alla base della decisione possono esserci quindi anche motivazioni profondamente pragmatiche, legate ai rapporti interni all’organizzazione criminale. “La molla scatenante è frequentemente la violazione del cosiddetto welfare interno da parte della cosca“, ha spiegato Curcio, riferendosi al mancato sostegno economico e legale garantito al detenuto e alla sua famiglia durante il periodo di carcerazione.

Un elemento che, secondo il magistrato, aiuta a comprendere meglio i meccanismi interni delle cosche e le ragioni che possono portare un appartenente alla criminalità organizzata a rompere il vincolo con il proprio gruppo.

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