La Calabria ritorna in tre momenti chiave nell’interrogatorio del pentito Gianfranco Ferdico del 7 settembre scorso. Davanti ai magistrati della Dda di Milano, il collaboratore di giustizia ricostruisce l’omicidio di Vittorio Boiocchi, storico capo ultras dell’Inter, ucciso sotto casa sua a colpi di pistola la sera del 29 ottobre del 2022. Un delitto, secondo la Direzione distrettuale antimafia di Milano, aggravato dalla premeditazione e dalle modalità mafiose, un fatto di sangue nato da una guerra interna per il controllo degli affari della Curva Nord. Ferdico parte dall’analisi di Andrea Beretta, per lui un uomo isolato, che non può andare a Milano da solo, “è un gatto-cane con Baiocchi, gli irriducibili gli stanno portando via la Curva Nord”. L’unica persona di fiducia che in quel momento può mettere allo stadio è Marco (suo figlio ndr), “ma per i suoi interessi”. Se perde la curva, spiega ai magistrati “il negozio salta”. Il riferimento è al merchandising, ai biglietti, all’indotto di San Siro. Beretta offre proprio questo a Marco Ferdico: il comando della curva e la gestione del negozio.
Il killer che viene dalla Calabria: “Sono del mestiere”
Poi riferisce l’incontro nel box, dove c’erano anche Pietro Andrea Simoncini, Andrea Beretta, suo figlio Marco Ferdico. Quest’ultimo fa presente che Simoncini era la persona deputata ad uccidere. Simoncini si presenta come un uomo con una certa esperienza, si accredita come killer: “Sono della Calabria, vengo dal mestiere. Sono qua perché lo so fare, perché lo voglio fare. Marco Ferdico dice: “Papà ha bisogno di soldi, lo fa, è capace di farlo”. Simoncini non porta un curriculum criminale, porta la sua origine. Essere calabrese equivale a saper uccidere. Un passaggio fondamentale è l’arrivo di Mauro Nepi fuori casa Ferdico: c’è la proposta dei 50mila euro che Beretta avrebbe messo a disposizione se si trovava qualcuno. Poi i soldi arrivano davvero. E’ il momento in cui Ferdico capisce che non è più una ‘goliardata’:”Quando ho visto arrivare i soldi in casa, che sono arrivato dalla camera da letto e ho visto la bag nel tavolo con su i soldi… Ho detto Che soldi sono? Sono i soldi che ha dato Andrea… Allora ho capito che veramente sta andando avanti”. I soldi, riferisce, li ha portati D’Alessandro, che glieli aveva dati Nepi fuori casa. Ferdico ammette il contributo materiale più grave, di aver ospitato il killer in casa sua. “Alloggiava da me… gli ho detto ma tu ti rendi conto di quello che stai iniziando a fare per 50.000? Ti sta nascendo una bambina…Io ho bisogno di soldi. Allora gli ho detto di trovarsi un’altra casa, io qui non ti posso tenere”. Marco lo sposta subito nella casa affittata a Omate.
“Vittima di mio figlio”
I pm che lo incalzano: “Lei ospita il killer in casa e dice che vuole evitare l’omicidio? Se non lo vuole, va alla Polizia” Ferdico cede: “Mi rendo perfettamente conto… io ero sostanzialmente succube di mio figlio e, pur cercando di dissuaderlo, di fatto l’ho aiutato. Sono un coglione, gli ho dato ospitalità… Sono succube di mio figlio. Me ne vergogno”. Ferdico partecipa anche a un sopralluogo per la fuga, con la Rav4 usata per i pedinamenti. Simoncini e Daniel D’Alessandro sarebbero dovuti arrivare in moto in una via di campagna, attraversare un boschetto con un rigagnolo e caricare la moto su un furgone. Lui contesta il piano davanti a tutti per farli desistere: “Basta che ci sia una coppietta imboscata, uno a passeggio con un cane… ti sgamano”. Ma per i pm quello era un consiglio funzionale all’omicidio”. Marco e D’Alessandro partono per 4 giorni in Calabria a settembre- ottobre e tornano con una pistola con silenziatore artigianale. “A me mi sembrava che gli potesse esplodere in mano. Io la vedo questa arma. E non ho presunzione a dire che ho lavorato 18 anni in un’azienda di meccanica di precisione in Avionica, ho lavorato come assicurazione qualità… un pochino me ne intendo di cose metalliche… a me mi sembrava veramente che gli potesse esplodere… c’era un silenziatore che sembrava fatto a mano. E gli ho detto Dove andate? Vi esplode in mano questa cacata qua, vi esplode in mano. Buttate via, abbandonate l’idea”.
L’arma non convince nemmeno gli stessi esecutori. Vanno a provarla Beretta, D’Alessandro e Marco. Al ritorno il verdetto è unanime: “Era da buttare, era una carciofa. La pistola non sparava bene, si inceppava… comunque non era una cosa valida”. Ferdico parla della figlia di Simoncini: “Io so che Simoncini, tramite la figlia, è stato in galera per sciocchezze, ma io non ho mai chiesto alla figlia perché e lei non mi ha mai detto perché”. Un tentativo, per Ferdico, di ridimensionare la figura del killer, non un professionista della ‘ndrangheta, ma uno con piccoli precedenti che aveva bisogno di 50.000 euro perché “gli sta nascendo una bambina”.
Il patto stretto con un abbraccio
Ma per la Dda la sostanza non cambia: Simoncini è stato scelto e ospitato proprio in quanto calabrese, ritenuto per questo affidabile per l’omicidio, e l’arma stessa è stata canalizzata dalla Calabria. E’ per questo che Ferdico, dopo aver visto la borsa con i soldi di Beretta sul tavolo, decide di cacciarlo: “Vieni un attimo con me, che facciamo due passi… Ma tu ti rendi conto di quello che stai iniziando a fare per 50.000? Trovati un’altra casa, io qui non ti posso tenere”. Poi arriva la parte più dura dell’interrogatorio. Dopo il box, Beretta citofona sotto casa Ferdico. E’ agitato, ha paura di Boiocchi, mette pressione a Marco: “Marco, guarda che ho paura…” Marco pone una condizione: “Non come l’altra volta Andrea, stavolta se facciamo sta cosa la facciamo insieme”. E lì l’abbraccio che suggella il patto: “Non ti preoccupare, se facciamo questa cosa siamo insieme per tutta la vita, fratello”. È il movente economico. Non solo vendetta per Baiocchi, ma il controllo del business di San Siro. Il patto siglato con l’abbraccio vale la curva più il negozio.













