La Corte d’Appello di Reggio Calabria conferma l’insussistenza dell’associazione mafiosa denominata “Gagliostro”, contestata nell’ambito dell’operazione Alchemia. La Seconda Sezione Penale, presieduta da Francesca Familiari, ha rigettato l’appello del Pubblico Ministero nei confronti di Candeloro e Carmelo Gagliostro, concludendo per entrambi con l’assoluzione dalle contestazioni oggetto del giudizio. La decisione arriva al termine di un processo di secondo grado caratterizzato anche dalla rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale, con il nuovo ascolto dei pubblici ufficiali Francesco Farina e Alessandro Biddau.
Alchemia, confermata l’insussistenza della cosca Gagliostro
Secondo l’impostazione accusatoria originaria, l’organizzazione denominata “Gagliostro” avrebbe avuto la propria base a Palmi e interessi economici estesi a diverse aree del territorio nazionale. Un’ipotesi che, come evidenziato dall’esito dei due gradi di giudizio, non ha trovato conferma con riferimento all’esistenza dell’associazione mafiosa contestata. La Corte ha confermato l’assoluzione di Carmelo Gagliostro, già pronunciata dal Tribunale di Palmi, e ha assolto anche Candeloro Gagliostro, accogliendo l’impugnazione presentata dalla sua difesa.
Quest’ultimo era stato condannato in primo grado a cinque anni di reclusione per associazione per delinquere semplice, dopo che il Tribunale aveva riqualificato l’originaria contestazione di associazione mafiosa. Il Pubblico Ministero aveva chiesto in appello il ripristino dell’accusa iniziale, mentre i difensori avevano contestato anche la sussistenza del reato associativo nella forma semplice. La Corte ha accolto la tesi difensiva, disponendo la completa assoluzione. Il collegio difensivo dei fratelli Gagliostro era composto dagli avvocati Domenico Infantino, Francesco Nizzari, Luca Cianferoni, Antonio Papalia e Michele Gullo.
Le altre decisioni: assolto Francesco Gullace, condanne per Sofio e Albanese
La sentenza ha riguardato anche altri imputati coinvolti nel procedimento. Per Carmelo Gullace la Corte ha dichiarato non doversi procedere a seguito del decesso dell’imputato. Diversa la posizione di Francesco Gullace, assolto dall’accusa di partecipazione all’associazione mafiosa “Raso-Gullace-Albanese”, ritenuta operante a Cittanova. Nei suoi confronti la condanna è stata rideterminata in cinque anni e sei mesi di reclusione per un’ipotesi di tentata estorsione. Gullace era difeso dagli avvocati Nico D’Ascola e Armando Veneto. In accoglimento dell’appello del Pubblico Ministero, la Corte ha invece condannato Orlando Sofio a dieci anni di reclusione e Michele Albanese a nove anni, entrambi per partecipazione all’associazione mafiosa “Raso-Gullace-Albanese”, indicata dagli inquirenti come operante a Cittanova.
Assoluzioni anche per altri imputati del processo Alchemia
La Corte reggina ha accolto ulteriori appelli contro la sentenza di primo grado, pronunciando l’assoluzione di Fortunata Militano, che aveva ricevuto una condanna a tre anni e tre mesi per associazione per delinquere semplice, e di Marianna Grutteria, condannata a tre anni per lo stesso reato. Assolti anche Demetrio Rossini, Vincenzo D’Amico e Alfredo Beniamino Ammiragli, che in primo grado erano stati condannati a un anno e otto mesi per associazione per delinquere semplice. La decisione ha riguardato inoltre Giampaolo Sutto, precedentemente condannato a cinque anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Nel collegio difensivo degli imputati figuravano gli avvocati Francesco Nizzari, Michele Gullo, Gianfranco Giunta, Gaetano Muscari, Andrea Alvaro, Giuseppe Catalano, Antonino Napoli e Salvatore Staiano.
L’inchiesta del 2016 e le ipotesi sulle infiltrazioni nei grandi appalti
L’operazione Alchemia era scattata il 19 luglio 2016, quando un’attività investigativa della Polizia di Stato e della Direzione Investigativa Antimafia (DIA), coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, aveva portato all’esecuzione di 42 misure cautelari: 34 in carcere, sei agli arresti domiciliari e due interdittive dall’esercizio di un pubblico ufficio. Le persone coinvolte erano ritenute dagli investigatori legate alle cosche “Raso-Gullace-Albanese” di Cittanova e alla presunta organizzazione “Parrello-Gagliostro” di Palmi. Le contestazioni comprendevano, a vario titolo, associazione mafiosa, concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione e intestazione fittizia di beni e società.
L’indagine si era articolata in due filoni. Il primo, condotto dal Centro operativo DIA di Genova con la collaborazione delle strutture di Reggio Calabria e Roma, aveva riguardato soggetti ritenuti affiliati alla cosca di Cittanova. Il secondo, coordinato dal Servizio centrale operativo della Polizia di Stato e sviluppato dalle Squadre mobili di Genova, Reggio Calabria e Savona, aveva interessato la stessa consorteria e la presunta organizzazione riconducibile ai gruppi Parrello-Gagliostro di Palmi.
Particolare attenzione era stata dedicata alle ipotesi di infiltrazione della cosca “Raso-Gullace-Albanese” nei subappalti per la realizzazione del Terzo Valico dei Giovi, infrastruttura ferroviaria di rilevanza nazionale tra Liguria e Piemonte. Gli investigaori avevano inoltre ipotizzato interessi economici comuni tra il gruppo di Cittanova e la presunta organizzazione di Palmi. Con la sentenza d’appello, l’ipotesi dell’esistenza della cosca mafiosa “Gagliostro” non ha dunque trovato conferma neppure nel secondo grado di giudizio, che ha portato all’assoluzione di entrambi i fratelli.














