Una minaccia può non avere bisogno di essere pronunciata apertamente. Può assumere la forma apparentemente rassicurante di un consiglio, arrivare da un tecnico conosciuto e prospettare la possibilità di lavorare senza problemi. È su questo sottile crinale che la Corte d’Appello di Catanzaro ha confermato la responsabilità per estorsione aggravata di Francescantonio Tedesco, architetto ed ex consigliere comunale di Vibo Valentia, nel processo ordinario nato dall’inchiesta Petrolmafie. I giudici della Seconda sezione penale hanno invece assolto Tedesco dal concorrente reato di illecita concorrenza rideterminando la pena da dieci anni e un mese a dieci anni di reclusione. Una riforma parziale della sentenza pronunciata il primo dicembre 2023 dal Tribunale di Vibo Valentia.
Al centro della vicenda ci sono le pressioni esercitate, secondo la ricostruzione giudiziaria, per condizionare la scelta delle imprese da impiegare nella costruzione del nuovo complesso parrocchiale “Risurrezione di Gesù” di Pizzo, opera commissionata dalla Diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea per un importo indicato nell’imputazione in oltre 4,5 milioni di euro.
Il “consiglio” sulle imprese da scegliere
Secondo quanto ricostruito nelle motivazioni, Tedesco si sarebbe avvicinato il direttore di cantiere della Cooper Po.Ro sostenendo che sia il movimento terra sia la fornitura del cemento dovessero essere assegnati alla Prestanicola. Una richiesta avanzata prima dell’intervento di Pasquale Gallone e delle successive interlocuzioni che avrebbero portato a una diversa ripartizione delle commesse: il movimento terra alla D.R. Service e il cemento suddiviso tra Prestanicola e l’impresa riconducibile a Giuseppe Ruccella. Tedesco avrebbe rappresentato che, seguendo quell’indicazione, l’impresa non avrebbe avuto problemi. Il direttore di cantiere, scrivono i giudici, aveva interpretato quelle parole come un consiglio finalizzato a evitare che nel cantiere potessero verificarsi danneggiamenti o atti intimidatori.
Un suggerimento soltanto all’apparenza, secondo la Corte. Il diretto interessato avrebbe infatti fatto presente a Tedesco che, in qualità di direttore dei lavori, non avrebbe dovuto interessarsi della scelta dei fornitori. E avrebbe chiarito che l’affidamento delle commesse alla ditta indicata avrebbe consentito di evitare “atti intimidatori, incendi e quant’altro”.
La difesa: “Parlava da tecnico, nessuna minaccia”
Una lettura completamente diversa è stata offerta dai difensori di Tedesco, gli avvocati Stefano Luciano e Vincenzo Belvedere. La difesa ha sostenuto che l’ex consigliere comunale si fosse limitato a esprimere una valutazione tecnica, maturata sulla base della propria esperienza professionale. Il direttore dei cantieri, durante il dibattimento, aveva descritto Tedesco come un collega e una persona perbene, con la quale aveva già lavorato e dalla quale non temeva problemi. I legali hanno richiamato anche una conversazione nella quale emergeva l’attenzione di Tedesco per l’iscrizione delle imprese nella white list, circostanza che, secondo la prospettazione difensiva, avrebbe dimostrato la natura esclusivamente tecnica e amministrativa delle sue indicazioni. Nel giudizio d’Appello è stata inoltre prodotta la sentenza del Tribunale di Lamezia Terme del 19 giugno 2024, pronunciata nel processo Imponimento, con la quale Tedesco era stato assolto dalla distinta accusa di partecipazione all’associazione riconducibile al gruppo Anello di Filadelfia. Elementi che, tuttavia, non hanno convinto la Corte.
Per i giudici una “implicita intimidazione”
Nelle motivazioni i giudici parlano di una deposizione inizialmente caratterizzata dalla volontà di Pata di “addolcire” le precedenti dichiarazioni, salvo poi confermare il significato attribuito a quella richiesta. Per la Corte, il fatto che le parole provenissero da un tecnico conosciuto non è sufficiente a eliminarne la portata intimidatoria. Conta il messaggio complessivo: scegliere una determinata impresa avrebbe permesso al cantiere di proseguire senza incendi, danneggiamenti o altre ritorsioni. “L’apparente richiesta o consiglio altro non era che una implicita intimidazione“, scrivono i magistrati, secondo i quali la condotta sarebbe stata attuata attraverso modalità tipiche della criminalità organizzata.
La minaccia, ricordano i giudici richiamando la giurisprudenza della Cassazione, non deve necessariamente essere esplicita. Per integrare l’estorsione è sufficiente che risulti concretamente idonea a limitare la libertà morale della persona che la riceve. Nel caso in questione, la Corte ritiene quella pressione efficace anche alla luce della sua lunga esperienza nei cantieri e della consapevolezza, maturata in quarant’anni di lavoro, delle possibili conseguenze derivanti dal mancato rispetto di determinate richieste.
Le intercettazioni e i rapporti con Prestanicola
Un ulteriore elemento valorizzato dai giudici è una conversazione del 18 maggio 2019 tra Giuseppe D’Amico e Pasquale Gallone. I due discutevano delle pretese della Prestanicola di ottenere l’intera fornitura del cemento e del ruolo attribuito a Tedesco nel sostenere quella soluzione. Per la Corte, il dialogo dimostrerebbe che l’architetto stava rassicurando la Prestanicola sulla possibilità di ottenere la commessa. I giudici collegano questo comportamento ai rapporti che Tedesco avrebbe avuto con il figlio di Rocco Anello. L’assoluzione ottenuta nel separato processo Imponimento dall’accusa di partecipazione associativa, precisa però la Corte, non esclude la responsabilità per il singolo episodio estorsivo contestato in Petrolmafie. Le due valutazioni riguardano fatti e imputazioni differenti. La sentenza evita dunque di sovrapporre i due piani: Tedesco non viene condannato in questo processo per appartenenza a un’associazione mafiosa, ma per il contributo che, secondo i giudici d’Appello, avrebbe fornito alla pressione esercitata sul responsabile del cantiere.
L’assoluzione dall’illecita concorrenza
La Corte ha invece accolto l’appello nella parte relativa all’illecita concorrenza con violenza o minaccia, estendendo a Tedesco l’assoluzione già riconosciuta per lo stesso reato ad altri imputati. Per integrare l’articolo 513-bis del Codice penale, spiegano i giudici, non basta l’imposizione di alcune imprese alla cooperativa incaricata dei lavori. È necessario dimostrare che la condotta abbia concretamente ostacolato la libertà di autodeterminazione di una o più imprese concorrenti. Nel caso esaminato, invece, le eventuali aziende danneggiate dalla pressione non sarebbero state individuate. Da qui l’assoluzione perché il fatto non sussiste. Rimane però in piedi l’estorsione cosiddetta contrattuale. Il danno, secondo la Corte, consiste nella compressione della libertà della Cooper Po.Ro. Edile di scegliere autonomamente con quali imprese stipulare i contratti e a quali condizioni economiche. Resta ora l’eventuale giudizio davanti alla Corte di Cassazione. Fino a una pronuncia definitiva, per Tedesco continua a valere la presunzione di non colpevolezza.












