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18 Giugno 2026
18 Giugno 2026
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Rinascita Scott, la difesa di un imputato chiede la nullità: “Senza l’imputato in aula il processo è irrimediabilmente viziato”

Nel maxi–processo d’appello Rinascita Scott, gli avvocati di Domenico Cichello contestano l’intero impianto accusatorio e chiedono la nullità del procedimento. Le testimonianze dei collaboratori sarebbero “contraddittorie e inattendibili”

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Nuovo capitolo nel giudizio d’appello del maxi–processo Rinascita Scott, in corso davanti alla Corte d’Appello di Catanzaro. La difesa di Domenico Cichello, rappresentata dagli avvocati Pietro Chiodo e Marco Gemelli, ha tenuto una lunga arringa durata oltre quattro ore chiedendo la nullità dell’intero procedimento.
Secondo i legali, l’imputato sarebbe stato privato del suo diritto fondamentale a essere presente in aula, mentre le accuse basate sulle dichiarazioni dei collaboratori presenterebbero lacune, contraddizioni e profili di inattendibilità.

“Dichiarazioni contraddittorie”: l’attacco ai collaboratori di giustizia

La difesa ha puntato il dito contro le ricostruzioni fornite dai collaboratori Mantella, Servello e Mancuso Emanuele, giudicate “irrimediabilmente incompatibili” con gli atti processuali.
Tra gli elementi evidenziati: Mantella avrebbe attribuito a Cichello una presunta frequentazione con Giuseppe Antonio Accorinti in periodi in cui quest’ultimo risultava detenuto in regime intramurario, come confermato dalla documentazione carceraria tra il 2000 e il 2011.

Gli avvocati hanno richiamato anche un’altra contraddizione: Mantella, nel processo Rinascita Scott, avrebbe negato di conoscere le “doti di ’ndrangheta” di Cichello, mentre un anno dopo, nel procedimento Maestrale–Carthago, avrebbe attribuito all’imputato doti come lo “sgarro” e la “camorra”.

Le denunce dell’imputato: “Propalazioni mendaci e calunniose”

La difesa ha ricordato che Cichello avrebbe denunciato più volte Mantella, ritenendo false le accuse relative a presunte attività di protezione svolte durante una fantomatica latitanza di Accorinti — latitanza che, secondo gli atti, non sarebbe mai avvenuta perché coincidente con la detenzione in carcere.

Per i legali, questo comportamento dei collaboratori imporrebbe una valutazione da parte della Procura sull’eventuale reato di calunnia e potrebbe giustificare la revoca del programma di protezione.

“Imprenditore onesto e vittima di discredito”: la linea difensiva

Nel comunicato la difesa descrive Cichello come un imprenditore che avrebbe sempre vissuto improntando la propria attività all’“onestà e al lavoro”, subendo un pesante discredito a causa delle dichiarazioni ritenute non attendibili.
Un calvario giudiziario che, secondo i legali, dura da oltre vent’anni, ma nel quale Cichello continuerebbe ad avere “fiducia negli strumenti della giustizia”.

“Violato il diritto alla presenza in aula”: la richiesta di nullità

Il punto più delicato riguarda la partecipazione dell’imputato alle udienze.
Cichello, attualmente ai domiciliari a Mortara (Pavia), sarebbe stato ammesso alla sola videoconferenza dalla casa circondariale di Vigevano o di Monza, modalità prevista — sostiene la difesa — solo per detenuti in istituto penitenziario, non per chi si trova ai domiciliari.

Per gli avvocati si tratta di una violazione del diritto fondamentale alla presenza personale al processo, principio ribadito dalla sentenza della Corte di Cassazione, Sezione II penale, n. 22113/2025, che considera questo diritto un elemento essenziale del giusto processo.

Ora la parola alla Corte d’Appello

La difesa attende le decisioni della Corte sulle eccezioni sollevate e sull’impatto delle presunte violazioni sul prosieguo del maxi–processo.
Una scelta che potrebbe aprire scenari delicati per l’intero impianto dibattimentale di Rinascita Scott, uno dei procedimenti più imponenti contro le cosche vibonesi.

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