Ventiquattro condanne riformate, due confermate, due concordati e due assoluzioni per i trenta imputati nel processo di appello “Svevia”, nato da un’inchiesta della Dda di Catanzaro che portò a febbraio del 2023 a 46 arresti, decapitando un’organizzazione criminale armata dedita al narcotraffico di cocaina, eroina, cannabinoidi, con base logistica a Lamezia nel quartiere Capizzaglie e con canali di approvvigionamento nel Reggino, passando da San Luca e Rosarno fino a Roma grazie alla collaborazione del clan dei Casamonica. Regge l’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia ma ne escono fortemente ridimensionate le pene.
Le pene ridotte
La Corte di appello di Catanzaro, presidente Alessandro Bravin, a latere Maria Rosaria di Girolamo e Giovanna Mastroianni ha ridotto la pena nei confronti di Daniele Amato, 7 anni, 5 mesi e 10 giorni di reclusione (in primo grado inflitti 9 anni e 8 mesi) Giuseppe Amendola, previa esclusione dell’associazione 4 anni, 2 mesi e 20 giorni di reclusione (in primo grado inflitti 10 anni e 4 mesi); Antonio Palermo, 4 anni e revoca della misura cautelare con esclusione del reato associativo (in primo grado condannato a 8 anni); Fabrizio Berlingieri, 7 anni, 5 mesi e 10 giorni (in primo grado 8 anni e 4 mesi); Sandro Bevilacqua 7 anni, 9 mesi e 10 giorni (in primo grado 13 anni e 8 mesi); Tommaso Boca, 2 anni, 5 mesi e 10 giorni con esclusione del reato associativo e revoca misura cautelare (in primo grado 7 anni, 4 mesi e 20 giorni); Caterina Butruce, 7 anni, 5 mesi e 10 giorni (in primo grado 11 anni); Maria Giovanna Curcio, 7 anni, 5 mesi e 10 giorni (in primo grado 11 anni); Pietro Giovanni D’Agostino, 7 anni e 8 mesi (in primo grado 10 anni); Salvatore D’Agostino 7 anni, 5 mesi e 10 giorni (in primo grado 8 anni, 4 mesi); Valentina De Vito 1 anno e 4 mesi (in primo grado 1 anno e 6 mesi); Angela Franceschi, 7 anni, 7 mesi e 10 giorni (in primo grado 9 anni; Angelo Galiano (37enne) previa esclusione reato associativo 4 anni e 20 giorni (in primo grado 10 anni); Angelo Galiano (36enne) 7 anni, 9 mesi e 10 giorni (in primo grado 10 anni e 4 mesi); Antonio Giampà detto “Tony Tony”, 7 anni e 4 mesi (in primo grado 11 anni); Antonio Perri detto “coccio d’olivo” 8 anni, 5 mesi e 10 giorni (in primo grado 17 anni);Eugenio Torcasio, assolto dall’associazione e condannato a 4 anni e 2 mesi (in primo grado 9 anni, 8 mesi); Ugo Torcasio, assolto dall’associazione e condannato a 4 anni, 2 mesi e 20 giorni (in primo grado 9 anni e 4 mesi); Antonio Ventura detto “pupello” 2 anni, 5 mesi e 10 giorni (in primo grado 7 anni e 8 mesi) con l’esclusione dell’associazione e revoca misura cautelare; Yuri Lupparelli, 3 anni e 8 mesi (8 anni in primo grado) con esclusione del reato associativo; Hans George Holzhausen, 4 anni con esclusione dell’associazione e revoca della misura cautelare (in primo grado era stato condannato a 8 anni); Marco Perri 7 anni, 11 mesi e 10 giorni (in primo grado 13 anni e 4 mesi);Battista Onorato, 8 anni e 4 mesi di reclusione (in primo grado 17 anni e 6 mesi di reclusione); Pasquale Iannelli, 7 anni e 6 mesi (in primo grado 8 anni).
Le condanne confermate
I giudici di appello hanno confermato la sentenza di primo grado nei confronti Francesco Galluzzi che incassa una pena di 4 anni; Antonio Galiano 20 anni;
Assoluzioni
Assolti dal capo associativo Gianluca Paradiso detto “pitorro”, che in primo grado era stato condannato a 7 anni e 4 mesi e Gabriella Berlingieri (in primo grado condannata a 7 anni e 8 mesi).
I concordati
Hanno concordato la pena Bruno Cappellano condannato a 9 anni di reclusione (in primo grado 11 anni e sei mesi) e Andrea Licari a cui sono stati inflitti 3 anni, 6 mesi e 17,214 euro di multa.
Il dominus e i sodali
Al vertice dell’organizzazione, secondo le ipotesi di accusa Giorgio Galiano, sfuggito a un agguato mafioso nel 1997 e ritenuto dalla Dda dominus assoluto del sodalizio, colui che avrebbe dettato le direttive ai propri figli Antonio e Angelo di 36 anni sulle modalità di conduzione dello spaccio di sostanze stupefacenti, impartendo disposizioni su come avrebbero dovuto comportarsi spacciatori e acquirenti, sul linguaggio criptico da utilizzare, sulle modalità di custodia della droga e del denaro. Il figlio Antonio titolare di una sorta di “delega operativa” conferitagli in via esclusiva dal padre, avrebbe diretto il traffico a Lamezia, seguendo gli ordini del padre, pur mantenendo potere decisionale autonomo. Avrebbe prescritto agli associati le cautele da adottare per custodire gli stupefacenti, effettuando le cessioni agli acquirenti finali e gli accorgimenti necessari per eludere le indagini delle Forze dell’Ordine, incamerando il ricavato della vendita al minuto del narcotico e provvedendo al reperimento di nuovi approvvigionamenti di sostanze. Sarebbe stato proprio lui a intrattenere personalmente i rapporti con i fornitori occupandosi in alcune occasioni del trasporto delle zone di prelievo fino a Lamezia.
A fornire apporto morale e materiale nella conduzione dello spaccio la convivente Maria Giovanna Curcio, che avrebbe elargito consigli sui metodi da adottare nella gestione del traffico di droga, tenendo la contabilità dei ricavi e dei crediti vantati dagli altri associati e proponendosi in prima persona di sostituire il compagno nel business delle sostanze stupefacenti nell’eventualità che questi venisse arrestato. Il fratello di Antonio, Angelo, avrebbe svolto il ruolo di partecipe dell’organizzazione assumendo in seguito all’arresto di Antonio, avvenuto nel 2016, la direzione delle attività e la gestione del traffico di stupefacenti con potere decisionale, mentre il cugino sarebbe stato preposto all’ attività di esattore nei confronti di tossicodipendenti debitori del sodalizio.
Il collegio difensivo
Nel processo sono impegnati, tra gli altri, gli avvocati Teresa Bilotta, Leopoldo Marchese, Renzo Andricciola, Salvatore Cerra, Stefano Nimpo, Sergio Callipari, Arturo Bova, Francesco Gambardella, Piero Chiodo, Lucio Canzoniere, Antonio Larussa, Giuseppe Spinelli, Gianluca Careri, Domenico Villella, Pasquale Naccarato, Ramona Gualtieri.












