Equilibrare la volontà di costruire un’intesa elettorale nel campo progressista con il mantenimento delle proprie posizioni identitarie, spesso in aperta divergenza con quelle del Partito Democratico, rappresenta il delicato esercizio politico portato avanti da Giuseppe Conte nell’ambito di “Nova“, la kermesse del Movimento 5 Stelle tenutasi a Milano dal 18 al 20 settembre. Il documento programmatico votato dagli iscritti è stato deliberatamente strutturato per diventare il principale biglietto da visita pentastellato in vista dei futuri tavoli di negoziato con i partner della coalizione.
Il punto 17 e il no alle forniture militari
Il nodo centrale dell’intero confronto risiede nel paragrafo 17 della proposta, intitolato “L’Italia ripudia la guerra”. Al suo interno si trova il passaggio chiave che sintetizza la postura del Movimento sulla politica estera, con la dichiarazione secondo cui continuare a inviare armi significa allontanare la pace. Sebbene questa formulazione rappresenti una chiara presa di distanza dalla linea italiana ed europea finora seguita sul conflitto ucraino, il testo si configura anche come un tentativo di mediazione, in quanto il Movimento sceglie di non fissare scadenze perentorie né di porre ultimatum vincolanti al Partito Democratico, pur confermando una posizione critica tenuta salda fin dall’iniziale via libera concesso all’epoca del governo Draghi.
Il verdetto della base su difesa e politica estera
I risultati della votazione interna hanno restituito un mandato eccezionalmente forte e compatto al presidente Conte. La quasi totalità degli iscritti, pari al 91,7%, ha votato a favore dello stop al proseguimento dell’invio di forniture militari all’Ucraina. Un’adesione ancora più plebiscitaria è stata registrata per il primato del diritto internazionale, approvato con il 98,3% dei consensi, e per la proposta di promuovere una Conferenza internazionale unita al riconoscimento dello Stato di Palestina, sostenuta dal 97,9% dei votanti. La linea del rigore si è riflessa infine anche sui temi della difesa, dove il 94,1% della base si è schierato contro il piano di riarmo europeo e il 91,8% ha respinto qualsiasi ipotesi di aumento della spesa militare nazionale.













