Non c’è un solo tredicenne in questa brutta storia di Roma, perché uno ha trasformato la scuola in un set mentre l’altro ha rifiutato di essere spettatore e, se il coltello è il dettaglio più terribile, è la telecamera quello più rivelatore.
Il coltello e la telecamera
Il ragazzo che ha aggredito la propria insegnante non avrebbe portato con sé soltanto una lama e dello spray urticante ma, secondo le ricostruzioni finora disponibili, anche un casco, un dispositivo per filmare, un collegamento preparato per la diretta e perfino un conto alla rovescia pubblicato sui social, perché non voleva soltanto compiere un gesto violento, ma voleva essere guardato mentre lo compiva. Ed è proprio qui che questa vicenda smette di essere soltanto l’ennesimo episodio di violenza scolastica e diventa il racconto inquietante del nostro tempo.
La classe è stata trasformata in un set nel quale l’insegnante non era più percepita come una persona, bensì come il personaggio necessario alla scena, mentre il brutto voto, più che la causa reale dell’aggressione, sembra essere diventato il pretesto attraverso il quale costruire un nemico e assegnarsi il ruolo del protagonista.
Il processo collettivo ai genitori
Di fronte a fatti simili parte immediatamente il processo collettivo ai genitori, accusati di non sapere più dire di no, di voler essere amici dei figli, di contestare gli insegnanti e di avere demolito ogni autorità. Ma questa spiegazione, per quanto rassicurante perché individua subito un colpevole, applicata automaticamente al caso concreto rischia di essere una scorciatoia, poiché dei genitori di questo ragazzo non sappiamo abbastanza per trasformarli negli imputati simbolici di un’intera epoca e, soprattutto, la teoria dei “figli cresciuti senza no” non spiega il casco, la telecamera, il conto alla rovescia e il bisogno di una platea.
Quando si perde la realtà
Il problema non sembra essere soltanto la perdita del limite, ma la perdita stessa della realtà, perché nelle comunità digitali più estreme un’insufficienza può diventare un’umiliazione intollerabile, il rancore può trasformarsi in identità e la violenza in una prova di esistenza. Non basta più provare rabbia, perché occorre metterla in scena; non basta agire, perché bisogna produrre un contenuto; e non basta avere una vittima, perché serve un pubblico.
Un ragazzo può essere chiuso nella propria stanza, apparentemente al sicuro e controllato negli orari, nei compiti e nelle uscite, e trovarsi invece immerso ogni giorno in un ambiente popolato da sconosciuti che alimentano la sua rabbia, la legittimano e gli offrono un copione, rendendolo completamente invisibile agli adulti proprio nella parte della propria vita nella quale sta costruendo l’identità. Per questo l’autorità adulta deve innanzitutto tornare a vedere, conoscere i luoghi digitali frequentati dai ragazzi, comprenderne i linguaggi e riconoscere una minaccia mascherata da meme, un conto alla rovescia o l’adesione a comunità che trasformano la violenza in appartenenza.
I metal detector non bastano
Anche la risposta dei metal detector, pur comprensibile dopo un’aggressione tanto grave, interviene soltanto nell’ultimo metro del problema, perché può intercettare una lama sulla porta della scuola ma non le settimane durante le quali una fantasia violenta viene coltivata, condivisa e incoraggiata, né il momento in cui un ragazzo smette di immaginare un gesto e comincia concretamente a prepararlo.
Due tredicenni, due scelte opposte
Eppure, in quella classe non c’era un solo tredicenne, perché ce n’era un altro, originario della Repubblica del Congo, che è intervenuto e ha bloccato il compagno, impedendoci di liquidare tutto con la solita condanna di una “generazione senza valori”. Due ragazzi della stessa età, nello stesso luogo e nello stesso istante hanno compiuto scelte opposte, poiché uno ha cercato un pubblico mentre l’altro ha rifiutato di diventarlo, uno ha trasformato una persona nell’oggetto della propria rappresentazione mentre l’altro ha riconosciuto una persona in pericolo e si è assunto la responsabilità di intervenire.
La differenza tra spettatore e testimone
È questa la vera linea di confine educativa del nostro tempo, non soltanto quella tra obbedienza e trasgressione, ma quella tra spettatore e testimone, perché lo spettatore guarda, registra e condivide aspettando di vedere come finirà, mentre il testimone comprende che ciò che sta accadendo lo riguarda e decide di interrompere la scena.
La scuola e l’alleanza con le famiglie
La scuola deve essere difesa non con slogan nostalgici né dichiarando guerra a un’intera generazione, ma ricostruendo un’alleanza tra famiglie, docenti e istituzioni capace di riconoscere il disagio prima che diventi spettacolo e la minaccia prima che diventi azione, insegnando che un voto non è una persecuzione, che la frustrazione non attribuisce il diritto di punire gli altri e che il corpo di una persona non può diventare il contenuto attraverso il quale sentirsi finalmente visibili.
L’abbraccio della docente e il valore della responsabilità
Le successive parole della docente, che ha detto di voler abbracciare il ragazzo che l’ha colpita e, parlando dell’alunno congolese che l’ha soccorsa, ha ribadito le proprie convinzioni sulla remigrazione, aggiungono una coda che non dovrebbe diventare il centro della vicenda, poiché il dibattito politico appartiene a un altro piano, mentre sul piano educativo l’urgenza dell’abbraccio merita almeno una cautela. Il perdono è una sua scelta personale e nessuno può giudicarne i tempi, ma, se trasformato in un messaggio pubblico, non dovrebbe cancellare quella necessaria distanza nella quale chi ha agito comprende ciò che ha fatto, se ne assume la responsabilità e ne affronta le conseguenze, perché la riconciliazione può essere il punto di arrivo di un percorso, non il suo sostituto.
Si può ancora scegliere da che parte stare
Quel compagno, entrando nella scena per fermarla, aveva già compreso tutto questo e ci ha ricordato che, anche quando una telecamera viene accesa per trasformare la violenza in spettacolo, si può ancora scegliere da che parte stare.













