23 Agosto 2026
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Calabria oltre i cliché, l’affondo di Azione: “Servono sanità, lavoro e scuole, la sola bellezza non basta”

Il presidente del circolo di Lamezia Terme, Antonello Cariglino, analizza i paradossi della regione: dalle discrepanze tra prove Invalsi e voti di maturità ai finanziamenti per i grandi eventi, fino ai nodi su trasporti e strutture sanitarie.

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I riflettori dei grandi concerti estivi e gli elogi per i paesaggi mozzafiato non devono coprire le fragilità strutturali del territorio calabrese. A richiamare l’attenzione sulle priorità della regione è Antonello Cariglino, presidente del circolo di Azione a Lamezia Terme, che parte dalle recenti cronache per tracciare un’analisi rigorosa dello stato dei servizi e delle infrastrutture.

“In questi giorni Jovanotti è venuto in Calabria per un concerto. E come quasi tutti gli artisti che passano da queste parti, non ha potuto fare a meno di celebrare la bellezza della nostra terra: il mare, i paesaggi, l’atmosfera. Puntuale, una certa politica locale si è affrettata a cavalcare la dichiarazione, sbandierandola come se fosse un endorsement, un titolo di merito da intestarsi. Ecco, è proprio da qui che bisogna partire per capire cosa non funziona” dichiara Cariglino.

Il cortocircuito della retorica e i servizi essenziali

Secondo il rappresentante del partito, il plauso dei visitatori illustri rischia di trasformarsi in una narrazione edulcorata se scollata dalla realtà quotidiana vissuta dai residenti. Cariglino aggiunge: “Che la Calabria sia bellissima lo sappiamo benissimo, non serve che ce lo confermi un artista di passaggio. Il punto è un altro, ed è tanto semplice quanto scomodo: con la sola bellezza non si mangia. Non si costruisce un futuro, non si trattiene chi è nato qui, non si dà un lavoro a chi lo cerca. Vorrei invitare questi artisti, con tutto il rispetto, a venire a vivere in Calabria – non a passarci una sera di concerto – con le loro famiglie. Solo così potrebbero rendersi conto di cosa significhi abitare un territorio non infrastrutturato, dove mancano i servizi essenziali. Un conto è ammirare un tramonto dal palco, un altro è portare un figlio a scuola, aspettare un treno che non arriva, cercare una cura che altrove è normale amministrazione”.

Il paradosso della scuola tra test Invalsi e voti da record

Un passaggio articolato dell’intervento è dedicato al sistema educativo regionale, caratterizzato da un forte divario tra le rilevazioni nazionali e la valutazione finale degli studenti. Dice ancora Cariglino: “C’è un dato che dovrebbe far riflettere più di ogni panorama: i risultati delle prove INVALSI in Calabria restano tra i più bassi d’Italia, e i diplomati calabresi mostrano livelli di preparazione più deboli rispetto ai coetanei delle altre regioni, soprattutto in matematica. Questo non è un dettaglio tecnico da addetti ai lavori: è la fotografia di un sistema che non garantisce a un ragazzo calabrese le stesse possibilità di partenza di un ragazzo lombardo o veneto. È diseguaglianza pura, e si misura in numeri, non in opinioni. Ma c’è un secondo dato, ancora più inquietante, che va messo accanto al primo – perché è quello che svela davvero le storture del sistema. Alla maturità 2026 la Calabria è arrivata prima in Italia, a pari merito con la Puglia, per percentuale di lodi: il 6,1% dei maturandi, contro appena l’1% della Lombardia. Sommando lodi e semplici 100, in Calabria il massimo dei voti lo ha preso il 16% dei diplomati – quasi uno studente su sei, in alcune rilevazioni addirittura uno su cinque – contro il 2,8% della Lombardia. Gli stessi ragazzi che alle prove INVALSI dello stesso anno – standardizzate, corrette centralmente, uguali per tutti – hanno fatto registrare tra i risultati più bassi del Paese (al Sud solo il 36% raggiunge la sufficienza in matematica, contro oltre il 60% del Nord), arrivano alla maturità con i voti più alti d’Italia, assegnati in buona parte dagli stessi insegnanti che li hanno seguiti per tre anni. Questo cortocircuito non può essere liquidato come un caso. O gli insegnanti calabresi riescono, nell’ultimo anno, a fare miracoli che nessun test nazionale riesce a certificare – ipotesi poco credibile – oppure una parte del corpo docente, e soprattutto delle commissioni che assegnano i voti finali, sceglie sistematicamente l’indulgenza: voti gonfiati che non fotografano le competenze reali, ma che fanno comodo a tutti nel breve periodo – alla scuola, che si presenta bene con le famiglie; ai docenti, che evitano frizioni; ai ragazzi, che si illudono di essere pronti. Il conto, però, lo pagano dopo: all’università, nei test d’ingresso, nel mondo del lavoro, quando quel 100 e lode si scontra con una preparazione che non c’è. Non è un problema di pigrizia dei ragazzi calabresi. È un problema di sistema, che coinvolge anche chi dovrebbe valutare con onestà e invece preferisce la scorciatoia del voto alto. Ed è un’altra faccia della stessa medaglia di cui parlavo: una regione che si accontenta delle apparenze – i complimenti degli artisti, i voti gonfiati in pagella – invece di misurarsi con la sostanza”.

Economia e mobilità: le ombre dietro i numeri degli aeroporti

L’analisi prosegue toccando la sfera economica e le condizioni operative delle imprese, evidenziando le criticità di un mercato fortemente condizionato dall’intervento pubblico.

Il presidente di Azione Lamezia evidenzia: “E qui arriva il nodo più duro: le imprese che funzionano davvero, in troppi casi, sono quelle che hanno in qualche modo un rapporto privilegiato con la pubblica amministrazione. Non il merito, non l’innovazione, non la capacità di competere sul mercato – ma la vicinanza al potere. È un modello che scoraggia chi vorrebbe investire pulito e premia chi sa muoversi nei corridoi giusti”.

La riflessione si estende quindi al comparto dei trasporti e all’incremento del traffico aereo negli scali della regione. Cariglino insiste: “C’è un altro dato che viene sbandierato come segno di sviluppo: la crescita record dei passeggeri negli aeroporti calabresi grazie a Ryanair – 3,2 milioni l’anno, +14%, decine di nuove rotte. Anche qui, però, basta guardare dietro il numero per capire che si tratta dello stesso schema: un risultato di facciata che nasconde l’assenza di una vera strategia di lungo periodo. Quella crescita non nasce dal mercato: nasce da centinaia di milioni di euro di soldi pubblici. Solo nel triennio 2024-2026 la Regione ha versato a Ryanair oltre 21 milioni di euro in campagne di co-marketing, a cui si sommano oltre 14 milioni di euro l’anno di incentivi alle rotte tramite SACAL, dentro un regime autorizzato dalla Commissione Europea che può arrivare fino a oltre 37 milioni di euro in tre anni. Secondo gli osservatori del settore, l’intera impalcatura della crescita aeroportuale calabrese poggia su un piano di finanziamenti pubblici che supera abbondantemente i 100 milioni di euro in tre anni. E la cifra esatta versata finora non è nemmeno del tutto trasparente: un consigliere regionale ha dovuto presentare un’interrogazione formale per chiedere al presidente della Regione a quanto ammonti davvero il totale erogato. Il problema non è aver attratto una compagnia aerea – è legittimo e persino intelligente, se fatto bene. Il problema è che questo modello ha tre difetti che lo rendono l’ennesimo esempio di sviluppo comprato e non costruito. Primo: è sviluppo che dipende interamente dal sussidio, non dal territorio. Gli stessi accordi scadono nel 2027, e senza un rinnovo il rischio, segnalato apertamente in Consiglio regionale, è che i voli si spostino altrove, lasciando la Calabria di nuovo isolata e vanificando decine di milioni spesi. Secondo: nonostante tutti questi soldi pubblici, i calabresi continuano a pagare il caro-voli, soprattutto quando tornano a casa per le feste, senza che siano mai stati introdotti tetti tariffari a tutela dei residenti. Terzo: non c’è alcuna programmazione per il dopo — nessuna clausola che vincoli l’investimento a ricadute strutturali durature sul territorio. È lo stesso film di sempre: si festeggia il dato di crescita, si intestano meriti politici, ma non si costruisce nulla che regga senza il sostegno pubblico permanente. Un aeroporto pieno di turisti in transito non è sviluppo, se il territorio che quei turisti attraversano resta com’era prima: senza infrastrutture, senza servizi, senza un’economia capace di camminare sulle proprie gambe”.

Eventi estivi e promozione: il valore dei servizi permanenti

Un passaggio rilevante dell’argomentazione riguarda l’entità delle risorse destinate agli spettacoli ed alla promozione dell’immagine della regione. Afferma, inoltre, Cariglino: “E infine il capitolo più amaro, quello da cui siamo partiti: i soldi che la Regione mette sul piatto proprio per costruire l’immagine da cartolina che poi gli artisti, puntualmente, ci restituiscono in forma di complimento. Solo tra i principali bandi regionali attivi nel 2026 – eventi turistici, “Agorà Calabria”, grandi eventi sportivi – si superano i 12-13 milioni di euro l’anno di fondi pubblici destinati a spettacoli, concerti e manifestazioni. E non è un dettaglio: tra le spese esplicitamente ammesse a contributo, i bandi elencano proprio il cachet degli artisti, oltre a viaggio, vitto e alloggio del personale artistico. In più, gli stessi bandi impongono l’obbligo di brandizzare la comunicazione con lo slogan “Calabria Straordinaria” – cioè la Regione paga anche per il racconto patinato, non solo per il palco. Non c’è nulla di scandaloso, di per sé, nel finanziare cultura e turismo. Il problema è la proporzione e la sostanza. Per quaranta giorni all’anno, tra luglio e agosto, la Calabria diventa una scenografia perfetta: piazze piene, lungomare illuminati, cachet pagati, tour operator soddisfatti, e un artista di passaggio che, giustamente ricompensato, ci ricorda quanto siamo belli. Poi, per i restanti trecentoventicinque giorni, resta il deserto di sempre: le stesse strade dissestate, gli stessi ospedali in affanno, gli stessi ragazzi che a settembre tornano a studiare in scuole che non funzionano, gli stessi treni che non arrivano. Siamo bravi tutti a tessere le lodi di un territorio quando veniamo pagati profumatamente per farlo. Il punto è che una regione non si costruisce sui complimenti di agosto: si costruisce sugli investimenti di gennaio, quelli che nessuno applaude perché non fanno rumore, non riempiono un lungomare e non producono un post sui social – ma sono gli unici che restano quando il palco viene smontato”.

La piaga della sanità: strutture vuote e migrazione sanitaria

Il quadro delineato affronta poi la situazione della sanità e l’efficacia della rete di assistenza sul territorio. “E poi c’è la sanità – dice ancora il presidente di Azione Lamezia -, che di tutti gli esempi è forse il più crudele, perché qui non si parla di voti gonfiati o di passeggeri in transito: si parla di persone che si ammalano. Anche qui il copione è identico: si inaugura, si taglia il nastro, si fotografa l’opera compiuta – ma la struttura fisica non basta a garantire una cura. La Corte dei Conti, nella relazione sul bilancio 2025, ha fatto un conto impietoso: delle 61 Case della Comunità previste dal PNRR in Calabria, solo due risultano davvero funzionanti, entrambe nel Reggino, con appena un servizio realmente attivo. Il risultato è che il 17% dei calabresi ha smesso di curarsi del tutto, e chi vive nell’entroterra, quando si ammala, si trova davanti solo due strade: una lista d’attesa interminabile oppure un “viaggio della speranza” verso un’altra regione. Quella migrazione sanitaria costa alla Calabria 329 milioni di euro l’anno, in costante crescita – soldi calabresi che finiscono a pagar stipendi e reparti altrove, mentre le famiglie si indebitano per farsi visitare. Un monitoraggio ufficiale sul PNRR sanitario, pubblicato a maggio 2026, ha certificato la stessa distanza tra carta e realtà: aumentano i pagamenti, aumentano i contratti firmati, ma nessuna struttura risulta ancora davvero operativa. Anche dentro le forze politiche che sostengono la Giunta regionale c’è chi lancia l’allarme: senza un piano serio di assunzioni, Case e Ospedali di Comunità rischiano di diventare – è l’espressione usata da un consigliere regionale – delle “cattedrali nel deserto”: involucri vuoti, senza personale per erogare i servizi per cui sono stati costruiti. Un caso emblematico è quello del nuovo Ospedale della Sibaritide, a Corigliano-Rossano: quasi completato nel cemento, ma bloccato da mancanze infrastrutturali di base – fognature, rete idrica, viabilità d’accesso – con il concreto rischio di restare una scatola vuota, imponente e inutile. E anche dove gli ospedali funzionano da anni, il personale manca in modo strutturale: in molti Pronto Soccorso calabresi oltre la metà dei turni è coperta da medici “gettonisti”, pagati a chiamata, mentre chi lavora stabilmente nel pubblico è sempre più vicino al burnout e alla fuga verso il privato o altre regioni. Costruire un ospedale, un’aula, una pista d’atterraggio non è, di per sé, sviluppo. Lo diventa solo se dentro quelle mura ci sono le persone – medici, infermieri, insegnanti – messe nelle condizioni di lavorare. Altrimenti resta solo un’altra fotografia buona per un comunicato stampa, mentre chi ha bisogno di una cura continua, come sempre, a doversela andare a cercare altrove”.

Comunicazione e governance: la prospettiva per il territorio

A conclusione della nota, Cariglino sollecita un cambio di approccio nella valutazione dell’azione di governo regionale e nell’uso delle risorse. “C’est un ultimo punto – puntualizza Cariglino -, forse il più urgente di tutti, ed è quello da cui bisogna far ripartire il ragionamento dei cittadini: oggi il divario più pericoloso non è solo quello tra Nord e Sud, o tra promesse e fatti. È il divario tra quello che viene raccontato ogni giorno, con grande abilità comunicativa, e quello che davvero accade sul territorio. Lo abbiamo visto in ogni singolo esempio di questo articolo. I voti di maturità più alti d’Italia raccontano un successo scolastico che gli INVALSI smentiscono. I 3,2 milioni di passeggeri raccontano un aeroporto in crescita, ma nascondono che quella crescita vive di sussidi pubblici e rischia di sgonfiarsi nel 2027. I cachet pagati agli artisti comprano quaranta giorni di elogi patinati, mentre il resto dell’anno resta il deserto di sempre. Gli ospedali inaugurati e fotografati raccontano un sistema sanitario che si rinnova, mentre la Corte dei Conti certifica che quasi nessuna di quelle strutture è davvero operativa. In ognuno di questi casi, chi comunica bene ha vinto sulla realtà. E questo è un problema serio, forse più grave della cattiva amministrazione in sé, perché rende la cattiva amministrazione invisibile, la maschera, la rende impossibile da contestare finché non la si vive sulla propria pelle — in un pronto soccorso, in una lista d’attesa, in un ragazzo che arriva impreparato all’università. La comunicazione istituzionale, oggi, sta facendo lo stesso identico danno che faceva la vecchia retorica vuota: distrae, addormenta, convince che tutto stia andando bene mentre i problemi reali restano irrisolti. Cambia solo lo strumento – prima il comizio, oggi il post curato, il video istituzionale, l’immagine patinata – ma il risultato è identico: un cittadino che applaude un racconto invece di pretendere un risultato. Per questo serve che il popolo calabrese si svegli, e cominci a distinguere chi comunica bene da chi amministra bene. Sono due cose diverse, e chi le confonde continuerà a votare per il consenso invece che per lo sviluppo. Bisogna imparare a guardare oltre l’annuncio, oltre l’inaugurazione, oltre il dato sbandierato – e chiedere sempre: cosa resta di questo, il giorno dopo che le telecamere se ne sono andate?”.

E ancora: “Si continua a lodare le bellezze della Calabria, salvo poi usare quella retorica solo per intascare consenso, per fare cassa politica, per distrarre dal fatto che non si costruisce nulla di strutturale. Ma questa terra non può continuare a essere un contenitore da sfruttare a parole. Un contenitore, prima o poi, si svuota. Questa terra ha bisogno di contenuti: infrastrutture vere, scuole che funzionano, sanità che cura, imprese che competono senza bisogno di santi in paradiso”.

Poi conclude: “Serve una classe dirigente che smetta di pensare a se stessa, ai propri familiari e ai propri amici, e cominci a creare le condizioni perché chi vuole investire possa farlo: strade, ferrovie, banda larga, ospedali, scuole all’altezza. Solo così un imprenditore – calabrese o no – potrà scegliere di scommettere su questo territorio invece di scappare, come fanno ogni anno migliaia di giovani. Siamo stanchi di essere considerati solo un bacino di voti, buono per garantire consenso a una classe dirigente che pensa alla propria sopravvivenza politica più che allo sviluppo della regione. La Calabria non ha bisogno di altri complimenti sul panorama. Ha bisogno che chi amministra ci metta la faccia, prenda decisioni, e costruisca – finalmente – le condizioni perché la bellezza smetta di essere l’unica cosa che questa terra ha da offrire”.

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