“Una farsa indecorosa”, “un decreto cinico”, “una deriva autoritaria”. Non usa mezzi termini la Camera Penale “A. Cantàfora” di Catanzaro, riunita in assemblea per esprimere la propria netta contrarietà al cosiddetto Decreto Sicurezza 2025. Un testo che ha spinto l’Unione delle Camere Penali Italiane a proclamare tre giorni di astensione nazionale, culminanti con una manifestazione a Roma.
Al centro della contestazione c’è l’uso della decretazione d’urgenza – priva, secondo i penalisti, di reali presupposti – e il contenuto del provvedimento: una pioggia di nuove fattispecie di reato, aggravanti e misure coercitive presentate come risposta al degrado sociale ma, di fatto, accusate di svuotare la democrazia e comprimere i diritti individuali.
“Il diritto penale non è una scorciatoia per la gestione del disagio sociale”
Tra gli interventi più significativi quello del professor Alberto Scerbo, ordinario di Filosofia del Diritto all’Università Magna Graecia, che ha lanciato un monito: “Non si risolvono i problemi sociali con il codice penale. Questa scorciatoia produce solo compressione delle libertà“. A sostenere la linea della Camera Penale anche i past president Casalinuovo, Ioppoli e Carvelli, il direttivo con Iacopino, Sapia, Mantelli, Canino e La Gamma, e molti altri avvocati intervenuti in una sala affollata e partecipe.
“Parliamo alla coscienza collettiva”
Risuona nella sala anche l’ammonimento del giornalista Pasquale Motta, che richiama le parole ispirate dalla predica luterana: “Prima presero gli altri, e nessuno parlò. Poi bussarono alla mia porta, ma non c’era rimasto nessuno a protestare”. È un appello forte alla cittadinanza: nessuno è al sicuro, nessuno può ignorare le conseguenze di un diritto penale onnivoro e punitivo.
“Libertà e sicurezza non si barattano”
L’assemblea si chiude nel segno della vigilanza democratica: “Chi baratta la libertà con la sicurezza – ricordano citando Franklin – non merita né l’una né l’altra”. E la Camera Penale di Catanzaro promette: continueremo a parlare, a informare e a lottare. Perché in gioco non c’è solo una norma: c’è la qualità della nostra democrazia.








