9 Ottobre 2026
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Fact-checking sullo Stabilicum. Meloni: “Gli italiani potranno scegliere tutto”. Sarà vero? Cosa dice la legge e cosa accade in Calabria

Le promesse di Meloni e dei leader del centrodestra messe a confronto con il testo approvato l’8 ottobre dalla Camera: blindature, un listone di 105 nomi scelti dai partiti, 130 fiducie in quattro anni, in una Calabria a collegio unico

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Delle promesse con cui Meloni e i leader del centrodestra accompagnano il via libera allo Stabilicum, il testo approvato l’8 ottobre, noto anche come Melonellum, ne conferma poche, ne ridimensiona molte e ne contraddice alcune in modo documentabile; altre sono smentite in anticipo dalla stessa premier, negli anni in cui sedeva all’opposizione.
Il quadro che ne esce riguarda da vicino anche la Calabria.

Che cosa dice Meloni

Il 16 settembre, in conferenza stampa a Palazzo Chigi, la premier annuncia la fiducia sulla legge elettorale come “un fatto di chiarezza” e ricorda che le preferenze tornano per il Parlamento “dopo circa 33 anni”.
L’8 ottobre, pochi minuti dopo il via libera definitivo della Camera, scrive su X che gli italiani “potranno scegliere tutto: il partito, la coalizione, il programma, il candidato premier” e, di nuovo, il proprio parlamentare; che il centrodestra restituisce “il potere di scegliere direttamente chi li rappresenta”; che le nuove regole favoriscono stabilità e coerenza parlamentare di qualunque governo; e che chi vince le elezioni deve poter governare.
Ciascuna di queste affermazioni l’abbiamo estratta e verificata nei capitoli che seguono, insieme a ciò che la stessa Meloni scrive da anni sulle preferenze e sulla fiducia.

Che cosa ha votato la Camera

La Camera approva in via definitiva lo Stabilicum giovedì 8 ottobre, a scrutinio segreto, con 227 sì e 164 no su 391 presenti, dopo tre fiducie poste il 6 e il 7 ottobre. Il testo, presentato dal centrodestra il 26 febbraio, attende ora la promulgazione di Mattarella. Sostituisce il Rosatellum con un proporzionale corretto da un premio di governabilità: 70 deputati e 35 senatori in più, entro un tetto di 220 e 113 seggi complessivi, esclusi quelli dell’Estero, alla lista o coalizione prima in entrambe le Camere e con almeno il 42 per cento dei voti validi in ciascuna; altrimenti il riparto è proporzionale puro. Lo sbarramento è al 3 per cento per le liste e al 10 per cento per le coalizioni.
Sulla scheda ogni lista presenta sette nomi in ordine alternato di genere, a partire da un capolista bloccato; l’elettore può dare fino a tre preferenze ai candidati diversi dal capolista, che devono essere di sesso diverso, altrimenti la seconda e la terza si annullano. In fondo compare la quota del listone del premio, 70 nomi alla Camera e 35 al Senato, senza preferenze. Il nome proposto per Palazzo Chigi si deposita con il programma e non è stampato sulla scheda.
Le firme per i partiti senza gruppo o componente in Parlamento salgono da 1.500–2.000 a 6.000–7.000 per collegio, circa 450mila in tutto, e ogni lista deve presentarsi in almeno metà delle circoscrizioni; sono esonerati i partiti con un gruppo in almeno una Camera al 31 dicembre 2025.

“Il candidato premier”

Verdetto: fuorviante. Meloni mette “il candidato premier” tra le cose che gli italiani potranno scegliere. Il testo obbliga i partiti a dichiarare, insieme al programma, la persona “da indicare come proposta per l’incarico di Presidente del Consiglio dei ministri”, con lo stesso nome per le liste collegate, ma il nome non è stampato sulla scheda, dove l’elettore traccia un segno su un simbolo, e la legge richiama le prerogative del presidente della Repubblica, che a norma dell’articolo 92 della Costituzione nomina il premier. L’elettore può conoscere il nome in anticipo, la designazione resta al Quirinale.
Il Rosatellum imponeva già di depositare con il contrassegno il programma e il nome del capo della forza politica, con la stessa clausola a tutela del Colle.
Lo Stabilicum cambia l’etichetta e, all’articolo 22, mette la mancata dichiarazione del nome sullo stesso piano del programma non depositato; nel testo base di maggio pubblicato dal Foglio la conseguenza è la non ammissione della lista.

“Il proprio parlamentare”, nei limiti del capolista

Verdetto: fuorviante. Il post di Meloni promette agli elettori, “di nuovo – il proprio parlamentare”. Il capolista, indicato dalle segreterie, prende per primo il seggio spettante alla lista nel collegio: il testo proclama eletti i candidati “a partire dal candidato capolista e successivamente seguendo la graduatoria” delle preferenze, che decidono soltanto chi lo segue. La stampa parlamentare osserva che candidati scelti dagli elettori potranno averli soltanto i partiti maggiori. Peraltro, nel caso di una lista che prende un solo seggio con 50mila voti tutti dati a un candidato non capolista, il seggio va comunque al capolista.
A questo si aggiunge il listone del premio: 70 nomi alla Camera e 35 al Senato scelti dalle segreterie, senza preferenze, che devono candidarsi anche in almeno un collegio della propria circoscrizione, da capolista o in posizione successiva purché tutti i nomi che li precedono siano anch’essi del listone, con pluricandidature fino a cinque collegi.
L’impianto, con capilista bloccati e preferenze per gli altri, è quello dell’Italicum, di cui la sentenza 35 del 2017 della Corte costituzionale salva i capilista e dichiara illegittima la facoltà del capolista eletto in più collegi di scegliere quale tenere.
Il testo approvato non riprende quella facoltà. All’articolo 85 il capolista eletto in più collegi è proclamato in quello in cui la sua lista ha ottenuto la minore cifra percentuale; chi è eletto capolista in un collegio e in altra posizione altrove resta proclamato come capolista.

Le preferenze secondo Meloni, dal 2014 a oggi

Verdetto: vero nella sostanza, in contrasto con quanto Meloni scrive da dodici anni. La premier sostiene che il centrodestra reintroduce il voto di preferenza “che mancava da oltre trent’anni”, e la formula regge per le elezioni politiche: Porcellum e Rosatellum prevedevano liste bloccate e le preferenze dell’Italicum non sono mai state applicate.
Nel 2014, dopo la bocciatura alla Camera di una proposta di FdI sulle preferenze, Meloni scrive: “Ancora una volta parlamentari nominati. Che schifo”.
Nel 2020 definisce un paradosso che gli italiani scelgano con le preferenze europarlamentari, consiglieri comunali e regionali ma non i parlamentari nazionali, e lo fa con l’hashtag contro le liste bloccate.
Il 14 luglio 2026, quando l’emendamento sulle preferenze cade per un solo voto, commenta che “ha vinto di nuovo la palude” e rivendica di avere provato a reintrodurle “dopo più di 30 anni di liste bloccate”.
Il testo approvato tre mesi dopo mantiene bloccati il capolista e l’intero listone del premio: settanta nomi alla Camera, 35 al Senato.

“Chi vince deve poter governare”

Verdetto: condizionato, e smentito sotto il 42 per cento. Meloni scrive che “chi vince le elezioni deve poter governare”. Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati, dice l’8 maggio di volere una legge che consenta di sapere “subito dopo il voto chi ha vinto le elezioni e con quale maggioranza governerà” e il 3 luglio che grazie alla legge “chi avrà più voti governerà”. Antonio Tajani, leader di Forza Italia, promette l’8 ottobre governi duraturi e l’addio alle “alchimie di palazzo”.
Il testo assegna il premio soltanto alla lista o coalizione prima in entrambe le Camere e con almeno il 42 per cento in ciascuna: un vantaggio di un voto, sotto quella soglia, produce un riparto proporzionale puro. Gli analisti politici descrivono lo scenario come un ritorno alla logica della Prima Repubblica, con trattative tra i partiti per costruire maggioranze anche trasversali, considerando gli ultimi sondaggi che danno il centrosinistra tra il 42 e il 44 per cento e il centrodestra intorno al 40.
A settembre nel centrodestra si valuta di abbassare la soglia al 41 per cento o di reintrodurre il ballottaggio, e le due ipotesi vengono accantonate. Il testo di febbraio fissa la soglia al 40, quello di maggio la porta al 42.

“Coerenza parlamentare” e cambi di gruppo

Verdetto: senza riscontro nel testo. Meloni attribuisce alle nuove regole il compito di favorire la “coerenza parlamentare” di qualunque governo. Nel testo approvato non compare alcuna disposizione sui cambi di gruppo: l’unico richiamo è all’articolo 67 della Costituzione, che l’articolo 14-bis fa salvo e che vieta il vincolo di mandato.
Il 24 settembre il costituzionalista Stefano Ceccanti osserva che la norma sulle firme, che non si applica a chi ha una componente nel Misto, rischia di incentivare i passaggi tra partiti, e conta nella legislatura 33 cambi di casacca alla Camera e 9 al Senato.

Il fuorisede che l’opposizione non avrebbe digerito

Verdetto: falso. Nella dichiarazione di voto Giovanni Donzelli rimprovera alle opposizioni di non riuscire a digerire tre novità, il premier indicato nel programma, le preferenze e il voto dei fuorisede, e aggiunge: “Volevate farlo voi”.
Sui fuorisede, però, l’emendamento di Fabio Roscani (FdI), sottoscritto anche da Luca Toccalini (Lega) e Paolo Emilio Russo (Forza Italia) e riformulato nel Comitato dei nove, passa in aula con 353 voti favorevoli e nessun contrario, Pd compreso: Simona Bonafè dichiara che “non è la soluzione che avremmo voluto” e la definisce un primo passo importante.
Il 10 luglio lo stesso Donzelli spera che “tutte le opposizioni siano pronte anche a firmare l’emendamento”. La norma rende strutturale il voto nel comune di domicilio per chi vi risiede per studio o lavoro da almeno nove mesi, e per tre mesi nei casi di cura. È l’unica parte della riforma approvata all’unanimità, mentre le obiezioni delle opposizioni riguardano il premio, i capilista, le firme, il genere e l’indicazione del premier.

La democrazia dei territori, a seimila firme per collegio

Verdetto: contraddetto dal testo. L’8 ottobre Donzelli presenta la legge come “una democrazia attenta ai territori come voleva Umberto Bossi”. Per i partiti privi di un gruppo o di una componente parlamentare il testo porta le firme da 1.500–2.000 a 6.000–7.000 per collegio, circa 450mila in tutto e solo cartacee.
Sono esonerati i partiti con un gruppo in almeno una Camera al 31 dicembre 2025, mentre chi ha una componente nel Misto conserva la soglia precedente. Interpellato sulle firme, Donzelli replica che “siamo allo 0,6” e che la Commissione di Venezia indica “entro l’1%” il limite nazionale.
Il calcolo dipende dal numero di firme considerato, circa 294mila per la sola Camera e 450mila contando anche il Senato, e nella legge non compare.

Il 60/40 sui capilista, annunciato e smarrito

Verdetto: promessa non mantenuta. Il 5 agosto, dopo un vertice nella sede di FdI, fonti di maggioranza riferiscono che nel nuovo testo l’alternanza di genere sarà rispettata con la proporzione del 60 e 40 per cento nei capilista, e spiegano che l’obiettivo è evitare al Senato una replica della sconfitta subita alla Camera.
Il testo approvato applica il 60/40 al solo listone del premio e impone l’alternanza di genere dentro ogni lista di sette nomi, capolista compreso, ma sopprime il periodo che, già nel Rosatellum, limitava al 60 per cento un genere tra i capilista: per i capilista, nel loro insieme, non resta alcun tetto.

La fiducia secondo Meloni, dal 2014 a oggi

Verdetto: contraddizione documentata. Per l’approvazione dello Stabilicum la premier decide di chiedere – per oltre la centesima volta nei suoi anni di governo, come vedremo – la fiducia.
Il 7 maggio 2014, con Renzi alla sesta fiducia in tre mesi, Meloni scrive: “Renzi imbavaglia il Parlamento”.
Il 10 ottobre 2017, sulla fiducia al Rosatellum, definisce scandaloso approvare senza dibattito una legge elettorale che “impedirà ai cittadini di scegliersi il proprio governo e i propri rappresentanti”, e chiede dove sia Mattarella.
Il 19 settembre 2019 Giovanbattista Fazzolari, oggi sottosegretario a Palazzo Chigi, firma con altri nove senatori di FdI un ddl costituzionale per far entrare in vigore le leggi elettorali ventiquattro mesi dopo l’approvazione, e bolla le leggi ad hoc a ridosso delle scadenze come una “situazione scabrosa”.
Il 21 settembre 2021, davanti a quattro fiducie del governo Draghi in 48 ore, Meloni dice: “Il Parlamento è mortificato”. Il governo che guida ne chiede tre sullo Stabilicum e arriva a 130 questioni di fiducia dal 22 ottobre 2022, una ogni 11 giorni, il rapporto più alto tra i governi politici dal 2008.
Il 16 settembre Meloni giustifica la scelta con la chiarezza dopo il voto segreto di luglio, mentre l’8 ottobre ricorda che alla scadenza della legislatura manca un anno.

Compatti, con le vedette

Verdetto: vero nei numeri finali, con avvertenze. Alla vigilia del voto di luglio Donzelli promette che il centrodestra voterà “compatti come sempre” e Meloni, riferiscono alcune agenzie citando fonti non nominate, si aspetta “compattezza” dagli alleati.
Il 14 luglio, a scrutinio segreto, l’emendamento sulle preferenze cade con 187 sì e 188 no, e i franchi tiratori della maggioranza risultano tra 31 e 53 a seconda delle stime.
L’8 ottobre i 227 sì su 391 presenti superano la maggioranza di 196, dopo tre fiducie votate per appello nominale: una bocciatura avrebbe fatto cadere il governo e privato molti deputati al primo mandato della pensione parlamentare, che matura il 14 aprile 2027.
Sul voto segreto finale il capogruppo Bignami dispone delle “vedette” in aula, e l’agenzia Dire fa i nomi di Andrea Delmastro, Sara Kelany e Marta Schifone, riportando la battuta del capogruppo: “ci fidiamo dei nostri deputati”.

Le frecciate delle opposizioni

Nel giorno in cui Meloni promette agli italiani che potranno scegliere tutto, le opposizioni lanciano strali. Riccardo Magi, di +Europa, nelle dichiarazioni di voto della mattina lancia la formula destinata ai titoli: “Se il premierato era la madre di tutte le riforme, il melonellum è la madre di tutte le menzogne”.
Angelo Bonelli, co-leader di Avs, vede nella maggioranza “una guerra dei Roses, una notte dei lunghi coltelli” e legge nelle tre fiducie la prova di un sospetto reciproco: “Siete stati costretti a mettere ben tre fiducie perché non vi fidate l’uno dell’altro”.
Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, nota che nella legge “manca solo una cosa per garantirvi il premio di maggioranza: indicare che il premio vada a una premier con gli occhi chiari”.
Elly Schlein, segretaria del Pd, nella sua dichiarazione di voto si dice in grado di “capire l’imbarazzo” di una maggioranza che vota “la legge che avete affossato il 14 luglio” e la vota “per la paura degli elettori”, poi rilancia con la domanda più semplice della giornata: “Se davvero siete così forti, perché non vi presentate agli elettori con le stesse regole di quattro anni fa?”.
A voto concluso Conte, ai cronisti in Transatlantico, si dice deciso a lavorare “per mandare a casa un governo che veramente peggio non poteva fare per l’Italia”, e nel primo pomeriggio Nicola Fratoianni, altro co-leader di Avs, immagina il regalo giusto per la premier: “Oggi il regalo giusto per Giorgia Meloni sarebbe un bel barattolo di colla, quella che sta cercando di spalmare sulla sedia su cui siede da oltre quattro anni, perché non vuole andare via da Palazzo Chigi”. Cambiare le regole “per cercare di cucirle addosso alla maggioranza di turno”, aggiunge, è “una vera e propria vergogna”.

Che cosa cambia in Calabria

La Calabria passa da 19 a 18 parlamentari, 12 deputati e 6 senatori, secondo la proiezione del Servizio Studi della Camera sul censimento 2021, e perde i sette collegi uninominali del 2022.
Per ciascuna Camera, quindi, l’intera regione diventa un collegio plurinominale unico, con cinque province e 404 comuni.
Se il premio scatta, secondo le simulazioni del dossier, dieci deputati e cinque senatori sono eletti con il proporzionale e tre seggi vanno al listone della coalizione vincente: nomi scelti a Roma, eletti qualunque sia il voto in regione.
Negli altri seggi, il capolista prende il primo posto di ogni lista e le preferenze contano dal secondo in poi: per i partiti piccoli è eletto soltanto il capolista, che può essere paracadutato da Roma.
Per gli altri la scala cambia: è come se dovessero sostenere una campagna elettorale per la presidenza della Regione, andando a raccogliere voti da Rocca Imperiale a Condufuri.

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