Un file con il nome corretto ma con dentro il documento sbagliato. Un errore apparentemente banale che rischia di costare a Vibo Valentia un finanziamento da 2.390.145,87 euro, destinato ai servizi sociali nelle aree più fragili, in particolare nelle frazioni di Vena e Piscopio. A rendere ancora più imbarazzante la vicenda è adesso il silenzio del Comune. Dopo il decreto con cui la Regione Calabria ha annullato l’ammissione del progetto, da Palazzo Luigi Razza non è ancora arrivata una spiegazione pubblica e dettagliata. Nessun chiarimento su chi abbia predisposto e caricato il file, sui controlli effettuati prima dell’invio e sulla strada che l’ente intenda percorrere per tentare di salvare le risorse. Sul caso interviene ora un cittadino vibonese con una lettera indirizzata al direttore di Calabria7. Una riflessione che sposta l’attenzione dalla polemica politica alla domanda più scomoda: chi aveva la responsabilità tecnica e amministrativa della pratica?
Il silenzio del sindaco e dell’amministrazione
Il Comune aveva presentato il finanziamento come un importante successo amministrativo. Il progetto “Luce nelle periferie” si era classificato al terzo posto regionale ed era stato seguito dalla sottoscrizione della convenzione repertorio numero 3625 tra Regione e Comune. Quando il finanziamento era stato ottenuto non erano mancati annunci e dichiarazioni. Adesso che quel risultato è stato cancellato da un errore nella documentazione, invece, il sindaco Enzo Romeo e l’amministrazione comunale non hanno ancora fornito risposte pubbliche. Palazzo Luigi Razza aveva presentato le proprie controdeduzioni alla Regione, sostenendo che si fosse verificato un “errore materiale nel caricamento”. Ma dopo il rigetto delle osservazioni e l’annullamento del contributo manca ancora una ricostruzione rivolta alla città. Non è stato spiegato chi fosse il responsabile della pratica, chi dovesse verificarne la completezza, come sia potuto sfuggire lo scambio dei documenti e se siano state avviate verifiche interne. Non è stato chiarito neppure se il Comune abbia già deciso di ricorrere al Tar. Un silenzio che non equivale a un’ammissione di responsabilità, ma che aumenta inevitabilmente l’imbarazzo politico intorno a una vicenda da quasi due milioni e mezzo di euro.
“Chi pagherà il ricorso al Tar?”
Il primo interrogativo posto dal cittadino riguarda le conseguenze economiche dell’eventuale contenzioso. Il Comune può presentare ricorso al Tar entro 60 giorni oppure ricorso straordinario al Presidente della Repubblica entro 120 giorni. “Chi pagherà le spese del ricorso e l’eventuale compenso del legale?”, domanda l’autore della lettera. “Saranno a carico dei cittadini, quindi del bilancio comunale, oppure sarà individuata una responsabilità per l’errore commesso?”.
Il punto non è impedire al Comune di tentare di salvare il finanziamento, ma comprendere se gli eventuali costi della difesa debbano ricadere interamente sulla collettività prima ancora di avere accertato come sia avvenuto lo scambio dei documenti. “Se il Comune dovrà sostenere le spese per il ricorso al Tar, è corretto che queste ricadano interamente sulla collettività senza che prima siano state accertate eventuali responsabilità?”.
Il file con il nome giusto e il documento sbagliato
La pratica trasmessa dal Comune conteneva un file denominato “Dichiarazione RUP – Conformità interventi”. Una volta aperto, però, il documento si è rivelato essere un’altra dichiarazione, relativa al rispetto del principio DNSH. Per la Regione, dunque, la dichiarazione del Responsabile unico del progetto richiesta dal bando era materialmente assente alla scadenza. Il Comune ha sostenuto che si sia trattato di un errore materiale e ha chiesto di poter integrare la documentazione.
Una soluzione che il Dipartimento regionale ha escluso, ritenendo che il soccorso istruttorio non possa essere utilizzato per produrre successivamente un allegato obbligatorio mai presentato. “Perché un file con il nome corretto conteneva un documento sbagliato?”, chiede il cittadino. “È stato commesso un semplice errore materiale o vi sono state carenze nelle procedure di verifica?”.
Responsabilità politica e responsabilità tecnica
La lettera richiama la necessità di distinguere la responsabilità politica del sindaco da quella tecnica di dirigenti, funzionari e responsabili del procedimento. “Trovo singolare che il primo bersaglio della polemica politica sia il sindaco, al quale viene chiesto di riferire in Consiglio comunale quasi come se fosse sua competenza personale visionare, controllare e verificare ogni singolo documento e ogni singolo file trasmesso dagli uffici”.
Il cittadino non esclude, tuttavia, la responsabilità politica dell’amministrazione. Ed è proprio su questo piano che il silenzio del sindaco comincia a pesare. “Il sindaco ha certamente responsabilità politiche e di indirizzo ed è giusto che riferisca. Ma una cosa è la responsabilità politica, altra cosa è la responsabilità tecnica e amministrativa di chi materialmente predispone, verifica e trasmette una pratica”. Il primo cittadino non era tenuto a controllare personalmente il contenuto di ogni file. Ha però il compito politico di spiegare alla città cosa sia accaduto, quali iniziative siano state assunte e se siano emerse responsabilità all’interno degli uffici.
“Chi erano il dirigente e il Rup?”
Il decreto regionale ricostruisce l’errore e le sue conseguenze, ma non attribuisce responsabilità individuali. È proprio su questo vuoto che si concentrano le domande contenute nella lettera. “Chi era il dirigente responsabile? Chi era il Rup? Quali controlli erano stati effettuati prima dell’invio della documentazione? Chi aveva il compito di predisporla, chi doveva verificarla e quali erano le procedure interne di controllo?”.
Non si tratta di indicare preventivamente un colpevole, ma di ricostruire l’intera catena amministrativa che ha portato alla trasmissione del file sbagliato. “Sono domande legittime, che non hanno nulla a che vedere con lo scaricabarile politico. In situazioni come questa la politica dovrebbe avere il coraggio di distinguere i ruoli e pretendere che ciascuno si assuma le proprie responsabilità”.
L’altra questione: i cantieri che durano anni
La riflessione si allarga poi alla gestione complessiva dei lavori pubblici a Vibo Valentia, chiamando direttamente in causa l’assessorato competente. “Perché a Vibo Valentia i lavori pubblici sembrano spesso trasformarsi in cantieri interminabili? Perché opere che dovrebbero essere realizzate in tempi ragionevoli finiscono per durare anni?”. Il cittadino chiede di chiarire se alla base dei ritardi vi siano carenze nella programmazione, insufficienza di personale, problemi progettuali oppure difficoltà nella gestione e nel controllo dei cantieri. “Forse sarebbe più utile che il confronto politico affrontasse anche questi problemi concreti, invece di limitarsi a chiedere al sindaco di riferire su ogni errore commesso dagli uffici”.
Due milioni e mezzo sospesi tra il Tar e il silenzio
Il finanziamento non può essere considerato definitivamente perduto. Il Comune conserva la possibilità di impugnare il provvedimento e le risorse liberate dalla Regione non risultano ancora riassegnate. Ma il progetto è stato annullato e il contributo è fortemente a rischio. In gioco non c’è soltanto una pratica burocratica. “Luce nelle periferie” avrebbe dovuto finanziare per 36 mesi assistenza domiciliare, sostegno psicologico, doposcuola, taxi sociale, distribuzione di farmaci e beni essenziali, formazione e accompagnamento al lavoro delle persone fragili. “Dietro un file inviato con il contenuto sbagliato non ci sono soltanto una procedura amministrativa e una pratica burocratica”, conclude il cittadino. “Ci sono risorse pubbliche che rischiano di essere perse e cittadini delle frazioni che rischiano di vedere sfumare interventi attesi da tempo”.
Da qui l’ultima richiesta rivolta al sindaco e all’intera amministrazione: “Quando si perdono finanziamenti pubblici per un errore amministrativo, è doveroso sapere chi ha sbagliato, perché è successo, quali controlli sono mancati e chi, alla fine, dovrà sostenere il costo di tutto questo. Non per cercare un colpevole a tutti i costi, ma per evitare che lo stesso errore possa ripetersi”.












