Nell’ottica delle prossime elezioni politiche si è ormai consolidato uno schema che da un lato vede le forze d’opposizione impegnate nel contestare tutti i provvedimenti adottati dal Governo – facendoli apparire o come pregiudizievoli degli interessi dei cittadini oppure come repressivi delle libertà individuali – dall’altro gli esponenti dell’esecutivo che illustrano i risultati conseguiti, rivendicando le ragioni contingenti di quei provvedimenti ritenuti restrittivi dagli avversari. Stando così le cose, diventa difficile comprendere dove finiscano le ragioni dell’uno ed inizino i torti dell’altro, anche perché si fa un ampio utilizzo di fake news e si addomesticano a proprio uso e consumo eventi internazionali che poco o nulla hanno a che vedere con il nostro paese.
Fratelli d’Italia resta in testa, M5S e Pd all’inseguimento
Per fare chiarezza è opportuno iniziare da un dato di fatto difficilmente confutabile: tutti gli istituti demoscopici assegnano oggi a Fratelli d’Italia, il partito della premier, una percentuale di consenso tra il 27 ed il 28%, laddove nelle elezioni politiche del 2022 il partito ha raggiunto una percentuale del 26%, risultando il più votato. Anche a voler considerare un fisiologico margine di errore nelle rilevazioni, è innegabile che, nonostante da oltre quattro anni la Meloni subisca attacchi quotidiani da parte dei leaders dei partiti del “Campo Largo” – Conte, Schlein, Fratoianni e Bonelli – ella non ha perso neppure mezzo punto percentuale e questo di per sé rappresenta già un dato storico per un premier in carica. Al contrario il M5S, che nel 2022 era al 15,5%, oggi si ritrova al 12,5%, ben 3 punti percentuali in meno, mentre il Partito Democratico è vicino alla soglia piscologica del 20%, soglia sotto la quale il segretario nazionale viene sempre messo in discussione. Tirando le somme, il risultato è che la fiducia assegnata dagli italiani alla premier è immutata, mentre Conte e Schlein, suoi principali antagonisti nella futura competizione elettorale, non hanno fatto breccia nell’elettorato.
Deficit, occupazione e sbarchi nel bilancio del governo
Ciò posto, bisogna capire perché da un lato Giorgia Meloni ed il suo partito continuano a mantenere il primato e, dall’altro, perché gli stessi istituti demoscopici disegnino una situazione di sostanziale parità tra le due coalizioni, dato, questo, che potrebbe apparire incompatibile col precedente. In relazione al primo aspetto, riteniamo che gli italiani non siano così sprovveduti, come evidentemente qualcuno ritiene nel campo progressista, da credere a tutte le false notizie, alle narrazioni edulcorate dalla stampa rossa o ai teatrini che, sotto le mentite spoglie di approfondimenti politici, vanno in onda sulla rete televisiva La7 di Urbano Cairo, ma, al contrario, sono perfettamente capaci di leggere i dati ufficiali forniti dall’Istat e dai Ministeri competenti, dai quali emerge una realtà diversa da quella narrata dalle opposizioni.
Entrando nello specifico, vanno evidenziati alcuni dati dai quali emerge che, al momento dell’insediamento del governo, il rapporto deficit-Pil era dell’8% ed oggi è stato ridotto al 3,1%, con tutti i conseguenziali ed immediati benefici in relazione ai tassi di interesse che lo stato deve corrispondere per collocare i propri titoli sul mercato; che il numero di occupati nel 2022 era di 23.250.000 unità ed oggi è salito a 24.328.000 unità. con un incremento di oltre un milione di nuovi posti di lavoro; che gli ingressi illegali via mare sono regrediti, passando dai 105.131 del 2022 ai 25.660 registrati al 20 ottobre 2026, con tutti i vantaggi legati alla riduzione degli episodi criminali connessi alla migrazione incontrollata.
Il ruolo in Europa, la stabilità e i decreti sicurezza
Basterebbero già questi risultati per fornire una risposta al perché la Meloni ed il suo partito mantengano una posizione di vertice nel gradimento degli italiani, ma riteniamo che un ruolo importante in tal senso lo rivestano anche altre circostanze, quali il prestigio, ripetutamente evidenziato dalle più autorevoli testate giornalistiche mondiali, di cui gode a livello internazionale il governo italiano ed il suo premier. La centralità e l’autorevolezza conquistati in Europa dalla Meloni pongono infatti l’Italia su un diverso livello rispetto al periodo in cui le famose genuflessioni di Giuseppe Conte nei confronti della leader tedesca Angela Merkel avevano fatto assumere al nostro paese il ruolo di “Stato paria” in seno alla comunità europea. Ancora, la stabilità di governo, divenuto il più longevo in assoluto, ha attratto moltissimi investimenti stranieri, facendo raggiungere agli indici della Borsa italiana record storici; infine i decreti sicurezza, gli ultimi dei quali varati in seguito alle recenti devastazioni delle principali città italiane, hanno consentito alle forze dell’ordine di poter disporre di strumenti di intervento più adeguati per la tutela dell’ordine pubblico.
Patrimoniale, reddito e Ucraina dividono il campo largo
Se poi a tutto questo si aggiunge che gli esponenti dell’opposizione danno l’impressione di voler andare al governo del paese senza sapere di preciso cosa fare, il quadro è completo. Non hanno un programma comune, ogni leader va per conto proprio, Fratoianni e Bonelli propongono la solita patrimoniale che a Conte non piace; quest’ultimo promette di reintrodurre il reddito di cittadinanza che, insieme ai vari bonus edilizi, ha in precedenza prosciugato le casse statali, di abolire i decreti sicurezza che hanno reso più complesso per i vari maranza, propal e centri sociali la devastazione delle città, nonché la fine degli aiuti all’Ucraina che invece la Schlein ed il Partito democratico intendono mantenere. Dal canto suo Renzi, che dovrebbe far parte dell’ammucchiata progressista nonostante i dubbi di Conte in ordine alla sua affidabilità politica, dichiara che il suo unico obiettivo è quello di impedire il bis alla Meloni ed a Salvini di fare il ministro.
Il premio di maggioranza e l’incognita Vannacci
Quanto al secondo aspetto (sostanziale parità nel rapporto di forza tra le due coalizioni) va detto che esso è da collegare alla nuova legge elettorale, che spinge le coalizioni, nel tentativo di raggiungere la soglia del 42% utile per far scattare il premio di maggioranza, ad accogliere il maggior numero possibile di “partitini”, i quali, con il totale delle loro modeste percentuali, potrebbero risultare determinanti. In questo momento l’equilibrio tra i due schieramenti è determinato dal fatto che, mentre quello progressista sta beneficiando dell’apporto dei “piccoli partiti”, quello di centrodestra viene penalizzato dalla collocazione al di fuori di esso di Futuro Nazionale, che le sottrae oltre il 7% di consensi. Riteniamo però che l’attuale situazione penalizzante potrebbe essere completamente ribaltata nel momento in cui, in prossimità del voto e di fronte al concreto pericolo di perdere le elezioni, i leader del centrodestra ed il generale Vannacci, mettendo da parte le argomentazioni divisive, decidessero invece di privilegiare quelle convergenti.














